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Dante e la speranza nel «nostro pellicano»

Di Mauro Grimoldi
15 Settembre 2021
Viaggio (con l'Alighieri e Péguy) nella virtù bambina che conforta chi cammina nell’esilio d’Egitto, e non ancora trionfa nella celeste Gerusalemme. Un itinerario molto carnale fino alle più alte sfere celesti
Pellicano che nutre i suoi piccoli in una miniatura medievale

«In questa terra non si appartiene a Cristo se non nella speranza. Perciò è nell’educazione alla speranza che si penetra l’esperienza della redenzione» (don Luigi Giussani)
Nel cuore del Paradiso, Dante fa scendere il buio, quell’oscurità che ben conosciamo in questo nostro «viver ch’è un correre a la morte» (Purgatorio XXIII): è «la notte che le cose ci nasconde» (Paradiso XXIII) che tanto incombe e pesa lungo «il cammin di nostra vita», qui, nel mondo, «l’aiuola che ci fa tanto feroci». Ma c’è, nell’ombra della notturna tenebra, qualcuno che veglia: un uccellino, tra le amate fronde, nel nido che accoglie i suoi dolci nati, anticipa il tempo, lo previene e con ardente affetto è teso all’aurora del nascente chiarore. Non vede l’ora di guardare in volto i disiati aspetti dei suoi piccoli e di uscire per trovare il cibo che dia loro nutrimento, un’opera che rende gradito il pesante travaglio, il lavoro quotidiano.
È l’immagine che per il poeta meglio rappresenta l’atteggiame...

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