
Da 300 a 3: i numeri della repressione cinese a Hong Kong

L’associazione che per 32 anni ha organizzato la veglia di Tienanmen a Hong Kong sta per essere sciolta. La riunione d’emergenza tra i vertici dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici e democratici cinesi ha raggiunto la conclusione che restare aperti e lottare per la democrazia alla luce del sole è ormai impossibile. I pochi sopravvissuti alla prima ondata di arresti, seguita all’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale nel luglio dell’anno scorso, hanno deciso di annunciare lo scioglimento al più presto dopo che la polizia della sicurezza nazionale ha accusato l’Alleanza di agire per conto di forze straniere. L’accusa potrebbe portare i vertici dell’Alleanza alla condanna all’ergastolo.
Anche su Hong Kong cala l’oblio
In una lettera inviata mercoledì a sette membri del comitato permanente dell’Alleanza – due dei quali si trovano già in carcere per altri motivi (Lee Cheuk-yan e Albert Ho), mentre una terza (Chow Hang-tung) è stata rilasciata su cauzione – la polizia ha chiesto di fornire entro il 7 settembre nome, cognome, numero di telefono, numero di carta d’identità, data di nascita e indirizzo di residenza di tutti coloro che hanno lavorato per l’associazione negli ultimi 32 anni. Se i dati non arriveranno in tempo, l’Alleanza sarà multata e i responsabili potrebbero essere condannati fino a sei mesi di carcere. La polizia della sicurezza nazionale ha chiesto anche di rendere note tutte le transazioni bancarie dell’associazione, sospettando legami con il magnate pro democrazia Jimmy Lai, anch’egli già in carcere.
È molto probabile che, invece di fornire simili informazioni, l’Alleanza verrà sciolta dopo 32 anni di attività e lotta incessante per la democrazia a Hong Kong. Con la sua scomparsa, non avrà più luogo neanche l’unica manifestazione in tutta la Cina dove viene ricordata annualmente la strage di Piazza Tienanmen del 4 giugno 1989.
Libri per bambini proibiti
L’Alleanza sarebbe solo l’ultima delle associazioni pro democrazia di Hong Kong a essere costretta a chiudere: nelle ultime settimane hanno annunciato lo scioglimento sia il sindacato degli insegnanti della città, che il governo voleva trasformare in un organo di controllo del personale docente, sia il Fronte civile per i diritti umani, organizzatore delle storiche manifestazioni alternative dell’1 luglio, giorno in cui il governo festeggia il ritorno di Hong Kong alla Cina. Le manifestazioni dell’1 luglio hanno sempre portato in piazza centinaia di migliaia di persone ma, come per la veglia di Tienanmen, il dissenso pubblico non è più permesso nell’ex colonia.
Solo negli ultimi due mesi, la legge sulla sicurezza nazionale ha portato alla prima condanna in base alla nuova legge di un 24enne a nove anni di carcere per aver guidato una moto contro tre poliziotti sventolando una bandiera con scritto: “Liberare Hong Kong, rivoluzione del nostro tempo”; all’arresto dei giornalisti dell’Apple Daily e alla chiusura del quotidiano democratico; alla denuncia di editori e librai per aver esposto, durante la consueta fiera dell’editoria, libri “sospetti” e potenzialmente critici del regime come La fattoria degli animali di George Orwell; all’arresto per sedizione di cinque terapisti per aver pubblicato libri per bambini, tre dei quali riportavano storie allegoriche in cui delle pecorelle difendevano un villaggio dai lupi (secondo la polizia queste storie «incitavano all’odio contro il governo»); all’arresto di quattro leader degli studenti dell’Università di Hong Kong.
Vietato non presentarsi in Parlamento
Non solo. Dopo aver costretto alle dimissioni dal Parlamento tutti i deputati democratici, dopo averli denunciati e arrestati per aver organizzato le primarie in vista delle prossime elezioni, dopo aver cambiato la legge elettorale in modo tale che solo i “veri patrioti” possano essere eletti (leggi, i comunisti), dopo aver definito un “crimine” ogni tentativo di contrastare democraticamente le decisioni del governo, dopo aver approvato una legge per condannare al carcere chi esorti i propri concittadini a votare scheda bianca nelle elezioni, il governo ha approvato una nuova legge per multare quei deputati eletti che, non presentandosi in Parlamento, impediscano l’approvazione di una legge per mancato raggiungimento del quorum.
È l’ultima follia di Hong Kong, dove ormai in Parlamento risiede un solo deputato non eletto all’interno di partiti pro Cina. Nonostante non sia più presente alcun politico che voglia o possa fare legalmente ostruzionismo, il Legco ha ugualmente voluto introdurre una nuova punizione, perché a nessuno salti in mente di non allinearsi ai dettami del regime comunista.
Il “test di patriottismo” fallito
I deputati estranei all’establishment favorevole al regime erano rimasti in due, ma uno di loro, Cheng Chung-tai, è stato cacciato giovedì dopo non aver superato il “test di patriottismo” effettuato dal nuovo organismo incaricato di valutare il livello di patriottismo dei funzionari pubblici. Cheng è stato definito un «bugiardo» che ha cercato di «coprire il suo passato». Negli ultimi anni si sarebbe comportato in modo «non patriottico» attraverso la scrittura di libri e articoli polemici verso la Cina, oltre che attraverso la partecipazione a non meglio specificate «manifestazioni».
Il regime comunista è già ultrasicuro di governare Hong Kong in futuro: ha arrestato tutti i politici che sognano la libertà per la città, ha istituito una commissione per squalificare tutti i candidati infedeli alla linea di Pechino e, per sicurezza, ha dimezzato il numero di seggi del Parlamento (portandolo da 35 su 70 a 20 su 90) per i quali i candidati verranno eletti direttamente dalla popolazione. Nonostante questo, come rivela un’analisi di Hkfp, ha trasformato in una farsa persino la composizione della Commissione elettorale di 1.500 membri che dovrà nominare il prossimo governatore e 40 membri su 90 del Parlamento.
La repressione in numeri: da 300 a 3
Il 26 agosto è scaduto il tempo per presentare la propria candidatura alla Commissione elettorale: sono arrivate 1.016 candidature per 967 seggi. I rimanenti 533 seggi sono stati direttamente nominati da corporazioni pro Pechino. Su 1.016 candidati, solo tre non appartengono a gruppi favorevoli al regime. Dei 1.016 candidati, 603 saranno eletti automaticamente visto che (guarda caso) il numero dei candidati corrisponde esattamente ai seggi disponibili nei settori in cui sono state presentate le nomine. Dunque, solo 413 candidati su 1.500 dovranno davvero affrontare una competizione, anche se, nella maggior parte dei casi, sarà soltanto di facciata.
Secondo lo scienziato politico dell’Università cinese di Hong Kong, Ivan Choy, il fatto che la stragrande maggioranza dei seggi sarà automaticamente assegnata ai candidati per mancanza di competizione indica che la legge elettorale è stata disegnata «attentamente» e che il nuovo sistema «ha cominciato a funzionare. I candidati si accordano tra loro, penso che questo fosse ciò che Pechino si aspettava».
I numeri parlano chiaro: se nel 2016 più di 300 candidati democratici hanno partecipato alle elezioni per 1.200 posti, quest’anno ci sono soltanto tre coraggiosi superstiti per 1.500 posti. E c’è chi chiama ancora Hong Kong “democrazia”.
Foto Ansa
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