
Cristiani colpevoli, islamici innocenti?

Quando un giovanotto da poco sbarcato in Europa entra in una chiesa portando con sé un coltello e una copia del Corano e uccide tre cristiani che erano lì a pregare gridando “Dio è grande!”, affrettarsi a commentare che la religione non c’entra con questo genere di delitti non sembra la cosa più intelligente. E appena un filo meno stupido risulta il commento “ma il vero islam naturalmente non è quello rivendicato dal terrorista”: di questo bisognava convincere il giovane assassino prima che diventasse tale, non i lettori di giornali e gli spettatori dei telegiornali che vengono a conoscenza del fatto di cronaca. Ai quali non interessa sapere se l’islam del terrorista sia vero o falso, ma perché con preoccupante regolarità in molti luoghi del mondo e ripetutamente in Francia ci siano persone – native o straniere – che in nome di quella religione tolgono la vita agli innocenti. Vogliono sapere perché sia così difficile insegnare a un certo numero di giovani musulmani che la loro fede religiosa non è il passaporto per uccidere legittimamente cristiani e miscredenti.
Non molto più intelligente dei primi due commenti è quello di chi dice: «Maometto era un capo militare e il Corano è pieno di versetti che inneggiano alla Guerra Santa, perciò è normale che ci siano musulmani che trovano nella propria tradizione religiosa giustificazioni per atti efferati». Ma anche nell’Antico Testamento si trovano molti esempi di violenze atroci che godono della sanzione religiosa, eppure è estremamente raro che ebrei e cristiani – che considerano la Bibbia parola di Dio – traggano ispirazione dalle violenze veterotestamentarie religiosamente legittimate per i loro comportamenti odierni. In Ezechiele 23 – per fare un esempio fra tanti – il Signore Dio dispone una morte atroce per due prostitute, Ohola e Oholiba: devono essere lapidate e fatte a pezzi dalla folla; a Oholiba devono essere pure tagliati il naso e le orecchie da viva. Non ho notizie di ebrei o cristiani che oggi lapidano e fanno a pezzi le prostitute, mentre ho notizia di paesi islamici dove fino a tempi recentissimi veniva praticata la lapidazione delle adultere, richiamandosi alle pene corporali (hudud) ammesse dalla sharia, la legge coranica.
Nell’ultimo decennio i governi islamici hanno quasi del tutto smesso di eseguire condanne capitali in questo modo disumano, che però è ancora di casa nei territori sotto il controllo dei talebani in Afghanistan, di al-Shabab in Somalia, dei Boko Haram in Nigeria. Da tutto questo possiamo trarre la conclusione che Corano e Bibbia non generano necessariamente fra i credenti di oggi degli imitatori degli atti atroci che in essi sono descritti come volontà di Dio, ma per il Corano l’aggiornamento dell’interpretazione letteralistica appare in ritardo e contrastato da forti controspinte.
Perché? Sinteticamente i motivi sono due. Uno è che l’esegesi storico-critica del testo del Corano resta a tutt’oggi un tabù. Nasr Abu Zayd, l’intellettuale egiziano che negli anni Novanta tentò di riaprire le porte dell’interpretazione del libro sacro proponendo un’ermeneutica che leggeva la lettera del testo alla luce del contesto storico in cui era stata scritta, fu dichiarato apostata da una Corte del Cairo e costretto a fuggire in Olanda con la moglie. Il secondo motivo è che le autorità religiose che nei paesi musulmani sono incaricate di custodire l’ortodossia della fede sono anche funzionari di nomina governativa; non si tratta di figure politicamente indipendenti, ma di agenti dello Stato che devono parlare e agire in difesa del sistema. Perciò non sono considerati autorevoli da parte di coloro – e non sono pochi – che hanno di che lamentarsi di quello che normalmente il governo fa. Se il Gran Mufti, che è il massimo funzionario religioso dello stato, proclama un’interpretazione pacifista dell’islam, chi vorrebbe rovesciare il governo perché lo giudica corrotto e iniquo è indotto a pensare che invece l’interpretazione giusta sia quella guerresca.
