
Così la tirannia del «desiderio unilaterale» uccide la democrazia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Pubblichiamo ampi stralci della relazione tenuta da Rocco Buttiglione il 25 novembre scorso al convegno dell’Università Lateranense su “Bene comune, dignità e libertà tra ragioni e regole”, organizzato dall’area di ricerca “Caritas in Veritate” e dalla cattedra Giovanni Paolo II istituita dalla Fondazione Fede e Scienza.
Le donne e gli uomini della mia generazione sono cresciuti nel mito del progresso lineare. La storia progredisce sempre verso il bene e, naturalmente, l’Europa (e gli Stati Uniti) marcia alla testa del cammino della storia. Il movimento della storia culmina con le democrazie occidentali. Per una fase si è pensato che una nuova tappa ulteriore del progresso storico si delineasse all’orizzonte: il comunismo. Poi il comunismo è fallito e si è affacciata la convinzione che la storia fosse finita.
Oggi questo mito si è molto indebolito ed è difficile trovare qualcuno che ci creda davvero fra gli storici e i filosofi. Esso tuttavia persiste come una specie di substrato inconfessato nelle valutazioni dei giornali e della cultura di massa. Il motivo di questa permanenza è probabilmente il fatto che ancora non abbiamo trovato un principio ordinatore alternativo che ci serva da criterio per comprendere il mondo e per orientarci in esso. In questo contributo voglio proporre alcune tesi sulla cultura della crisi per cercare di ritrovare alcuni punti di riferimento.
1. Dobbiamo cercare di comprendere il mondo a partire dal primato non dell’economia, ma dell’autocoscienza umana. L’uomo è guidato nell’azione dalla idea che ha di se stesso e della propria dignità. Nel definire cosa è un bene economico noi siamo naturalmente condizionati dalla nostra struttura biologica (sistema dei bisogni) ma la struttura biologica è assunta dal soggetto sulla base di una visione ideale di sé che egli si sforza di realizzare (sistema dei desideri). Nelle nostre società avanzate la gran parte del tempo e dello sforzo lavorativo sono orientati dal sistema dei desideri piuttosto che dal sistema dei bisogni.
2. Il sistema dei desideri ha una struttura oggettiva (come il sistema dei bisogni). Desideriamo comprendere la realtà (desiderio di verità), desideriamo essere riconosciuti e amati (desiderio del bene), desideriamo godere della bellezza. Il sistema dei desideri, tuttavia, è in larga misura plasmato storicamente. Perfino il riconoscimento di ciò che è alimento adeguato per saziare la fame può variare da una cultura all’altra. La maggior parte delle culture pone un tabù alimentare sulla carne umana, alcune invece no. Gli occidentali non mangiano la carne dei cani, i cinesi sì.
3. Il sistema dei desideri di ciascuno si forma fondamentalmente nei primi anni di vita all’interno della famiglia. Ogni generazione consegna a quella successiva la propria esperienza non solo delle tecniche del lavoro e quindi del modo di assoggettare la natura, ma anche di ciò che vale la pena di desiderare e quindi del modo di ordinare e soddisfare i propri desideri.
4. Le forme storiche di organizzazione della famiglia costituiscono dunque le strutture fondamentali della personalità.
5. La personalità si costituisce attraverso una gerarchizzazione dei desideri e viene unificata da un principio di responsabilità. Dio chiama Abramo e Abramo gli risponde. Il desiderio di rispondere alla chiamata e di essere fedele all’alleanza con Dio diventa il principio organizzatore della vita di Abramo. Ogni avvenimento e ogni desiderio verranno giudicati dal punto di vista della conformità o difformità con questo desiderio fondamentale. Responsabilità deriva dal latino respondeo, rispondo. La responsabilità è una risposta a una chiamata. Più esattamente il verbo re/spondeo è un iterativo del verbo spondeo che significa prometto. La responsabilità è una promessa che risponde a una promessa, cioè un’alleanza.
