
Desertec, il più grande impianto solare del mondo, è un flop
Se l’accesso a fonti sicure ed economiche di energia è fondamentale per garantire lo sviluppo, soprattutto dei paesi poveri, ci sono però delle scelte energetiche fatte dai paesi industrializzati che, oltre a essere costose per i paesi stessi, stanno provocando forti storture anche nei paesi poveri, che si pretenderebbe di aiutare. Due sono i casi principali di cui occuparsi. Il primo riguarda i grandi progetti per l’uso di energia solare che dovrebbero essere realizzati nei paesi africani con l’energia ricavata che dovrebbe servire sia gli stessi paesi sia i paesi europei che vi promuovono l’investimento. Il discorso è semplice: visto che questi paesi hanno grande abbondanza di sole, e una vastità di terreni disponibili, niente di meglio che stendere una grande quantità di pannelli fotovoltaici ricavandone energia utile per tutti, paesi ospitanti e paesi investitori. Sembrerebbe un’idea di buon senso, peccato che nella realtà stia dimostrando di non funzionare. È il caso del grande progetto Desertec, iniziato in pompa magna nel 2009, che ha visto raggrupparsi 21 società e 36 partner in 15 paesi, con l’obiettivo di creare entro 40 anni una vasta rete di installazioni eoliche e solari in Nordafrica e in Medio Oriente, per un investimento totale di 400 miliardi di euro. I primi ad aver avviato il progetto sono stati i tedeschi, tra cui le assicurazioni Munich Re (la più citata per le statistiche dei danni dovuti ai cambiamenti climatici), i gruppi Eon e Rwe e anche Deutsche Bank, con la prospettiva di guadagnarsi delle importanti commesse. A loro si sono gradualmente uniti, tra i molti, gli italiani Enel e Terna, Intesa Sanpaolo ed Unicredit, i francesi della Saint Gobain e la spagnola Red Electrica.
Il primo paese dove si è iniziato è il Marocco. Nel giugno 2012 è stato inaugurato a Quarzazate il complesso che dovrà ospitare il più grande impianto solare del mondo, prima parte di un mega-progetto che solo per il Marocco richiede un investimento di 9 miliardi di dollari, finanziato dalla Banca Mondiale e dalla Banca di Sviluppo dell’Africa, con soldi che vengono in parte dai fondi per gli aiuti allo sviluppo dei paesi europei. L’obiettivo dichiarato del Marocco è quello di raggiungere una capacità globale di 2 mila megawatt entro il 2020, e l’impianto di Quarzazate dovrebbe essere operativo già nel 2014 con una potenza di 160 megawatt. Per sottolineare l’evento è stato anche organizzato il volo su Quarzazate dell’aereo nato dal progetto Solar Impulse, interamente alimentato da energia solare. Un altro progetto costosissimo, visto che dal 2003 vede impegnate un centinaio di persone fra ingegneri, fisici, personale vario per costi che si avvicinano ai 100 milioni di dollari, coperti in gran parte da grandi sponsor, marchi famosi e banche, desiderosi di darsi un’immagine “verde”. I risultati infatti, dal punto di vista dell’efficienza, sono molto modesti e non promettono grandi sviluppi. Infatti questo velivolo ultraleggero (pesa 1.600 kg, quanto un’auto familiare), creato in Svizzera in fibra di carbonio, con un’apertura alare di un Airbus 340 (63,4 metri), quasi 12 mila celle solari poste sulle ali che alimentano quattro motori dalla potenza di 10 cavalli ciascuno, nell’occasione ha compiuto i 683 chilometri che separano Quarzazate dalla capitale marocchina Rabat in 17 ore e 30 minuti: una velocità media di circa 40 km/h, la stessa velocità che si sarebbe potuto tenere con un cavallo.
Investitori in fuga dal deserto
Ma tornando al progetto Desertec, quello compiuto a Quarzazate ufficialmente dovrebbe essere un passo importante per l’autosufficienza energetica del Marocco, in realtà i cittadini marocchini ne pagheranno soprattutto le conseguenze: gran parte dell’energia prodotta qui infatti è destinata all’esportazione verso l’Europa (per ripagare l’ingente prestito), mentre solo ingenti sussidi permetteranno ai marocchini di non pagare l’elettricità il doppio di quanto la pagano ora. Inoltre, in vista di questa conversione al solare il governo ha tolto i sussidi che calmieravano il prezzo dei combustibili fossili, cosa che ha prodotto un immediato rincaro tra il 10 e il 20 per cento non solo del carburante ma anche del cibo. In altre parole, tale progetto ubbidisce più alle scelte energetiche dell’Europa, adottate in ossequio al Protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, che non a una reale valutazione costi-benefici e nell’interesse dei paesi del Nord Africa.
