Dislessia, ora si fanno i test anche sui bambini in età pre scolare

Di Redazione
17 Febbraio 2012
Secondo un nuovo studio statunitense sarebbe possibile scovare i sintomi della dislessia in giovanissima età, evitando così di inserire bambino "a rischio" nel circolo scolastico. Eccesso di zelo? Bisogna stare attenti a vedere i "malati" là dove non ci sono.

Che la dislessia sia un problema iper-enfatizzato sono i dati a dirlo. In un’intervista recentemente condotta da tempi.it Federico Bianchi di Castelbianco, direttore dell’Istituto di ortofonologia di Roma dichiarava che «il 18-20 per cento dei bambini presenta alcune difficoltà scolastiche che fanno pensare alla dislessia, ma spesso non sono malati. Per questo, quando poi vengono sottoposti a una terapia che non serve a curare la vera patologia, si scatenano conseguenze dannose». Ora si parla di nuovo del problema perché al Children’s Hospital di Boston si è studiata una diagnosi che permetta di scovare i sintomi della dislessia in età prescolare. Questi test permetterebbero di scovare l’effettivo disagio in chi lo possiede, senza incappare in giustificazioni affrettate per bambini che hanno soltanto difficoltà di concentrazione o più generici problemi di studio.

La ricerca ha coinvolto 36 bambini tra i cinque e i sei anni, del medesimo quoziente intellettivo e status sociale. Sottoposti a un test di risonanza magnetica, dovevano rispondere a un semplice quesito. Ascoltate due parole, dovevano comprendere se erano pronunciate dalla medesima voce. I bambini aventi una storia familiare di dislessia hanno mostrato una ridotta attività metabolica in specifiche regioni celebrali. «Sappiamo già che anziani, adolescenti e adulti con dislessia hanno una disfunzione nelle medesime zone celebrali – ha spiegato Nadine Gaab, coordinatrice della ricerca –. Lo studio comprova che la capacità del cervello di elaborare i suoni delle lingue è carente anche prima che i bambini abbiano affrontato l’apprendimento della lettura».

Durante il test si è osservato che i bambini a rischio non hanno mostrato una maggiore attivazione nelle zone celebrali frontali, cosa che interessa i dislessici adulti. Il cervello, quindi, impiegherebbe queste aree per compensare direttamente l’attività delle aree cerebrali adibite alla lettura. Insomma, con questa nuova scoperta sarebbe possibile diagnosticare in tempi relativamente veloci la dislessia familiare a un bambino “a rischio” senza che esso entri nel circolo scolastico. A quel punto, infatti, è più difficile distinguere la dislessia da più comuni problemi di apprendimento. Ed evitare dannosi errori di valutazione.

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