Dall’intelligence agli scontri: «Come abbiamo evitato la carneficina»

Di Chiara Rizzo
20 Ottobre 2011
Le informative dei servizi, un solo fermo di controllo prima della manifestazione, la scelta di proteggere soprattutto i palazzi del potere, le spranghe e le molotov introdotte malgrado la bonifica . Fonti investigative altamente qualificate raccontano a Tempi.it punti di forza e lacune nel servizio di ordine pubblico per la manifestazione di Roma

All’indomani dell’informativa di Roberto Maroni sulla manifestazione degli indignados a Roma e a pochi giorni da quella No Tav di Chiomonte domenica (che sicuramente si farà, malgrado la questura di Torino avesse chiesto di evitarla o farla fermare prima di Chiomonte), le polemiche sulle misure da adottare per prevenire scontri aumentano. Nella ricostruzione fatta ieri in Senato, il ministro dell’Interno ha sottolineato che «c’era la volontà di ricreare l’incidente avvenuto a Genova ed è solo grazie alle forze dell’ordine che si è impedito che ci scappasse il morto». Un episodio citato ieri dal ministro, più di tutti, ha destato attenzione. I carabinieri, la mattina di sabato, avevano fermato a Castel di Leva (a pochi chilometri a sud di Roma) un’auto. A bordo quattro appartenenti all’area anarco-insurrezionalista. Dentro l’auto c’erano caschi da motociclisti, parastinchi, 500 biglie di vetro, una fionda professionale, mazzette da muratore e un piede di porco, nonché una piantina di Roma. «I quattro – ha riferito Maroni – sono stati trattenuti, identificati, denunciati ma poi rilasciati, non potendo i carabinieri trattenerli perché non avevano ancora commesso il reato di violenza e resistenza che si apprestavano a compiere di lì a poco». Motivo per cui il ministro ha ieri chiesto di valutare la possibilità di introdurre un “pacchetto” di misure, dal fermo preventivo all’arresto in flagranza differita e ai Daspo, come negli stadi.

Il bilancio del devasto di Roma parla chiaro della barbarie “black bloc”: 135 persone ferite di cui 105 solo tra le forze dell’ordine, cinque milioni di euro di danni (1 milione solo per le auto date in fiamme). Se non ci sono stati morti, lo si deve proprio alle forze dell’ordine. Ma servono davvero i fermi preventivi per prevenire le violenze, o si tratta di misure che nascono dall’onda emotiva? E come si è lavorato per prevenire la delinquenza black bloc, e poi nelle ore della manifestazione? Una fonte investigativa altamente qualificata ha risposto alle domande di Tempi.it. «Prima di sabato – spiega – avevamo raccolte le informazioni provenienti dall’intelligence e da altre questure. Le segnalazioni numericamente più significative ci arrivavano da Milano, Genova, e dalle città dell’Emilia Romagna. Per la pericolosità, c’erano stati segnalati soprattutto gruppi che provenivano dalla Toscana, gli elementi dei Carc (Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, giunti a Roma da Livorno; oltre che da Latina e Napoli, ndr) e del Cianfuegos (un centro sociale di Firenze, ndr.) citati da Maroni. Oltre a questo c’è stato un monitoraggio anche delle “fonti aperte”, siti internet, forum come Indymedia, blog».

Così è stata ricostruita la galassia anarco-insurrezionalista giunta a Roma, con componenti dei celebri centri sociali Askatasuna (Torino) e Gramigna (Padova), dei Corsari di Milano. C’è stata pure una nutrita componente romana, formata da gruppi del centro sociale Acrobax e dei Red anarchist skynheads, a loro volta appartenenti anche agli ultras romanisti Fedayn. A ridosso e durante la manifestazione sono stati ritrovati borsoni con molotov (in via Cavour), pali di legno e spranghe (in piazza di Spagna e piazza S. Francesco di Paola): era stata fatta una bonifica delle aree toccate dal corteo, prima? «C’è stata un’attività di bonifica dell’area andata avanti per giorni, almeno sin da mercoledì, con sopralluoghi ripetuti. C’è stata un’attenzione a tutto lo scenario ambientale che veniva attraversato dal corteo: abbiamo controllato persino la posizione dei singoli cassonetti. La mattina di sabato sono state ritrovate biglie, lancia fionde e spranghe, queste ultime in una traversa laterale accanto ad un istituto di credito a piazza di Spagna, un’area già blindata. È la prova che c’era l’intenzione di arrivare ai palazzi istituzionali».