Non solo, ora l’intero progetto sembra essere messo in discussione, perché diversi investitori cominciano a ritirarsi. Ha cominciato la Spagna: lo stato delle casse sembra non permettere l’assorbimento dei costi derivanti dal passaggio di ulteriore capacità sull’elettrodotto sottomarino esistente (capacità tra 400 e 1.000 MW) che collega Marocco e Spagna, attraverso lo stretto di Gibilterra. Su tale elettrodotto avrebbe dovuto passare tutta l’energia prodotta da Desertec. Più recentemente si è ritirato il gruppo industriale tedesco Bosch, seguendo di qualche settimana l’uscita di scena del conglomerato Siemens, tedesco pure lui, che ha previsto di mettere in liquidazione tutte le sue attività legate al settore solare. «Abbiamo deciso di non portare avanti la nostra partecipazione in Desertec l’anno prossimo (…) a causa di una situazione economica più difficile», ha spiegato un portavoce del gruppo Bosch. Desertec ora si ferma e sta cercando nuovi soci, nella speranza che si facciano avanti almeno i cinesi. Ma il vero problema è che anche in campo energetico le illusioni costano davvero caro.
Biodiesel, l’allarme della Fao
Il secondo caso riguarda i biocombustibili, lo sviluppo dei quali è pure conseguenza del Protocollo di Kyoto, con effetti negativi dovuti soprattutto alle scelte energetiche dell’Unione Europea. Se infatti anche gli Stati Uniti hanno convertito molti terreni agricoli per la produzione di biocombustibile, la Ue ha fissato un obiettivo di uso obbligatorio di carburanti bio nella misura del 10 per cento del totale entro il 2020, non avendo terreni agricoli sufficienti per il fabbisogno e “forzando” quindi i paesi in via di sviluppo a provvedere il necessario. La conseguenza è un preoccupante aumento dei prezzi alimentari sui mercati mondiali, che ha spinto la Fao a chiedere di ripensare l’intera politica dei biocombustibili. Secondo il Rapporto della Fao sullo Stato del cibo e dell’agricoltura, diffuso il 6 dicembre 2012, il biodiesel rappresenta l’80 per cento della produzione di olii vegetali nell’Unione Europea mentre il 37 per cento dei raccolti di frumento negli Usa va per la produzione di etanolo. Lo squilibrio provocato da tali scelte ha spinto anche la Fao a chiedere agli Stati Uniti di sospendere immediatamente i suoi programmi di produzione di etanolo, e all’Unione Europea di almeno dimezzare l’obiettivo del 10 per cento di biocombustibili per trasporto entro il 2020. Tale squilibrio mette infatti in pericolo la sicurezza alimentare della popolazione nei paesi più poveri.
La risposta di Usa e Ue non è stata positiva, si afferma che non c’è evidenza che l’aumento dei prezzi sia dovuto all’uso di prodotti agricoli per la produzione di biocombustibile, ma dall’altra parte il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, Olivier De Schutter, pone l’evidenza dei numeri: dal 2001 si deve proprio ai biocombustibili il 70 per cento dell’incremento di domanda per il mais, il 13 per cento per il frumento, il 47 per cento per l’olio di soia e il 22 per cento per l’olio di palma. A livello mondiale si trasforma in biodiesel il 15 per cento della produzione di mais (negli Usa si arriva al 40 per cento), e il 16 per cento di olio di palma, olio di soia e olio di girasole. Pensare che questo non abbia conseguenze sui prezzi dei prodotti agricoli è irrealistico.
Articolo tratto dallo speciale Più Mese di Tempi di dicembre
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Spero che entro questo secolo spariscano sia il fotovoltaico che l’eolico, per non parlare dei biocarburanti. Occorre ritornare ad un uso massiccio del nucleare, del petrolio e del carbone. Basta con il lavaggio del cervello operato dalle lobbies ambientaliste.