
«Dink è morto, e ora tocca a voi»
Istanbul
«Scriva che abbiamo subìto un grande choc, ma che siamo al lavoro come prima». Mayda Saris vorrebbe mostrarsi per la donna forte e raffinata che è, ma parla con gli occhi umidi. Tornare con la mente a quel giorno di tre mesi fa ravviva una sofferenza che da allora non se ne è mai andata. Così come cinque mesi fa ebbe la gentilezza di fare da traduttrice per quella che sarebbe stata l’ultima intervista di Hrant Dink apparsa su un giornale italiano, anche stavolta è l’unica redattrice di Agos disponibile a ricevere nel suo ufficio e a parlare con l’inviato straniero che torna su quello che nel frattempo è diventato il luogo di un delitto politico, l’omicidio della più nota personalità turco armena.
Poco è cambiato ad Agos dalla prima volta che ci siamo stati. I marciapiedi di Halaskargazi Caddesi sono sempre affollati dall’andirivieni di clienti e avventori di negozi, banche e cafeterie che si succedono lungo i due marciapiedi. Un po’ più in là del portone che porta alla sede del settimanale c’è un’auto della polizia. In fondo all’atrio del palazzo, nella guardiola che dovrebbe essere del portinaio, sta rintanato un poliziotto che legge il giornale. Davanti alla porta dell’ufficio ci sono due telecamere, dentro il telefonista sta sgranocchiando un panino sotto un quadro con la foto gigante di Dink. «Qualche ragazza della segreteria ci ha lasciati, per le pressioni delle famiglie impaurite, ma altri hanno preso il loro posto. Nessuno dei redattori se n’è andato. Nonostante le minacce di morte che continuano ad arrivare per lettera e per e-mail. L’ultima diceva: “Dink è morto, adesso è il vostro turno”».
Sì, tre mesi dopo l’assassinio del direttore di Agos e dopo l’arresto di una decina di persone accusate di aver ordito l’omicidio, le autorità hanno attivato un blando dispositivo di protezione che non avevano ritenuto di dover ordinare (e che lui, per la verità, non aveva mai richiesto) dopo che la futura vittima aveva già ricevuto 2.600 minacce di morte . Le intimidazioni di chi osteggiava Dink da vivo si sono trasferite ai suoi epigoni. «Ci incoraggia la solidarietà dei democratici turchi, che hanno partecipato in massa ai funerali e che ci sostengono: in poche settimane hanno sottoscritto 2.000 nuovi abbonamenti al giornale».
«Siamo tutti turchi»
I 100 mila che si sono radunati il 23 gennaio sotto le finestre di Agos per il funerale con cartelli su cui si leggeva “Io sono Hrant Dink” e “Siamo tutti armeni” sono un segnale incoraggiante, ma poco lontano da lì sono stati poi collocati altri cartelli, preparati da militanti del Mhp (il partito dei Lupi grigi), con la scritta “Siamo tutti turchi”. A febbraio, durante una partita di calcio, 200 tifosi del Trabzon che portavano tutti un cappellino bianco hanno urlato lo slogan “Siamo tutti Ogün”. Ogün è il nome del presunto assassino 17enne, originario di Trabzon come tutti gli arrestati, che aveva in testa appunto un cappellino bianco il giorno che ha sparato. «Il giorno stesso del funerale a Kinaliada, un’isola frequentata dagli armeni turchi in vacanza, qualcuno ha fatto trovare grandi striscioni con la scritta “Siamo tutti turchi”», racconta Mayda. Storica dell’arte e pittrice, autrice di un libro illustrato sui pittori armeni dal tempo dell’Impero ottomano ad oggi che è opera di riferimento in tutto il mondo, non avrebbe bisogno di lavorare ad Agos come redattrice e art director. È solo per passione che ha scelto di lavorare per il settimanale fondato da Dink, che oggi è diretto da un suo amico, Etyen Mahçupyan. Curiosamente, benché armeni, entrambi sono stati collaboratori di Zaman, il quotidiano islamista moderato simpatizzante del governo Erdogan. Per loro è sempre stato chiaro che la minaccia arrivava dagli ultranazionalisti piuttosto che dagli islamisti. Anche se oggi le due tendenze sembrano produrre ibridi che incrociano il peggio delle rispettive tradizioni. Mahçupyan non rilascia interviste, come pure poco disponibili sono i redattori di Agos. Benché invitati dalla diaspora armena a tenere conferenze all’estero, tendono a declinare tutti gli inviti. «Non è per paura. Altrimenti non saremmo ancora qui a continuare il lavoro di Dink. È per l’angoscia che ci portiamo dentro. Quel giorno eravamo tutti qui, abbiamo sentito gli spari, siamo scesi e abbiamo visto il corpo riverso sul marciapiede. è morto sul colpo, non abbiamo potuto fare niente per lui».
All’indomani del delitto è stato realizzato un numero speciale in tre lingue: turco, armeno e inglese. Sulla prima pagina campeggia una gigantografia di Dink sorridente, ripreso dal basso, con uno sfondo di gabbiani in volo e il titolo “È volato alla speranza”. In ultima pagina una lettera agli amici piena di poesia scritta dalla moglie, Rakel Dink. Nelle prime righe una sua considerazione: «Chiunque sia stato l’assassino, che abbia 17 o 27 anni, io so che un giorno è stato un bambino. Fratelli e sorelle, non possiamo realizzare nulla se prima non ci domandiamo quale oscurità ha prodotto un assassino da un bambino». La stessa oscurità che ha prodotto i carnefici di Malatya, lo stesso bisogno di indagarla.
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