6. La religione è la forma dell’autocoscienza umana. La religione è insieme l’appello dell’assoluto e la risposta della creatura attraverso cui si costituisce l’autocoscienza. Essa unifica la persona e, insieme, la società.
7. L’idealismo ha pensato il soggetto come se esso fosse una realtà originaria, assoluta, indipendente. Per fare questo ha oscurato il processo di formazione del soggetto, la sua genesi storica e psicologica.
8. Marx, Nietzsche e Freud hanno invece messo in luce il carattere derivato della soggettività umana. Essi vedono che il soggetto è una realtà mobile, precaria, che si forma storicamente sotto la pressione della società, della necessità di soddisfare gli istinti, del desiderio del riconoscimento. Il decostruzionismo moderno denuncerà il soggetto come un inganno e uno strumento del potere; identificherà la verità dell’uomo non con il soggetto ma con il magma degli istinti che il soggetto soggioga per affermare sé. Esso non vede però che la repressione dell’istinto e la formazione dell’io sono necessarie per permettere la sopravvivenza dell’individuo. Solo attraverso il compimento del dovere (lavoro) l’uomo può dominare l’ambiente e trarre da esso il necessario per la vita.
9. Freud ha espresso meglio di altri l’antinomia della soggettività: solo attraverso la repressione dell’istinto è possibile assicurare la sopravvivenza dell’individuo. L’energia degli istinti deve essere distolta dal piacere e canalizzata verso il dovere. Se il processo va troppo oltre, però, il soggetto perde la voglia di vivere o si trova a dover fronteggiare la ribellione dell’inconscio. Per esistere è necessario agire secondo la legge ma l’azione secondo la legge comprime il desiderio, lo condanna e lo spegne. È interessante osservare che ciò che Freud dice sulla legge incrocia ciò che sulla legge ci dice un altro grande ebreo, Paolo di Tarso.
10. All’interno del post-strutturalismo contemporaneo Julia Kristeva è forse quella che nel modo più deciso ha riscoperto la funzione dello spazio religioso. Non possiamo comprendere la costituzione dell’io come un semplice effetto della pressione di conformità dell’ambiente e dell’istinto di autoconservazione o della domanda di riconoscimento. Tutti questi elementi entrano nella costituzione dell’io. Il principio formale della costituzione dell’io è però l’appello dell’assoluto e la risposta a tale appello. La repressione del desiderio trova la sua giustificazione adeguata in un desiderio più grande e nella speranza del compimento di un desiderio più grande. Un teologo direbbe: la giustificazione ultima della legge è nella speranza della redenzione.
11. Le diverse culture organizzano in modo diverso la struttura dei desideri e quindi anche quella della soddisfazione dei bisogni. Il modo in cui esse lo fanno dipende ultimamente dalla concezione che hanno dell’assoluto, dell’appello ultimo davanti al quale, per rispondergli, si costituisce il soggetto. Ci ricordiamo infatti di esistere quando qualcuno ci chiama per nome. Chi chiama per nome ultimamente è Dio. La chiamata di Dio, però, è filtrata esistenzialmente attraverso molte voci umane. La voce umana davanti alla quale la mia soggettività scopre se stessa è quella di un altro soggetto umano già costituito. Dice esattissimamente san Tommaso: «Nihil potest de potentia deduci in actum nisi per aliquod ens in actum». Qualunque sia il giudizio che vogliamo dare di questa tesi metafisica in altri ambiti (per esempio in cosmologia), essa è esattamente verificata nel processo costitutivo dell’autocoscienza umana.
12. La prima voce che ci chiama per nome è quella della madre. La famiglia si costituisce attorno alla relazione madre/bambino per contenerla e proteggerla. La donna lega a sé l’uomo per condividere l’impegno di nutrire ed educare il figlio. Educare significa prima di tutto comunicare le ragioni per le quali il bambino è stato accolto e fatto vivere. In queste ragioni è contenuta sia la vocazione del bambino sia il principio genetico della cultura di un gruppo umano.
