Devolution: imparare dalla Spagna

Di Rodolfo Casadei
03 Maggio 2001
Le buone ragioni della devolution: nell’era della globalizzazione la competizione non è fra economie nazionali, ma fra sistemi territoriali. Per tutelare l’interesse nazionale bisogna creare le condizioni perché le migliori “locomotive” regionali possano correre al massimo delle loro possibilità. Come stanno facendo in Spagna, come la sinistra non fa in Italia

Quando, nelle settimane scorse, Francesco Rutelli è intervenuto nel dibattito sul soffocato referendum consultivo lombardo, ci ha offerto qualche motivo in più per non votarlo il 13 maggio. «Cos’è questa storia di una regione che vuole correre davanti a tutte le altre – ha detto più o meno -. Il federalismo lo faremo tutti insieme, col concorso di tutte le regioni così com’è previsto dalla riforma federalista approvata in Parlamento». Una dichiarazione che è un capolavoro di ipocrisia, perché propone il caso di un leader sempre pronto a sospettare gli avversari di intolleranza e sentimenti xenofobi che però tenta di sfruttare proprio pregiudizi e rancori dei campanili italiani per acchiappare un po’ di voti. Ma soprattutto una dichiarazione che dimostra una cosa: si tratti di devolution o di federalismo, Rutelli non sa di cosa si parli. Dalle analisi di Assolombarda agli studi dell’Unione europea (Ue), tutti sono ormai concordi su un punto: la globalizzazione dell’economia comporta il passaggio dalla competizione per macro-sistemi nazionali alla competizione per micro-sistemi regionali o provinciali. Ad affrontarsi per la conquista di quote del mercato internazionalizzato non sono più i sistemi-paese, ma i sistemi territoriali. Imprese multinazionali e capitali esteri cercano di insediarsi là dove la dotazione infrastrutturale, il capitale umano e la coesione sociale e culturale fanno al caso loro, e questi luoghi quasi sempre sono entità sub-nazionali (regioni, appunto) o Stati nazionali della taglia demografica di una regione (vedi, in Europa, Irlanda e Finlandia). D’altra parte gli imprenditori locali, che devono confrontarsi col mercato globale, hanno necessità di risposte tempestive alle loro esigenze, e queste possono essere garantite solo da istituzioni vicine e flessibili. Le Regioni sembrano fatte apposta per esercitare questo duplice ruolo: “vendere” il territorio agli investitori stranieri e operare per favorire la competitività degli imprenditori locali. Per la loro posizione, infatti, sono più in grado di conoscere e valorizzare le caratteristiche di competitività del territorio che non gli esperti ministeriali che siedono nella capitale.

Come funziona la devolution alla spagnola
Il federalismo a più velocità, dunque, con alcune regioni che si appropriano di competenze che invece altre regioni preferiscono lasciare allo Stato centrale, non l’hanno inventato Formigoni o Galan: è una necessità dei tempi. E in un importante paese europeo – quello che, dopo l’Irlanda, ha fatto registrare i maggiori successi economici della seconda metà degli anni Novanta – è già realtà: la Spagna. Delle 17 Collettività territoriali che la compongono, quattro negli ultimi anni hanno usufruito di processi di “devolution” di competenze da parte dello Stato centrale. Si tratta, in ordine di rilevanza dell’autonomia conquistata, di Paesi Baschi, Catalogna, Galizia e Andalusia. Quando una Collettività può dimostrare di avere un’infrastruttura amministrativa adeguata, indirizza alle Cortes (il parlamento spagnolo) una richiesta per la devoluzione di alcune competenze; queste istruiscono la pratica e alla fine deliberano, se ce ne sono le condizioni, il trasferimento di certe competenze e dei relativi capitoli di bilancio. Fra le materie trasferite interamente all’autorità della Generalitat de Catalunya, per esempio, ci sono non solo l’educazione e la sanità (oggetto pure della consultazione referendaria lombarda), ma anche le politiche del lavoro e dei servizi per l’impiego. Circa queste ultime la Catalogna ha addirittura sottoscritto un protocollo di intesa, alla fine dello scorso gennaio, con tre regioni italiane: Lombardia, Veneto e Piemonte, interessate a importare il modello catalano centrato su «una maggiore compartecipazione di tutti quei soggetti, pubblici e privati, che negli anni… hanno concorso alla realizzazione di strumenti tesi ad agevolare il collegamento tra la domanda e l’offerta». Ma come faranno a importarlo in Italia senza una devolution? Nell’Italia dove il ministro del lavoro impedisce, per dirne una, alle agenzie di lavoro interinale di funzionare anche come soggetti per il collocamento a tempo indeterminato? La differenza fra la Spagna e l’Italia è esattamente la differenza fra un paese che ha capito che bisogna concedere maggiore libertà alle regioni più evolute, perché dalla loro ulteriore crescita derivano vantaggi per tutti i cittadini dello stato, e un paese che crede di fare l’interesse collettivo tarpando le ali ai migliori, senza accorgersi che invece così riesce solo a danneggiare contemporaneamente i lombardi e i calabresi. L’Italia è un treno trainato da regioni come Lombardia, Veneto e qualche altra. Sabotare i loro progetti per la devolution significare sabotare il funzionamento della locomotiva nazionale, e perciò danneggiare anche i vagoni al traino.

Il sabotaggio della formazione professionale
Di questo sabotaggio si potrebbero fare tanti esempi. Particolarmente interessante è quello relativo alla formazione che, in quanto annessa all’educazione, è una delle materie per le quali la Lombardia chiede la devolution. La formazione (professionale, post-laurea, permanente, ecc.) è un fattore decisivo della competitività di un sistema economico. Facendo leva sulle competenze già riconosciute alle Regioni e alle provvidenziali (una volta tanto) disposizioni in materia dell’Ue, la Lombardia ha chiesto e ottenuto che nei rapporti con le agenzie di formazione si passasse dal sistema del convenzionamento a quello dell’accreditamento. In soldoni: fino ad oggi la formazione professionale è stata soprattutto una greppia a cui si sono abbuffate le grandi agenzie per la formazione espressione di sindacati, Acli e centrali cooperative. Ben pochi di coloro che frequentano i corsi trovano poi lavoro, ma il “sistema” si autoconserva grazie ai 250 miliardi di lire che la Regione eroga ogni anno, più altri 400 di origine Ue. Il sistema dell’accreditamento permetterebbe di rendere la formazione davvero funzionale al fabbisogno del mercato del lavoro: si potrebbe creare un “buono formativo” che il singolo può spendere presso una delle agenzie accreditate; l’accreditamento avverrebbe su una base di qualità (capacità di far trovare lavoro ai formati) e non di quantità (capacità di organizzare corsi) come accade ora. Ma da Roma Cesare Salvi e Raffaele Morese (il ministro del lavoro e il suo sottosegretario) fanno sapere che comunque le agenzie di formazione accreditate dovranno garantire il contratto nazionale di lavoro ai loro dipendenti. Un vincolo pensato per consolidare il monopolio delle vecchie, pachidermiche agenzie e tagliare le gambe alle nuove, caratterizzate da strutture “leggere”. Capito perché ci vuole la devolution?

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