
Covid, «il dibattito social è stato manipolato dalla Casa Bianca»

Dopo le rivelazioni di alcuni giornalisti americani sul ruolo attivo di Twitter nel censurare idee e opinioni poco gradite all’establishment progressista americano durante la campagna elettorale delle scorse presidenziali statunitensi, da nuovi documenti resi pubblici emerge con sempre maggiore chiarezza come non soltanto Twitter, ma anche altre piattaforme social usate in tutto il mondo fossero – diciamo così – “sensibili” alle indicazioni governative su quali notizie fare comparire maggiormente nelle timeline degli utenti e quali meno, e su quali account inserire in apposite blacklist che li avrebbero di fatto nascosti alla vista della maggioranza.
La Casa Bianca e gli ordini a Twitter su chi censurare
L’accusa che emerge da diverse inchieste giornalistiche nelle ultime settimane (e che alcune testate solitamente attente al tema della libertà di parola sembrano invece ignorare) è che la Casa Bianca abbia giocato un ruolo importante nella censura attuata dai social media. È il caso, delicato, delle informazioni sul contrasto al Covid-19. A fine dicembre su The Free Press il giornalista David Zweig ha analizzato molti dei Twitter Files ed è giunto alla conclusione, ben documentata, che «il governo degli Stati Uniti ha fatto pressioni su Twitter per dare maggiore visibilità a determinati contenuti e sopprimerne altri sul Covid-19 e la pandemia. Le email interne che ho visto su Twitter hanno mostrato che entrambe le amministrazioni Trump e Biden hanno sollecitato direttamente i dirigenti di Twitter a moderare i contenuti della piattaforma secondo i loro desideri».
Non stiamo parlando di complotti sul grafene nascosto nei vaccini che interferisce con il 5G permettendo a Soros di uccidere tutti i vaccinati del mondo premendo un pulsante, ma di opinioni, studi, analisi e pubblicazioni scientifiche illustrate da ricercatori ed esperti che avevano però la “colpa” di andare contro le linee guida del governo. Twitter ha cominciato a censurare e bloccare account di chi era scettico sull’utilità dei vaccini per poi allargare sempre di più la definizione di “No Vax” in modo da farvi ricadere anche chi – dati scientifici alla mano – ad esempio sosteneva che i guariti dalla malattia non dovessero vaccinarsi o che vaccinare i bambini non dovesse essere una priorità.
Non “lo dice la scienza” ma “lo dice il governo”
Dietro a molte di queste censure c’era lo staff del presidente Biden, «molto arrabbiato» per il fatto che Twitter non fosse più aggressivo nel cancellare sempre più account che portavano avanti una linea diversa da quella della Casa Bianca. Diverse email proverebbero che ogni volta in cui Washington si lamentava, Twitter obbediva e censurava di più (con cortocircuiti divertenti come il blocco di account i quali sostenevano che Covid non era la principale causa di morte nei bambini, e lo facevano con i dati federali ufficiali). Dall’inchiesta di Zweig emerge in modo lampante come dietro alle decisioni di Twitter non ci fosse l’amore per la verità scientifica, tanto sbandierato in quei drammatici mesi, ma una volontà politica: non “lo dice la scienza”, ma “lo dice il governo”.
Tweet che sostenevano che dopo il vaccino non ci si sarebbe più contagiati o che il Covid era la principale causa di morte tra i bambini sono rimasti pubblici nonostante, quelli sì, fossero fuorvianti e fake. Gli scambi di email interni a Twitter pubblicati danno un quadro inquietante di un’azienda non più piattaforma libera e del libero confronto, ma braccio armato della propaganda governativa (si è arrivati a discutere, a livello dirigenziale, della cancellazione di un tweet in cui Trump, guarito dal Covid, invitava gli americani a “non avere paura” grazie ai vaccini, sostenendo che l’ottimismo poteva essere disinformazione) anche su argomenti dibattutti in tutto il mondo, come l’opportunità di chiudere le scuole o meno.
Le accuse a Facebook e Google di fare lo stesso
Lo stesso è successo – è la tesi dei querelanti americani nel recentissimo caso Missouri v. Biden, di cui ha scritto il Wall Street Journal – con altre piattaforme, in particolare Facebook e Google, che avrebbero man mano cambiato le proprie politiche di controllo e censura dei contenuti in base alle richieste della Casa Bianca, privando il dibattito di voci autorevoli e scientificamente preparate ma non in linea con Washington.
Ciò che preoccupa di tutta la vicenda, letta anche con il senno di poi, è la modalità sovietica (o cinese) con cui il potere costituito ha manipolato piattaforme ufficialmente non schierate, vendendo come scienza inconfutabile (legittime) decisioni politiche e andando contro il Primo emendamento della Costituzione americana, che impedisce al governo di attuare censura di opinioni e punti di vista. Altro che troll e fake news. Non si tratterebbe di libere scelte editoriali dei board di Twitter, Facebook o Google, ma dell’Amministrazione che fa cancellare opinioni sgradite. Ieri sul Covid, domani su cosa?
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