13. Religione e famiglia sono connesse strettamente nella genesi dell’autocoscienza umana. La ragione adeguata per allevare un bambino invece di lasciarlo morire è la percezione in lui dell’appello dell’Assoluto. È la storia di Isacco. Naturalmente è possibile accogliere e allevare un bambino per altre ragioni, come strumento per un fine umano, anche nobile. Abramo voleva offrire il figlio in sacrificio a Dio. Dio rifiuta perché il bambino non è un mezzo per la realizzazione del desiderio del padre ma un fine in se stesso. La gloria di Dio è che l’uomo viva, il desiderio giusto del padre è che il figlio viva per il suo destino.
14. Nell’ordine simbolico del cristianesimo, che ha influenzato potentemente anche la civilizzazione occidentale, una forma della religione e una forma della famiglia sono connesse strettamente fra loro. Il monoteismo e il matrimonio monogamico convergono verso la formazione di una personalità dotata di una forza particolare. Nelle religioni politeiste l’uomo tende ad essere posseduto in momenti diversi dalla presenza di divinità diverse. Ogni passione dell’anima ha il suo dio e l’unità della persona è magmatica e provvisoria. Il Dio di Abramo e di Mosè è uno e non ne esiste alcuno simile a Lui, non esiste alcuna istanza che possa esonerare l’uomo dalla responsabilità verso di Lui. Nel rapporto con il padre e la madre il bambino interiorizza la legge della vita, il dovere di rendere conto delle proprie azioni, l’esperienza fondamentale di essere membro di una comunità insieme con i suoi fratelli, eccetera. Nella famiglia “tradizionale” si forma l’io che unisce in sé l’universale e il particolare, la cura per se stesso con la responsabilità verso il bene di tutti. Si forma cioè la persona che è contemporaneamente individuo e comunità.
15. Le strutture della rappresentanza politica democratica sono dipendenti anche esse dalla costellazione di fattori che abbiamo brevemente descritto. La rappresentanza democratica presuppone l’esistenza di comunità i cui membri si sentono parte gli uni degli altri, sono vitalmente interessati gli uni al destino degli altri e proprio per questo partecipano del medesimo bene comune.
16. Il bene comune non è la somma delle utilità individuali. Oggi spesso il bene comune viene confuso con la somma delle utilità individuali o è fatto coincidere con il Pil. I redditi prodotti possono essere sommati fra loro, ma nel concetto di bene comune non entra solo la produzione del reddito. Esso ha piuttosto a che fare con la vita buona, con la possibilità per ciascuno dei membri della comunità di camminare verso la realizzazione della propria piena verità e maturità umana. Non solo una grande ricchezza concentrata nelle mani di pochi mentre i più soffrono il freddo e la fame non costituisce il bene comune, ma nemmeno il buon successo economico della maggioranza basta a rendere giusto un ordine politico in cui alcuni (al limite uno solo) fossero violati nella loro dignità umana.
17. La crisi della rappresentanza democratica che noi oggi viviamo è legata strettamente con la crisi dei meccanismi che producono la personalità comunionale.
18. Hegel vede con grande realismo il processo attraverso cui si costituisce storicamente questo tipo di personalità e il ruolo che hanno in questo processo la famiglia e la religione. Una volta formatosi il soggetto si rende però indipendente dai suoi presupposti. Essi vengono “superati” (aufgehoben). Cosa questo significhi esattamente non è chiaro e sul significato esatto della Aufhebung la scuola hegeliana si è spaccata fra destra e sinistra. Di fatto è prevalsa l’interpretazione secondo la quale famiglia e religione appartengono alla storia dell’umanità ma il soggetto moderno, una volta costituitosi, non ne ha più bisogno.
19. La mentalità dominante si è dunque rivolta contro la famiglia e contro la religione, ha ritenuto di non averne bisogno. Le ha criticate perché non democratiche, perché strutturate attorno a un principio di differenza e non di eguaglianza, con ruoli precisamente determinati e non interscambiabili. Le è sfuggito che il soggetto responsabile e libero, per costituirsi, ha bisogno di uno spazio e un insieme di relazioni che non sono governate da una astratta regola di eguaglianza.
