
Scuole serali
Dialogo su giustizia ed emozioni
In questo Blog vorremmo dialogare con Giacomo su di un articolo apparso su Il Sussidiario.net dal titolo
EDUCAZIONE SCUOLA/ A lezione di giustizia (e di ragione) tra san Martino e Buchenwald, Giacomo Fornasieri, Sabato 31 ottobre 2015.
Giacomo: Ed è proprio la storia il grande interlocutore di Zagrebelsky quando si chiede: com’è possibile ritrovare il principio di giustizia universale dell’unicuique suum se in un caso può applicarsi alla vicenda storica di San Martino e della donazione di parte del suo mantello al povero e contemporaneamente leggerlo all’ingresso del campo di concentramento di Buchenwald (“Jedem Das Seine”)?
Uno di noi due: Questa stessa domanda Zagrebelsky l’aveva posta nel 2004 introducendo una sua riflessione sulla giustizia nel contesto delle “Lezioni Norberto Bobbio”, così scriveva: «Prendiamo la più famosa e comprensiva tra le formule della giustizia, l’unicuique suum tribuere, il “a ciascuno il suo” dei giureconsulti romani, o la sua riformulazione “tratta gli uguali in modo uguale e i diversi in modo diverso”. [ … ] Formule come queste possono essere accolte da chiunque [ … ]. I campi di sterminio, per esempio, sono in regola con questa massima della giustizia. Il motto di benvenuto al campo di Buchenwald [ … ] era, per l’appunto, jedem das Seine, a ciascuno il suo, …».
Quindi, sembra, ritorna la stessa domanda 10 anni dopo e ancora pare non esserci risposta ed anzi, forse, nel non esserci risposta, è la risposta.
Per la verità già Kelsen riteneva che il sintagma cuique suum così come jedem das seine, di per se stesso non esprima in realtà un contenuto, ma sarebbe una formula vuota che di volta in volta lo riceve dai concreti ordinamenti.
L’altro di noi due: Ti leggo alcuni passi di un articolo di Leo Peppe in Jus Antiquum n.17 2006, che aiutano il tema del dialogo:
«L’accostamento tra il principio di diritto romano e il “motto” nazista appare a prima vista pienamente pertinente; essi sembrano due enunciati convergenti o addirittura sovrapponibili sia nella loro formulazione lessicale sia nel loro significato ultimo: in taluni autori è infatti esplicita l’ipotesi di un rapporto di discendenza l’uno dall’altro (sia pure con la consapevolezza della molteplicità di contesti nel tempo); in altri invece il motto di Buchenwald è utilizzato come momento di verifica (“per l’appunto”, dice Zagrebelsky) dell’interpretazione data alla formulazione costruita dai giureconsulti romani.
Nel 1938, quando il motto viene adottato a Buchenwald, ciò avviene all’interno di una cultura nazista che aveva fatto proprio quello che era un vecchio modo di dire tedesco, accentuandone la possibile valenza discriminatoria e facendolo divenire uno ‘slogan’ per una politica sociale e soprattutto giuridica che sottendeva non un’attribuzione di diritti o almeno aspettative, ma l’esclusione di alcuni dai diritti, da quei diritti che ora spettano solo ai puri ariani tedeschi, soggetti solamente al volere del Führer. Agli altri spetta la totale esclusione, poi Vernichtung (annientamento), come cittadini, lavoratori, credenti.
Ma cosa dire per quanto riguarda la formula romana unicuique suum tribuere ricordata da Zagrebelsky e da lui accostata al motto tedesco? A questo punto è già evidente come questa formula romana ricorra in due differenti versioni, in una appunto unicuique, nell’altra cuique.
Si inizi dalla testata de L’Osservatore romano. Questo giornale inizia ad uscire il 1° luglio 1861, i due motti vengono aggiunti successivamente nel n. 1 dell’anno seguente, dove si spiega che “non praevalebunt” è una citazione: “Portae inferi non praevalebunt”, cioè Matt. 16.18, il testo evangelico fondativo della Chiesa di Roma. Quanto all’unicuique suum, esso non viene ancorato ad una citazione ma viene spiegato calando la dimensione umana in quella dell’ordine naturale divino. I due motti sono uniti (“il nesso logico e morale che li congiunge in un solo concetto”) nella funzione di baluardo della Chiesa romana contro la rivoluzione, in primo luogo la “rivoluzione italiana”. C’è appena stata l’unificazione dell’Italia sotto la monarchia dei Savoia.
In realtà unicuique suum è espressione che appartiene alla più profonda tradizione cristiana e cattolica, nella sua costruzione aristotelico-tomistica in particolare, ma non solo; più volte è stata utilizzata da papa Giovanni Paolo II.
