
Cosmetico Veronesi
Sì, d’accordo, non è la famigerata RU-486, la pillola abortiva criticata anche dalle femministe per i pesanti effetti collaterali, che Giuliano Ferrara a suo tempo definì “prezzemolo tecnologico” e qualcun altro etichettò come “pesticida umano”; sì, d’accordo, è già stata adottata o è in via di adozione come prodotto farmaceutico in una decina di paesi della Ue. Ma questo non toglie che tutta la faccenda del Norlevo, la cosiddetta “pillola del giorno dopo” che il ministro della Sanità Veronesi sta per introdurre nelle farmacie italiane, presenta i classici connotati della operazione di manipolazione dell’opinione pubblica, di marketing commerciale spudorato, di guerra ideologica e culturale che mira a mutare la nozione stessa di concepimento della vita umana.
Castronerie ministeriali
L’antefatto è noto: il 30 settembre Veronesi autorizza la distribuzione per la fine di ottobre del Norlevo in ambulatori e farmacie. La sinistra esulta, buona parte dell’opposizione di centro-destra protesta vibratamente. Per Gloria Buffo dei Ds si tratta di una “buona notizia” perché “finalmente avremo anche in Italia uno strumento in più per ridurre l’inizio di gravidanze indesiderate”; invece Alfredo Mantovano di An ammonisce: “Autorizzando la distribuzione del farmaco il ministro della Sanità si rende responsabile di una grave violazione della legge 194, che ha introdotto in Italia l’aborto legale”. Infatti se medici e farmacisti mettessero a disposizione il farmaco senza rispettare le procedure della 194, che prevedono anche un colloquio con la donna prima della decisione, “sarebbero responsabili del reato previsto dall’art. 19 della stessa normativa, cioè l’aborto clandestino, che prevede la reclusione fino a tre anni”. Come reagisce il ministero davanti a questa messa in guardia? Con una nota ministeriale che sembra scritta da Pinocchio o da un suo parente stretto. Il Norlevo, vi si legge, “non svolge nessuna azione abortiva in quanto il meccanismo consiste nell’impedire l’impianto dell’ovulo fecondato o nel blocco dell’ovulazione”. Tre castronerie tre. Cominciamo dalla terza, quella del “blocco dell’ovulazione”. Il Norlevo non funziona assolutamente così, perché “non contiene –come spiega il prof. Roberto Colombo- a differenza delle usuali pillole contraccettive, un estrogeno associato al progestinico, mentre il blocco dell’ovulazione è reso efficace proprio dall’associazione estroprogestinica”. Infatti il blocco dell’ovulazione è il tipico effetto delle pillole anticoncezionali tradizionali, contenenti un estrogeno e un progestinico. La seconda castroneria è quella circa l’”impianto dell’ovulo fecondato”. Qualunque studente di medicina sa che a impiantarsi nell’utero non è l’”ovulo fecondato”, ma un’entità pluricellulare che si è formata nel giro di alcuni giorni e che tecnicamente si definisce prima morula e poi blastula, mentre nel linguaggio comune si chiama embrione. “Il Norlevo –spiega Luigi Frigerio, primario di ginecologia agli Ospedali Riuniti di Bergamo- agisce a livello della mucosa endometriale, cioè della cavità dell’utero, impedendo l’annidamento del prodotto del concepimento qualora la gravidanza sia iniziata. Il concepimento avviene nella stragrande maggioranza dei casi nella tuba, e la discesa del concepito in utero è un viaggio che dura 5-6 giorni, anche una settimana. Allora questo intercettore ormonale che è il Norlevo agisce a livello post-concezionale, quindi, laddove la gravidanza fosse iniziata, si tratterebbe di un micro-aborto. E’ questa la ragione per cui molti medici obiettano contro questo prodotto”.
Parentela ideale con la RU 486
Ma perché il ministero si ostina a negare il carattere abortivo del Norlevo? In fondo in Italia l’aborto è già legalizzato e non dovrebbe essere così difficile un opportuno aggiustamento della 194. E allora? E allora il vero oggetto del contendere è ideologico e culturale. Il Norlevo, a livello di funzionamento, c’entra poco o nulla con la RU 486 creata da Emile Baulieu, ma c’entra tantissimo a livello ideale. Norlevo e RU 486 condividono l’obiettivo di trasformare l’aborto in un “atto privato” il più possibile non medicalizzato. Ma non solo. Come spiega Vittorio Tambone, esperto di bioetica, “Baulieu è stato molto esplicito nel mostrare quale sia il progetto ideologico che si trova dietro alla nozione, da lui coniata, di “contragestione”: si tratta della soppressione culturale della coscienza dell’aborto. Si tratta del desiderio di privatizzare questo tipo di intervento, cercando una soluzione molecolare ad un problema biologico. Non si tratta soltanto di eliminare il senso di colpa legato all’aborto, ma di ridurre la trasmissione della vita umana a qualcosa di essenzialmente fisiologico: l’embrione diventa in questo modo soltanto un tessuto ormono-dipendente, il cui sviluppo e sopravvivenza può essere regolato attraverso “antiormoni”. Si va al di là della negazione dei diritti dell’embrione puntando addirittura a negarne la reale esistenza”. Il che, fra parentesi, è esattamente ciò che ha tentato di fare anche il prof. Veronesi in occasione del suo famoso intervento al Meeting di Rimini, parzialmente fischiato dalla platea. Imboccando la strada aperta da Edwards, (il creatore della fecondazione in vitro), che per primo ha “negato la centralità della singamia (cioè della fusione fra cellula sessuale maschile e cellula sessuale femminile che dà vita a un nuovo individuo, con DNA diverso da quello delle due cellule precedenti– ndr) nel processo vitale ed equiparando tutti i fenomeni biologici in un non meglio specificato “processo continuo” nel quale la vita trasmuterebbe le sue forme”. Mica scemo, il popolo del Meeting.
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