20. Il risultato è che si sono bloccati i meccanismi di formazione della soggettività responsabile e libera e della comunità solidale, oltre che della rappresentanza democratica. La crisi della famiglia ci consegna un numero crescente di soggetti in cui le due polarità dell’esistenza (l’essere per se stesso e l’essere con gli altri) non si integrano più armoniosamente. Si oscilla fra una solitudine assoluta e lo smarrimento di sé in una massa indifferenziata. La crisi della religione fa in modo che non si ascolti l’appello ad essere se stessi. Non lo si ascolta nella forma radicale della voce di Dio e non lo si ascolta nelle forme mediate con cui la voce di Dio entra nella quotidianità. Si ha paura di innamorarsi e soprattutto di scommettere sulla possibilità che un innamoramento si consolidi in un amore che dura e costituisce una base solida per generare ed educare dei figli.
21. L’uomo che non è educato a padroneggiare il proprio desiderio non è in grado di riconoscere e accettare il desiderio dell’altro e il diritto dell’altro a desiderare. Ancora meno è in grado di accettare l’eguaglianza fra il proprio desiderio e il desiderio dell’altro. Uomini che non si riconoscono come membra gli uni degli altri non possono essere rappresentati politicamente. La rappresentanza politica suppone sempre la mediazione fra desideri e domande che si riconoscono di pari dignità. Se i soggetti sono estranei totalmente l’uno all’altro nessuna mediazione è possibile. Il desiderio unilaterale si afferma come diritto. Esso tenta di imporsi e, se non vi riesce, si rivolta contro la comunità, afferma la propria non appartenenza. Di qui la crisi delle democrazie occidentali che non riescono più a trovare una definizione di bene comune. Il bene comune presuppone una personalità comunionale. Se essa viene meno il bene comune non può essere definito. Il bene comune è infatti il bene di una comunità.
22. Per un certo tempo storico la fine del bene comune è stata mascherata dalla crescita economica. La politica comprava il consenso distribuendo fra diversi ceti sociali e gruppi di pressione i benefici dello sviluppo. Sommando le diverse richieste dei diversi gruppi si costruiva un simulacro di bene comune. Quando è arrivata la crisi economica, e invece di distribuire benefici ci si è trovati a ripartire sacrifici, ci si è resi conto di quanto la base solidaristica delle nostre società si fosse indebolita.
23. Adesso ci sforziamo di fare riforme costituzionali che mimino la democrazia e consentano di governare con meno consenso privilegiando il momento della decisione su quello della rappresentanza. Per aggirare la fatica di rappresentare il popolo si inventano strumenti istituzionali sempre più complessi per ottenere che il potere di decidere sia delegato a un gruppo di “saggi”. Altra alternativa sembra non esserci perché il popolo non c’è più e la massa non può essere rappresentata.
24. Se un’alternativa c’è, essa non nasce dall’interno della politica, anche se certo la politica ha un ruolo importante per permetterle di crescere e di generalizzarsi. Se la crisi della cultura nasce dalla religione e dalla famiglia, la ripresa può ricominciare solo lì da dove è iniziata la crisi. Ogni qual volta due giovani si innamorano, si sposano e fondano una nuova famiglia, insieme con loro rinasce la speranza dell’uomo. Ogni qual volta un uomo sente la voce di Dio che chiama e si mette in gioco per seguirla, lì la salvezza diventa di nuovo possibile. La salvezza è possibile quando l’uomo riconosce la grazia e si affida alla grazia.
Nel tempo della crisi dell’uomo, nel tempo della crisi antropologica, è bene ripetere le parole del Re Davide:
«Io volgo il mio sguardo ai monti
Da dove può venire l’aiuto?
L’aiuto ci viene dal Signore
Creatore del cielo e della terra».
Dall’invocazione dell’aiuto di Dio ricomincia il cammino della speranza.