Il punto fermo non può che essere Tommaso d’Aquino; in particolare, nella Summa Theologiae, è possibile rinvenire molti loci nei quali ricorre la terminologia che qui interessa, in specie nelle quaestiones II, II, 57–60.
Se in cuique suum il suum è ciò che spetta (=che altri, l’ordinamento, etc., dicono che spetta), in unicuique quod suum est il suum è ciò che è già suum, il diritto ne prende atto, ne prende le difese, la iustitia è, come dice più volte Tommaso D’Aquino, actus iustitiae oppure, prima ancora – come nel già citato ISYD. Etym. 2.24.6 –, qua recte iudicando sua cuique distribuunt; non a caso si legge appunto non praevalebunt – insieme con UNICUIQUE SUUM – nella testata de L’Osservatore romano».
Uno di noi all’altro: In altre parole, anche da me comprensibili?
L’altro: Ti spiego. Sai certamente che, per esempio, chi godeva della cittadinanza romana aveva diritto al processo, cosa che non era per chi cittadino non lo fosse, ma ancora, aveva vantaggi fiscali oltreché il “diritto al voto”. Ricorda la vicenda di San Paolo: «Ma Paolo disse loro: “Dopo averci battuti in pubblico senza che fossimo stati condannati, noi che siamo cittadini romani, ci hanno gettati in prigione; e ora vogliono rilasciarci di nascosto? No davvero! Anzi, vengano loro stessi a condurci fuori”. I littori riferirono queste parole ai pretori; e questi ebbero paura quando seppero che erano Romani». Ecco è esattamente il significato di cuique suum, Jedem das seine: il potere politico determinava l’ambito dei diritti, potremmo dire, circoscritti in un confine etnico. Oggi, in forma diversa, ma uguale nel significato: «Lo spazio morale dei diritti sia illimitato, dunque indefinitamente espandibile; deve presupporre che la superficie occupata da ciascun diritto all’interno dello spazio morale, sia pensata come precisamente limitata; deve presupporre che nessuna delle superfici – diritti abbia mai punti di intersezione con le altre, talché l’ampliamento dell’una possa avvenire a detrimento per le altre” così dice Anna Pintore, filosofa del diritto; i cosiddetti diritti insaziabili».
Uno di noi all’altro: Cioè?
Giacomo: Il fatto è che, per Zagrebelsky, non disponiamo di un criterio di giudizio grazie al quale denotare in modo univoco il significato della parola giustizia. È certamente un’affermazione problematica, ma ha d’altra parte il merito di porre l’attenzione su una grande verità, e cioè che la giustizia non è mai una cosa data una volta per tutte. Ed è forse anche questo il senso della proposta di Zagrebelsky, quando provoca: “immaginiamo che la giustizia non sia un concetto, ma un sentimento”. Quello a cui lui qui si riferisce non sono tanto quelle passioni contingenti e sostanzialmente cieche, ma delle emozioni stabili, “pensieri emozionali” — così li ha definiti, con questa bellissima espressione — che non solo ci permettono di conoscere l’oggetto, ma ci costringono a prendere posizione di fronte ad esso, di sentirne la chiamata a lasciarsene interpellare. La società, allora, si può forse costruire su questo consenso, su questo condiviso sentimento di giustizia — “quante volte ne parliamo così”, chiosa Zagrebelsky — intuitivo ed emozionale.
Uno di noi: Bravo, Giacomo. Oggi, dicevo, i “pensieri emozionali”, ciò che mi sento di essere – potremmo dire – definisce il suum di ciascuno, ed ho bisogno che la Legge, cioè l’ordinamento, me lo attribuisca. Dai pensieri emozionali agli innumerevoli diritti oggi rivendicati, e perciò insaziabili. L’ordinamento giuridico positivo ne costituisce il presupposto, a la Kelsen. L’uomo è solo con Cesare!
L’altro:
Domandarsi perché quando cade la tristezza
in fondo al cuore
come la neve non fa rumore
e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire
E stringere le mani per fermare
qualcosa che
è dentro me
ma nella mente tua non c’è
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni
Un po’ di serietà, per favore.
Nella Cantata BWV 163 di Bach si trovano queste parole: “C’è Dio a cui guardare e l’uomo non è solo con Cesare”. Si intitola Nur Jedem das Seine.