Di queste cose bisognerebbe discutere e tentare approfondimenti, in Occidente come in Oriente, anziché ripetere a ogni attentato terroristico di matrice jihadista vuoti slogan come “ma il vero islam non è questo” e il suo opposto “a causa dei versetti del Corano sempre avremo questo genere di terroristi”. Dei due slogan semplicistici, il più pericoloso è senz’altro il primo, che domina a livello di classi dirigenti e ceto intellettuale, perché è l’espressione di un senso di colpa paralizzante. Se l’evento di Nizza si fosse svolto all’incontrario – se un cristiano fanatizzato fosse entrato in una moschea con una Bibbia in una mano e un mitra nell’altra, e avesse compiuto una strage – nessuno avrebbe commentato che “la religione non c’entra”. Tutti i commentatori avrebbero chiamato in causa l’oscura intolleranza che cova dentro al cristianesimo e che si è palesata in molti episodi del passato, dalle Crociate allo sterminio degli Albigesi, ecc. Qualche settimana prima dei delitti di Nizza sul periodico francese Philosophie Magazine è uscito un commento dell’antichista Pierre Vesperini che riprendeva un articolo della prestigiosa rivista britannica di archeologia Antiquity nel quale era raccontata la storia di un teschio femminile del IX secolo ritrovato anni fa nell’Hampshire: apparteneva a una adolescente che era stata messa a morte con l’accusa di adulterio e alla quale erano state inflitte le stesse sevizie che Ezechiele 23 riservava alla prostituta Oholiba, cioè la mutilazione del naso e delle orecchie. Da questa scoperta archeologica Vesperini trae la conclusione che la Chiesa (col sostegno dello Stato) per secoli si è impegnata in un’opera di «avvilimento delle donne» e di «distruzione morale e fisica» delle stesse, e pertanto è responsabile dei femminicidi e del maschilismo odierni. Questi non avranno fine finché «le loro radici non saranno chiaramente chiamate per nome, riconosciute ed estirpate».
Dunque due pesi e due misure: dei delitti contro le donne compiuti oggi da mariti e fidanzati lasciati che magari non hanno mai messo piede in una chiesa in vita loro è colpevole il cristianesimo, mentre se un giovane musulmano entra in una chiesa e uccide cristiani in preghiera l’intellettuale organico occidentale si affretta a comunicare che “la religione non c’entra”. Come si spiega questa schizofrenia? Col senso di colpa che domina la nostra civiltà. Poiché ci sentiamo colpevoli di tutti i crimini della storia – dallo schiavismo al colonialismo, dai roghi delle streghe alle due guerre mondiali, dalla distruzione delle foreste tropicali al razzismo istituzionale (come dicono i liberal e i BLM americani) – sempre troviamo un motivo per accusare noi stessi dei mali che si manifestano nel mondo e sempre ci sentiamo obbligati ad assolvere coloro che vengono dalle schiere degli oppressi. Non importa che coloro che sono stati oppressi dall’Occidente siano stati o siano tuttora a loro volta oppressori, schiavisti, razzisti, maschilisti, ecc.: noi vediamo solo il nostro peccato perché nutriamo un complesso di superiorità che si ribalta automaticamente in complesso di inferiorità. Da quando l’Occidente ha sostituito “io” a Dio, si è convinto di avere modellato di sé il mondo intero; e siccome il mondo è ancora pieno di persone afflitte da sofferenza e ingiustizia, noi ci sentiamo colpevoli della loro condizione e ultimamente anche delle loro cattive azioni, che non avrebbero compiuto se noi non li avessimo rovinati (questa visione delle cose è cominciata con Rousseau e non è mai finita).
Dunque il crimine di Nizza e i commenti o i silenzi che ne sono seguiti incarnano certamente la difficoltà dell’islam a liberarsi dai suoi demoni, ma esprimono una realtà ancora più grave: l’odio di sé dell’Occidente che paralizza la sua capacità di pensare, la sua volontà, la sua azione. Come disse Benedetto XVI, «l’Occidente non ama più se stesso: della sua storia oramai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».
Foto Ansa
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