Foto Ansa
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13 commenti
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Giovanna ma l’hai portato il TROLLey?? Ahahahaha parla solo di quello aiutatela rinchiudetela subito in un posto adeguato che la aiuti, prima che perda la testa definitivamente!
Daiiii, trollona…..ancora una troll-firma !
Bob-paolab, fai pena !
Chi era che negava l’esistenza di un’unica trollona su questi commenti ? 🙂
al punto 7 il primo inciampo, per me. “La religione è la forma dell’autocoscienza umana. ” l’articolo determinativo deve essere giustificato, non può essere dato come un assioma autoevidente. autoevidente sarebbe dire “La religione è una forma dell’autocoscienza umana”. ma dicendo così si perderebbe il filo del ragionamento, che tuttavia si inceppa su questa fallacia logica, per cui l’autore prende una ipotesi (tutta da dimostrare) come evidenza di partenza.
@Paolab
La religione così come citata da Buttiglione al punto 6 va intesa come “senso religioso”, cioè domanda di significato ultimo dell’esistere e che pretende risposta adeguata. E’ la risposta adeguata a questa domanda che ha costituito la forma dell’autocoscienza umana nel corso della storia. E ancora di più ha costituito la forma con cui si sono coagulate tutte le società. Da questo punto di vista anche l’ateismo è una religione, nella misura in cui fornisce una risposta soggettivamente adeguata al significato ultimo dell’esistere senza censurare le domande. Agli effetti pratici non ha mai funzionato così: l’ateismo per essere compatibile con la vita deve censurare alcune domande.
L’autore avrebbe potuto più agevolmente usare il termine cristianesimo e in quel caso la sua osservazione sarebbe stata opportuna. Ha usato il termine religione, nel suo significato letterale e più estensivo, proprio per non escludere nulla dell’umano.
Nooooo
l’arrogante, piena di sé, supponente paolab , che cita la Bibbia a iosa per dire tutto il contrario di quello che dice la Bibbia, che non capisce una cosa tanto semplice ?
Sarà che tutta la tua vecchia appartenenza religiosa è una bufala bella e buona ?
Per una che ha frequentato Giussani e si nutre di Bohoeffer…..che magra figura !
Dammi retta, invece di copiaeincollare , comincia dall’abc.
Ciao, trollona, stammi bene e non ti stancare troppo, che, come registro paolab, hai già messo due maiuscole e sarai già sfinita.
Mi sembra invece che Buttiglione – come sempre – abbia usato i termini propri.
Dice ” La religione è la forma dell’autocoscienza umana. ” e subito aggiunge ” La religione è insieme l’appello dell’assoluto e la risposta della creatura ”
Si riferisce quindi ala religione in senso proprio, e specificatamente alla religione giudaico-cristiana nella quale è la divinità a prendere l’iniziativa e il “compito” della creatura è rispondere.
Non si tratta quindi della dinamica descritta da Giussani ne “Il senso religioso”, tanto è vero che Buttiglione ai punti 2 e 3 parlando di bisogni riconosce un ruolo molto forte alla cultura e alla famiglia, mentre il testo di Giussani faceva riferimento ad un’attesa e a una domanda ontologicamente parti dell’umano.
Sono d’accordo. Buttiglione (che viene dalla scuola di Del Noce e non di Giussani, per quanto i punti di contatto siano fortissimi) ha usato il termine proprio, religione, ma nella sua accezione antropologica più ampia di irruzione del trascendente nell’umano, per quanto questa irruzione, nel cristianesimo, assume i connotati del fatto storico. E’ vero che nell’islam, per rimanere al monoteismo, non si può parlare in senso stretto di appello dell’assoluto, però c’è il libro, c’è la risposta della creatura e c’è la formazione della coscienza individuale e sociale come esito conseguente. E anche nei culti politeisti precristiani ritroviamo le stesse dinamiche. L’ateismo non propone forse il fascino di un (nulla) assoluto capace di plasmare forme di identità individuale e sociale?
