Decreto dignità. «Solo slogan. L'impatto sul nuovo mercato del lavoro sarà nullo»

Di Caterina Giojelli
04 Luglio 2018
Intervista a Francesco Seghezzi (Adapt): «Il modello produttivo sta cambiando, servono più flessibilità, accesso al credito e politiche attive. Nel decreto Di Maio manca la visione di dove vogliamo andare»
Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, durante la conferenza stampa nella sede di via Veneto del ministero del Lavoro, Roma, 14 giugno 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

«Nel giro di un anno, su cento nuovi occupati negli ultimi 12 mesi uno è permanente, quattro sono autonomi e 95 sono a termine. Crediamo davvero sia un problema normativo?». Francesco Seghezzi, direttore Fondazione Adapt, legge gli ultimi dati Istat e ci vede una conferma del trend dell’ultimo periodo – più occupati temporanei, meno lavoratori autonomi, più occupazione femminile, più occupati over 50, meno occupati under 35 – ma soprattutto la conferma che «qualcosa sta davvero cambiando e bisogna ripensare completamente le tutele per lavoratori e imprese nel nuovo mercato del lavoro. Sul quale il decreto dignità avrà impatto pressoché nullo».
SLOGAN E POCO ALTRO. Tutti slogan, «solo comunicazione e poco contenuto»: così Seghezzi bolla a tempi.it il primo atto del governo in materia del lavoro, «sicuramente la reintroduzione delle causali dopo 12 mesi e la riduzione delle proroghe aumenteranno i contenziosi, per il resto il provvedimento si occupa di ridurre a 24 mesi la durata massima di contratti che prima andavano dai 24 ai 36 mesi, che in Italia sono pochissimi. Faccio fatica a capire come possa incidere sul mercato». Certo, la bozza iniziale conteneva affermazioni ben più forti, laddove per esempio interveniva a segare le gambe vincolando e rischiando di paralizzare l’operato delle agenzie interinali, «ma è un bene che sia stato cambiato. Le agenzie rappresentano uno degli attori più interessanti per la vitalità del mercato del lavoro», ma quel che resta non rappresenta certo un decreto per il cambiamento: «Manca la visione di cosa sta cambiando, di dove vogliamo andare».
COSA DICONO I DATI. Dati Istat alla mano, a maggio 2018 il tasso di occupazione in Italia è arrivato al 58,8% e ha sfiorato il record storico: 114 mila occupati in più (+0,5%) rispetto al mese precedente e +457 mila occupati rispetto allo scorso anno, «ma come anticipavo, su questi 457 mila, che rappresentano un numero considerevole, contiamo 5 mila occupati a tempo indeterminato (più o meno l’1%), 430 mila a termine (circa il 95%) e 19 mila autonomi. Questo cosa vuol dire? Prima cosa che la composizione del mercato del lavoro sta cambiando e non per un problema normativo, come sembra pensare il governo con il decreto dignità: in altre parole intervenire per decreto sui contratti a termine, concentrandosi sulla stipula di rapporti più lunghi di 12 mesi, non solo non risolve il problema, ma non fermerà la reiterazione di contratti brevissimi». Se questa è la risposta alla Waterloo del precariato annunciata dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, non funziona.
«IL MODELLO ECONOMICO È CAMBIATO». La seconda cosa che queste percentuali dicono è «che siamo di fronte a un vero cambiamento del modello economico, del modello produttivo, e che questo nuovo modello è dato da una forte e maggiore esigenza di flessibilità, di lavoro diverso, più breve. E questo chiede un profondo ripensamento, lato azienda e lato lavoratore, sia in materia di accesso al credito che di politiche attive del lavoro. Bisogna aiutare il lavoratore a ricollocarsi, a riformarsi, a essere più flessibile. Serve anche una adeguata riforma del sistema di welfare per supportare le persone in questo cambiamento».
Foto Ansa

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