
«Così quei bambini nati in Francia diventano assassini islamisti»

Articolo tratto dal numero di novembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
Come tutti i professori francesi, anche Christophe Desmurger è rimasto «scioccato» quando ha appreso che Samuel Paty era stato decapitato. «Potevo esserci io al suo posto o chiunque altro della mia categoria», dichiara a Tempi. Oggi il 45enne insegnante delle elementari vive e lavora a Parigi, in una scuola del centro storico che sembra lontana anni luce dalle inquietudini delle periferie. Nei «territori perduti della Repubblica», e non solo, l’islamizzazione della scuola pubblica è così forte da spingere, secondo un sondaggio Ifop, il 40 per cento dei docenti ad autocensurarsi per evitare problemi con gli alunni musulmani. Desmurger però conosce bene quei quartieri abbandonati dallo Stato al degrado e alla violenza dove la scuola è l’unico avamposto della Repubblica e dove sedersi in cattedra equivale ad acquattarsi in trincea.
L’avanzata dell’estremismo, che ha spinto l’ex ispettore generale dell’Educazione nazionale, Jean-Pierre Obin, a fare uscire proprio nelle ultime settimane un libro dal titolo Come abbiamo permesso all’islamismo di penetrare a scuola, Desmurger l’ha vista in prima persona in tempi non sospetti. La sua carriera di insegnante, infatti, è cominciata a 25 anni in un complesso della banlieue di Lione, in una delle tante Zone di educazione prioritaria (Zep), così vengono definiti gli istituti in contesti sociali difficili, disseminate per la Francia. Il suo è stato un battesimo del fuoco, visto che è entrato in classe per la prima volta nel settembre 2001, subito dopo gli attentati alle Torri gemelle. È riflettendo su quella esperienza che ha scritto il suo primo romanzo, Des plumes et du goudron (Piume e catrame), seguito dal recente Zone d’éducation privilégiée (Zona di educazione privilegiata).

Professor Desmurger, è rimasto sorpreso dall’assassinio di Paty?
Sì, perché non si è mai preparati al peggio, anche se sapevo in qualche modo che gli insegnanti erano un obiettivo potenziale, perché fanno parte del “programma politico” dell’Isis. Attaccano coloro che definiscono “miscredenti” ma nessuno è al sicuro.
Nel 2001 ha visto la minaccia islamista muovere i primi passi nella scuola.
Ero un insegnante alle prime armi e dopo il 2001 ho dovuto affrontare ogni tipo di reazioni: panico, fantasmi (un bambino temeva che venisse attaccata la Torre Eiffel) e purtroppo alcune riflessioni difficili anche solo da ascoltare. Un alunno mi disse: «Se Bin Laden venisse a citofonare a casa mia, lo nasconderei». C’era un genitore che si opponeva a far sedere il figlio di fianco a una bambina per motivi religiosi, un altro che vietava alla figlia di andare in piscina. Approfittando delle elezioni presidenziali del 2002, diedi alla classe un tema dal titolo: «Che cosa faresti se diventassi presidente?». Un alunno scrisse: «Ucciderei tutti gli ebrei».
Anche lei si autocensurava per evitare grane?
Io non l’ho mai fatto, ho sempre cercato di agire liberamente pronto a farmi carico delle conseguenze. L’unica volta che ho avuto un problema serio con un genitore, lavoravo già in un ambiente privilegiato. Con questo, ovviamente, non voglio suggerire nulla. Quando ci sono dei fanatici che esprimono forti convinzioni religiose possono esserci problemi reali in classe: viene contestata la storia o alcune teorie scientifiche. Ad ogni modo gli anni Duemila erano meno segnati dall’islamismo rispetto ad ora e le difficoltà principali che incontravo in classe erano altre.
Quali?
La scuola dove insegnavo si trovava in un contesto sociale dominato dalla violenza e questo aveva ripercussioni anche sugli atteggiamenti dei bambini. Gli studenti facevano fatica a esprimersi con un linguaggio strutturato e i loro genitori vivevano in condizioni precarie, faticando a integrarsi in una Repubblica che sembrava lontana. Tutto questo provocava un clima di tensione e di violenza.
Come ha affrontato questi problemi?
I ragazzi non mi lasciavano scelta. Ho dovuto essere fantasioso, ho dovuto crescere in fretta e farmi forza. Tutto ciò che ho imparato a livello pedagogico, l’ho imparato con loro. Ed è per rendere omaggio a questi ragazzi difficili che ho scritto il mio primo romanzo.
La scuola può davvero aiutare questi giovani?
Sì, se riesce a conquistare la loro fiducia. Non si fa sufficiente attenzione all’aspetto umano nel nostro mestiere e troppe volte si mette la pedagogia davanti a tutto. Bisogna andare incontro a ciascuno con giustizia, fermezza e benevolenza. E ogni giorno ripartire. La scuola può aiutare gli insegnanti e quindi gli alunni fissando delle regole inderogabili, però da sola non basta. C’è un vuoto in cui il veleno del fondamentalismo germoglia. Bisognerebbe sviluppare nei quartieri più difficili centri di animazione, culturali e attività sportive. Per vincere contro l’islamismo bisogna dare una prospettiva a questi giovani. Anche l’edilizia sociale non dovrebbe essere abbandonata e concentrata solo nelle periferie.
Oggi insegna in una scuola del centro di Parigi. Un bel salto rispetto alla banlieue.
È su questa Zep diversa, su questa Zona di educazione privilegiata, come l’ho chiamata, che ho voluto scrivere il mio nuovo romanzo. Nel mondo privilegiato dei quartieri più chic non è tutto rosa e fiori. Gli studenti vivono sotto la pressione della riuscita sociale, i bambini sono spesso disorientati perché i genitori hanno molti mezzi ma poco tempo da dedicare loro. È un mondo gerarchizzato dal denaro e non per forza privo di violenza. I bambini di questi “due mondi” sono un po’ gli stessi: vivono le gioie e le difficoltà di tutti i bambini del mondo. Certo, la forma è diversa, il modo di esprimere le emozioni è diverso ma la società non dovrebbe essere divisa in quartieri “difficili” e quartieri “chic”.
Lei pensa che il governo abbia chiuso gli occhi davanti all’islamismo, come ripetono in tanti in Francia?
Non credo che abbia “chiuso gli occhi”, di sicuro c’è stata troppa prudenza. Il problema è scottante e chi governa non gli ha preso bene le misure. Penso che nel 2015, dopo gli attentati di Charlie Hebdo e del Bataclan, abbiamo sbagliato. Credevo che tutta la società si sarebbe interrogata su ciò che stava avvenendo.
Cioè?
Abbiamo scoperto che dei bambini nati in Francia diventavano assassini nel nome di una causa malata. Noi siamo andati a cercare il nemico all’estero, in Siria, ma non è stato abbastanza.
C’è una crisi dell’educazione in Francia?
È evidente, ma riguarda più in generale le società occidentali, credo. In un mondo che va veloce e sembra incontrollabile si sono persi i punti di riferimento. Tutti sembrano un po’ spersi: genitori, figli, lavoratori, insegnanti. La crisi dell’educazione penso derivi dalla crisi della società e della politica. Troppo spesso si chiede alla scuola di sostenere la società, ma dovrebbe essere il contrario: sono società e politica che devono sostenere una scuola tollerante quando serve e intransigente sui valori. Questo tempo è permeato dal dubbio ed è in questo clima che si fanno strada le cattive ideologie e le soluzioni radicali.
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