I punti 2 e 3 da lei citati, più che messi in contrasto con “Il Senso Religioso”, vanno a mio avviso confrontati con i temi trattati nei volumi successivi nel PerCorso di don Giussani.
Infatti “Il senso religioso” rimane un unicum, ancor più ancora che una premessa. Personalmente ne rimasi molto affascinato ed attratto, e lo presi molto sul serio. Ma talmente tanto sul serio che gli sviluppi successivi – teoretici e pratici, e soprattutto esperienziali e comunitari – mi fecero allontanare… a crescente velocità.
Per tornare a Buttiglione.
Ritengo la critica di PaolaB assolutamente esatta: Buttiglione è bravo e frequente a mischiare ragionamenti ed affermazioni apodittiche, ipotesi ed evidenze. E siccome è tutt’altro che scemo è evidente che lo fa apposta, a mio avviso per “forzare” dalla parte sua il lettore o l’interlocutore nascondendo in un ragionamento complesso e tutto sommato dignitoso, un fine esterno. Quindi ragiona in modo che a livello intellettuale definirei semplicemente disonesto.
Riguardo all’ateismo non concordo. E’ una vecchio trucchetto basato sull’inglobare “l’avversario” nel ragionamento, considerare l’altro e contrapposto come una variante magari inconscia della propria proposta, il tutto al fine di svuotarne e non considerarne le ragioni, e al tempo stesso di applicare ad esso le categorie che si è “deciso” siano quelle “giuste”. Dialetticamente fine ma, ancora una volta, intellettualmente disonesto.
Curiosissimo, che ” lucillo” abbia avuto in passato gli stessi contatti culturali che ha avuto “paolab” !
Se tanto mi dà tanto, dovrebbe spuntare GD, che pochi mesi fa scrisse le stesse frasi , piuttosto articolate, spiccicicate di paolab, ad un giorno di distanza, ma in un’altra discussione : una piccola troll-firma.
Quanto è bello parlare con se stessi, eh, trollona ?
Ma veramente hai avvicinato in qualche modo don Giussani o la sua esperienza ?
Ne hai parlato tante volte, mi pare con altri horror-nick, oltre paolab e lucillo.
Come hai fatto a ridurti così ?
Per favore, astieniti dai nick trucidi, alla bob, che oggi non è aria.
Certo che questi nick trucidi,volgari, scurrili, ridicoli, puntuali come la morte, che accompagnano immancabilmente qualsiasi comparsa di micheleL, lucillo , paolab e affini, e non ci sono mai in assenza dei nick saccenti, sembrano così lontani dal tono tronfio e intellettualoide dei suddetti….poi, quando scappa un Lucillo trucido, che si augura che ai cristiani sia tolto il diritto di voto…si capiscono tante cose.
Sono i misteri della psiche umana.
Che poi, ricordo che l’anno scorso “paolab” diede del DISONESTO INTELLETTUALMENTE a don Giussani e oggi “lucillo” dà del DISONESTO INTELLETTUALMENTE a Buttiglione, più o meno sulla stessa tematica del senso religioso.
Strano, eh ? 🙂
Lucillo, ho letto il suo intervento cercando elementi a confutazione del mio, ma vi ho trovato prese di posizione pregiudiziali e risentimenti personali.
In particolare, mi creda, non ho nessuna intenzione di inglobare gli atei nella mia posizione e non li considero degli avversari, eccezion fatta per chi è in malafede.
Ciò che ho scritto sull’ateismo procede dalla semplice osservazione della realtà, che conferma quanto adeguatamente scritto da Giussani. Chesterton scriveva che l’uomo che non crede in Dio non è vero che non crede a niente. Nella maggior parte dei casi crede a tutto. Elton John, ad esempio, è convinto che per essere padre basti aprire il portafogli e noleggiare un utero. Non c’è niente di più umano della ricerca di un rapporto col trascendente. Anche quando il trascendente uno crede di trovarlo nel proprio gatto.
@ Su.