Uno di noi: Sì, fai bene a ricordarlo. È qui il punto: già Spinoza, ben prima di Kelsen, in modo esemplare diceva che, proprio perché in natura il diritto di ciascuno alla fin fine è funzione ed espressione del suo potere, può dirsi che il ius suum di ciascuno non può esistere nello stato di natura, bensì solo nello stato civile. Pensa a oggi alle questioni di diritto circa i temi etici. Ecco l’uomo è solo con Cesare! Scusa l’irruenza. Dicevo, siamo al punto: unicuique suum ribalta la questione. Cosa è suum? È ciò che mi è dato. Il suum è un dato. Dato di un ordine creaturale, che la ragione scopre nella realtà come verità, giustizia, bellezza e alla fine Mistero. Come dicevamo prima il suum è ciò che è già suum, il diritto ne prende atto, ne prende le difese; la iustitia è, come dice più volte Tommaso D’Aquino, actus iustitiae.
“C’è Dio a cui guardare e l’uomo non è solo con Cesare!”.
L’altro di noi: Bello. La giustizia è actus iustitiae. Actus lo traduco: gesto. La parola gesto viene infatti da un verbo latino che significa portare. Portare cosa? Portare il significato.
Il gesto è lo sguardo, la parola, l’azione, il pensiero che porta dentro lo spazio e il tempo il significato delle cose.
Come ha detto un amico: quando è gesto, quando porta dentro il senso, lavare i piatti può essere come il discorso di Lenin sulla Piazza Rossa per la rivoluzione.
Giacomo. Aldilà dell’eventuale condivisione della posizione teoretica, non si può certo non apprezzare il contenuto e il metodo del richiamo di Zagrebelsky, che ci ha invitato a riscoprire che il pensare è innanzitutto una sfida, un dialogo e a riflettere su una dimensione dell’umano che troppo spesso è riduttivamente interpretata. Allo stesso tempo resta, forse, da chiedersi se una ragione calcolante, esclusivamente procedurale sia l’unica ragione possibile, resta cioè da chiedersi se la risposta a che cosa sia la giustizia non sia possibile da trovarsi nell’unità di una ragione appassionata del vero. Ma è in fondo proprio porre questa domanda, l’aurora della gioia del pensiero e l’augurio di scoperta a tutti gli studenti che si stanno mettendo al lavoro.
Uno di noi due: Non capisco: riduttivamente interpretata? Intendi dire riduttivamente, le emozioni?
Allora, Giacomo, hai ragione. Infatti, non solo le emozioni, ma anche la ragione mi sembra ridotta alla misura di piccole, cioè ridotte, emozioni.
L’altro di noi due: Mah, mi sento triste. Non vi capisco voi due.
Uno di noi due: Sulla tristezza bisognerà riparlarne.
L’altro di noi due: È presto detto. Pensavo, nella fattispecie, che nel medioevo il Palazzo della Ragione era il palazzo di giustizia. Se non esiste Giustizia, diventa sacra la procedura. Mi torna in mente un brano de Il contesto, di L. Sciascia.
Il Presidente della Corte Suprema chiede al poliziotto Rogas: Ma si è mai posto, lei, il problema del giudicare?
– Sempre è la risposta.
– E l’ha risolto?
– No
– Appunto: non l’ha risolto… Io sì, ovviamente. (Giudicare, infatti, si deve. Ci sono i delitti, ci sono i delinquenti.) Ma non una volta per tutte, non definitivamente…
Qui e ora, con lei, parlando del prossimo caso alla cui decisione dovrò presiedere, posso anche dire: non l’ho risolto. Ma badi: parlo del prossimo caso. Non del caso che appena mi è passato o del caso di dieci o venti o trent’anni fa. Per tutti i casi passati il problema l’ho risolto, sempre: e l’ho risolto nel fatto stesso di giudicarli, nell’atto di giudicarli… Lei è cattolico praticante?
– No.
– Ma cattolico?
Rogas fece un gesto che voleva dire: come tutti. E davvero pensava che tutti ormai, e dovunque, si fosse un po’ cattolici.
– Già: come tutti – interpretò giustamente il presidente. E assumendo l’atteggiamento di un prete al catechismo – Prendiamo, ecco, la messa: il mistero della transustanziazione, il pane ed il vino che diventano corpo, sangue ed anima di Cristo. Il sacerdote può anche essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell’ordine, fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima, il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a sé stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto a ogni debolezza e a ogni errore; ma nel momento in cui celebra, non più: E tanto meno dopo. Lo vede lei un prete che dopo avere celebrato messa si dica: chissà se anche questa volta la transustanziazione si è compiuta? Nessun dubbio: si è compiuta. Sicuramente. E direi anche: inevitabilmente. Pensi a quel prete che, dubitando, al momento della consacrazione si ebbe sangue sulle vesti. E io posso dire: nessuna sentenza mi ha sanguinato tra le mani, ha macchiato la mia toga…
(…)
Naturalmente, non sono cattolico. Naturalmente, non sono nemmeno cristiano.
– Naturalmente – fece eco Rogas. E davvero non se ne stupiva.
Foto Ansa
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