Ma non prova anche che è possibile far arrivare tranquillamente fionde e spranghe, in un’area sottoposta a bonifica già da giorni? «È la difficoltà di bonifica in una città come Roma. È possibile che queste armi siano arrivate prima della manifestazione ma come si può sigillare una piazza attraversata da milioni di persone ogni giorno? Va detto che la maggior parte delle armi usate poi sabato pomeriggio sono state prese da un cantiere della metropolitana nei pressi di piazza San Giovanni. Sono stati usati pali delle segnaletiche, divelti durante la manifestazione, o sanpietrini recuperati all’ultimo momento». Maroni ha citato l’episodio del fermo dei carabinieri alle porte di Roma: c’erano stati altri fermi quel giorno, prima della manifestazione? «No, oltre a quello non ce ne sono stati». La fonte di Tempi.it racconta anche che nei giorni precedenti «ci sono state ripetute riunioni in questura, un fitto scambio con i vertici delle forze dell’ordine, e con il personale impiegato, per decidere dove porre i vari dispositivi di sicurezza (i contingenti delle forze dell’ordine, ndr). Quando ci si aspetta una manifestazione violenta, bisogna preparare psicologicamente gli uomini per evitare che si degeneri in stress emotivo o violenza. E assicuro che è stato per l’equilibrio nell’atteggiamento di tutta la catena che si è evitato il peggio, che non si è arrivati al morto».

Nei briefing era stato deciso il dispiegamento di forze in alcuni punti strategici: la scelta, come ha poi spiegato il questore di Roma Francesco Tagliente, è stata di proteggere i palazzi del potere. Così facendo è stata lasciata sguarnita la restante città? «No. Anzi, il dispositivo è stato cambiato più volte in corsa. Avevamo uno zoccolo duro di uomini che “cinturava” il centro, perché le informative davano l’intenzione ferma e motivata di andare verso la Camera e il Senato, e un altro che controllava le vie di accesso tra il percorso del corteo e questi obiettivi. In via Cavour è successo persino che i black bloc abbiano approfittato di alcuni alberghi con il doppio ingresso, per avvicinarsi al centro. Un altro dispositivo era in Piazza del Popolo, da dove, secondo le informative, sapevamo che gruppi ultras avrebbero cercato di agganciare il corteo. Parallelo al corteo c’erano pure contingenti da 100 uomini, pronti all’intervento. Sono gli stessi che poi hanno “caricato” in fondo a via Labicana».

Come sono iniziati gli scontri? «In via Cavour i black bloc si sono sganciati dalla pancia del corteo e hanno rotto le vetrine del supermercato Elite. Il corteo occupava completamente la via; c’era una massa molto fitta, con la mescolanza di manifestanti non violenti e gli altri, se fossimo intervenuti in quel punto ci sarebbe stata una carneficina. Nella coda del corteo, grazie agli elicotteri, avevamo notato che un gruppo di un centinaio di black bloc, pronti a far da spalla ai primi. In quel momento potevano intervenire, ma c’era il rischio per i manifestanti pacifici, e proteggerli è stata sempre una delle nostre priorità. Il punto di un possibile intervento è stato cambiato due volte in quella fase, fino alla scelta finale di via Labicana, che era un “teatro” più ampio e consentiva anche ai manifestanti pacifici di allontanarsi. In via Labicana siamo intervenuti in maniera energica, molto molto forte, anche con gli idranti, e intanto abbiamo deviato il percorso del corteo, facendolo arrivare a piazza San Giovanni dall’alto e ricompattato gli uomini».

Intanto a piazza San Giovanni ci sono stati nuovi scontri. L’immagine del carabiniere che è riuscito a fuggire da una camionetta, poco prima che venisse data alle fiamme ha agghiacciato il mondo. Come è possibile che sia rimasto isolato? «No, quella camionetta non era affatto isolata. A piazza San Giovanni c’erano almeno quattro o cinque camionette, che cercavano di respingere le ondate di black bloc. Ma una camionetta ha avuto un’anomalia al motore, e quindi è diventata un obiettivo facile per i black bloc. Un’altra camionetta intanto è riuscita a coprire la fuga al carabiniere». Dodici persone sono state arrestate, e otto fermate, a parte Fabrizio Filippi, “er pelliccia” identificato tramite le foto: come si è arrivati a queste altre persone? «I dodici sono stati arrestati in flagranza, come gli otto fermati, tutti bloccati nelle fasi vive degli scontri. Ora la Digos prosegue, con un fitto lavoro di analisi del materiale video acquisito, anche tramite web». I difensori di alcuni di questi ragazzi sostengono che proprio dai video si vedrebbe che non si tratta di black bloc, e sul web circola un video in cui si vedono alcuni ragazzi fermati, mentre una signora romana da un balcone grida: «Non sono loro che dovete prendere!». Cosa rispondete, c’è la possibilità di errori in questo momento? «Non c’è nulla da rispondere. Sarà l’autorità giudiziaria a fare le valutazioni. Ma assicuro che non prendiamo capri espiatori a caso».

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