Dieci ricchi, tre milioni di poveri? Una colossale panzana mediatica

Di Oscar Giannino
06 Aprile 2012
Avete presente la notizia di questi giorni secondo cui in Italia ci sarebbero 10 paperoni ricchi quanto 3 milioni di poveri? È una balla. L’aumento della concentrazione della ricchezza nel paper di via Nazionale non c’è. C’è invece ciò che gli studiosi sanno bene, anche se ai media piace meno: un calo della disuguaglianza tra il 2000 e il 2004-2008.

Ho il massimo rispetto per gli economisti che si cimentano con il problema della distribuzione dei redditi, col tempo ho imparato a riconoscere a distanza il peso delle diverse scuole economiche e politiche in materia. Vi sono alcuni per i quali battere e ribattere sul tema “i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri” è un classico refrain per criticare l’economia di mercato, il colore dei governi in carica, e spesso entrambe le cose. Caduti nella storia i modelli antimercato, intellettuali e orfani del marxismo e del fascismo non hanno di meglio che soffiare instancabilmente contro Mammona che detterebbe legge. Direte voi che anche Obama ha attaccato nel Prayer Breakfast di febbraio i ricchi, e ha detto che Gesù sarebbe favorevole a tassarli di più. Cristo avrà sorriso nell’apprendere quanto fratello Barack abbia dimenticato l’elementare risposta data dal Maestro a chi voleva trarlo in trappola interrogandolo sulla giustezza delle tasse da pagare allo Stato, e Lui si limitò freddamente a continuare a far segni nella sabbia e a rispondere: «Restituite a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Non proprio una risposta da appassionato di curve delle aliquote, ma rassegnatamente e legalitariamente indifferente ai pasticci dei politici su questa terra, rispetto alla giustizia dell’Altra.

Detto questo, è stato assolutamente stupefacente ciò che i media italiani hanno riservato alla ricerca su Ricchezza e diseguaglianza in Italia di Giovanni D’Alessio, uscita a febbraio negli Occasional Papers di Bankitalia. L’autore è persona seria, non ha alcuna responsabilità in ciò che han creduto di fargli dire. E che nel testo non c’è: invito tutti a leggerlo, si scarica liberamente dal sito di via Nazionale. Lo “scandalo” su cui tutti hanno titolato legandolo agli effetti della crisi, cioè i famigerati 10 italiani più ricchi tanto patrimonializzati quanto i 3 milioni di italiani più poveri, è un dato del 2006!

Seconda questione su cui tutti o quasi hanno banalizzato e mistificato: il presunto aumento della concentrazione della ricchezza. In D’Alessio non lo trovate. Trovate invece ciò che gli studiosi sanno bene, anche se magari ai media piace meno. Dopo un calo nel biennio 1989-91, la disuguaglianza si riporta pressoché sui valori del 1987 tra il 1993 e il 2000, per poi subire un nuovo calo tra l’inizio del secolo e il periodo 2004-2008. Ripeto: ca-lo! Al precrisi l’Italia è arrivata con l’indice di Gini che scendeva, quanto a concentrazione della ricchezza detenuta dal decìle e dal centìle più affluente della popolazione. Sono diverse componenti a spiegarlo. La progressiva diffusione della proprietà dell’abitazione di residenza, per esempio, è passata da poco più del 50 per cento nel 1977 a quasi il 70 nel 2008. Non proprio roba da paese impoverito. Mentre negli anni in cui la Borsa tira, la tendenza alla concentrazione di ricchezza verso l’alto riprende forza. I dati degli ultimi due anni semplicemente non li abbiamo, per apprezzare davvero che cosa è avvenuto. Di sicuro, la Borsa è andata male, tanto per cominciare. Ma la percentuale di case detenute in proprietà è salita ancora.

Terza questione: come stiamo messi in Italia rispetto agli altri paesi avanzati? Cito testualmente D’Alessio. «Per quanto riguarda l’ammontare della ricchezza delle famiglie, le stime di Davies, Sandstrom, Shorrocks e Wolff [2009] sulla distribuzione dell’intera ricchezza del pianeta attribuiscono una posizione piuttosto favorevole all’Italia; considerato pari a 1 il peso del nostro paese in termini di popolazione, l’indice risulta pari a circa 3 in termini di Pil e a circa 4,5 in termini di ricchezza. In altri termini, il nostro paese risulta maggiormente favorito in termini di ricchezza pro capite di quanto non lo sia per il prodotto pro capite. Per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, le indicazioni che si ricavano dagli studi internazionali presentano risultati non sempre convergenti. Secondo le indicazioni di Sierminska, Brandolini e Smeeding [2007], i livelli di disuguaglianza in Italia sarebbero inferiori a quelli di tutti i paesi considerati nella loro analisi (Svezia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Germania e Finlandia). (…) Altre stime [Davies, Sandstrom, Shorrocks e Wolff, 2009] mostrano che gli indici di concentrazione dell’Italia sono relativamente bassi (al 20esimo posto su 25 paesi analizzati); gli indici corretti porterebbero l’Italia verso il centro della classifica. Le stime, come si è detto, non sono sempre coerenti. (…) Per l’Italia, tuttavia, le indicazioni sembrano piuttosto convergenti nell’indicare livelli di disuguaglianza della ricchezza relativamente moderati. Contribuisce a spiegare questo risultato la diffusione della proprietà dell’abitazione di residenza, superiore a quella che si riscontra in numerosi paesi europei, come Regno Unito, Svezia, Francia e Germania, risultando invece inferiore a quella riscontrata in Grecia, Irlanda e Spagna». Non voglio impancarmi a maestro di alcuno. Fatto sta che i media italiani hanno dato una nuova prova di pessima adesione di massa alla perpetrazione di una pura mistificazione ideologica. 

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