
De Rita: «In Italia non conviene definirsi conservatori»

Con questa intervista Giuseppe De Rita prosegue il dibattito sul conservatorismo in Italia iniziato su Tempi con gli interventi di Lorenzo Castellani e Eugenio Capozzi. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri contributi, commenti e interviste.
Ci sono parole, definizioni, che fanno un lungo giro per poi tornare in auge, di moda e il conservatorismo è una di quelle bandiere che, di quando in quando, è bene far sventolare un po’ per non far prendere alla nobile stoffa l’odore di naftalina in cui pure comunemente giace.
«Nessuno in Italia vuole considerarsi conservatore, presentarsi come tale è un suicidio quindi è inutile pensare di farlo». Giuseppe De Rita, sociologo e storico presidente di Cnel e Censis, conosce molto bene gli italiani, il loro sentire più profondo e la loro storia.
Il centro e i conservatori
«In italia ci sono sempre stati due miti, il centro e il partito conservatore – spiega a Tempi –. Per molti anni abbiamo avuto un centro con la Democrazia cristiana che di fatto è stato un partito conservatore ma che non si è mai definito come tale». Definirsi conservatori, insomma, “non sta bene” e probabilmente non funziona neppure nelle urne se quelle forze storicamente legate al mantenimento dello status quo se ne sono tenute debitamente alla larga.
«Conviene farlo lateralmente – chiosa De Rita –. L’ha sempre fatto il potere economico: da Angelo Costa in giù, Confindustria era il partito conservatore italiano. Sono loro che hanno fatto il polo conservatore ma nessuno di essi ha mai voluto e si guarda bene di farne un partito».
Serve una linea politica
Già, la Confindustria che andava allo scontro con le forze sindacali sulla scala mobile, le organizzazioni di categoria che ciclicamente si arroccano a difesa dei loro diritti “di classe” nei confronti di un mondo che gli cambia intorno sono le autentiche “forze della conservazione”. Reazionari, si sarebbe detto in altri tempi.
«Strutturalmente non può esserci un partito di centro – riflette ancora il sociologo – perché sarebbe di un centro così aggregativo da non poter essere partito: troppa gente sta al centro ma fare partito è un’altra cosa. Un partito si costruisce su un’ideologia, su una linea politica, un’organizzazione ferrea, un comitato centrale, una rivista tipo Critica Marxista di una volta».
Foto Ansa
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