Il mio intervento non era infatti a confutazione, ma a descrizione e svelamento di quello che a mio giudizio è l’argomentare di Buttiglione, sia rispetto al tema della religione-autoscienza, sia rispetto all’ateismo.
Insisto sul secondo punto.
Contesto metodologicamente il ragionamento per cui l’ateismo sia una credenza in alcun modo paragonabile alla credenza religiosa se non per il fatto che siano entrambe e parimenti, appunto, delle credenze. In questo senso credenza va inteso come convinzione personale non altrimenti fondata che le cose stiano in un certo o altro modo, senza alcuna base oggettiva. Pure “Il senso religioso” alla fine propone una argomentazione molto soggettivistica sull’esistenza di Dio, semplificabile nei seguenti termini: siccome esiste la domanda deve esistere la risposta, se no la realtà sarebbe assurda. Ebbene, nulla nella realtà, pure semplicemente osservata, ci dice che essa abbia o no senso. Capisco l’esigenza, la domanda, il desiderio, l’attesa – pure il bisogno, per tornare a Buttiglione – ma essi in quanto tali non implicano che ci sia una risposta, e tanto meno che la risposta sia un dio-persona, creatore e interagente con l’umano e con la storia; tale affermazione è pre-argomentativa (o assioma, come diceva PaolaB), e l’esempio recente più potente è l’inizio della “Redentor hominis”. Non sto dicendo che tale assioma essendo assioma sia sicuramente sbagliato, le cose potrebbero effettivamente stare così, ma questa è una argomentazione non dia-logica ma pre-logica, a meno che per logica si intenda argomentazione ben infiocchettata che giustifichi quello che piacerebbe a me.
Insisto anche e di conseguenza nel ritenere intellettualmente disonesto ritenere l’ateismo una risposta “religiosa”. Le religioni tutte, anche quella del gatto, dicono che c’è un fattore – trascendente – che origina e spiega il reale, e che è importante esserci in relazione, stabilire o riconoscere o accettare un legame (religo); l’ateismo dice che tale legame non c’è, o che comunque è indifferente rispetto alla storia ed alle scelte che si compiono. Non trattasi quindi di varianti, ma di pensieri radicalmente divergenti.
PS: non trattasi di posizioni pregiudiziali e risentimenti personali, ma al contrario di giudizi maturati nel tempo e che non mi suscitano risentimento essendo stata quell’esperienza fra le più importanti vissute a livello formativo.
PPS: capisco la fregola del FamilyDay, ma l’utero in affitto non c’entra davvero una cippa in questa discussione.
PPPS: Giovanna, quando hai finito di fare il CSI della domenica ricordati le pastiglie.
@su connottu
grazie della sua riflessione, però la mia osservazione non mi sembra superabile in questi termini. anche intendendo religione come “senso religioso” il problema non cambia. far coincidere l’autocoscienza umana solo con la percezione di sé in rapporto a un trascendente è un assunto drastico che dovrebbe essere provato. l’autocoscienza umana (tanto in termini antropologici quanto in termini psicologici) può darsi anche come coscienza di sé in rapporto alle declinazioni dell’immanente: a partire dall’ambiente fisico per arrivare al mio pari, all’uomo come me (in psicologia evolutiva, il primo formarsi dell’autocoscienza emerge dall’esperienza tattile che fa emergere nel bambino la consapevolezza del limite corporeo, per esempio). per non parlare dell’autocoscienza in termini cartesiani del cogito ergo sum. quindi l’equazione esclusiva autocoscienza = coscienza religiosa non mi sembra argomentata dall’autore.
p.s. sono due giorni che tento di postare questa risposta, ma non so perché sono (stata?) bannata. peccato, perché questo sta portando giovanna in piena psicosi da accerchiamento. non capisco il suo modo di ragionare, se ogni intervento che condivide dei riferimenti culturali deve per forza essere frutto della stessa persona, allora io dovrei dire che giovanna-susanna- giovannino- ecc. sono la stessa persona?