Così Israele mira al controllo della Striscia. Anche contando su faide e rivolte anti Hamas

Di Giancarlo Giojelli
03 Aprile 2025
Mentre l’Idf avanza a Gaza con l’intento ormai esplicito di rimanerci, nell’enclave palestinese è sempre più guerra aperta tra i terroristi al potere e i clan loro rivali
Gaza City, 1 aprile 2025 (foto Ansa)
Gaza City, 1 aprile 2025 (foto Ansa)

L’incubo delle famiglie degli ostaggi detenuti nei tunnel di Hamas si sta concretizzando nel peggiore dei modi: bombardamenti a tappeto sulla Striscia, mentre una divisione dell’esercito israeliano si dirige verso il Sud di Gaza.

«Le nostre truppe si stanno muovendo per rimuovere gli ostacoli alla sicurezza e ripulire la zona da terroristi e infrastrutture e catturare un vasto territorio che sarà aggiunto alle aree di sicurezza della Stato di Israele», sono le parole del ministro della Difesa Israel Katz. Traduzione: “aggiungere un vasto territorio alle aree di sicurezza dello Stato” significa che un’ampia porzione della Striscia dovrà restare sotto il controllo dell’Idf. Se non è un’annessione poco ci manca ed è, in sostanza, il progetto di ritornare alla situazione del 2005, quando i militari dello Stato ebraico si ritirarono da Gaza e gli insediamenti furono smantellati.

Ora quel ritiro è valutato come un grave errore che ha portato alla guerra e al disastro del 7 ottobre. Al tempo fu considerato un gesto che avrebbe alleggerito la tensione e permesso la formazione di una nuova Gaza distinta dall’Amministrazione palestinese di Ramallah, ricca degli aiuti internazionali e dei paesi arabi. È avvenuto il contrario.

La rabbia delle famiglie degli ostaggi

Ora, dopo due mesi di tregua che non hanno portato al risultato sperato (un accordo per la liberazione degli ostaggi e una nuova amministrazione di Gaza senza i terroristi di Hamas), pare che il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia scelto la strada della guerra finale («della vittoria», dice lui) e i suoi ministri ultrasionisti, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, hanno già annunciato la costruzione di nuovi insediamenti nella Striscia “liberata”. Ma Hamas è ancora forte e si prepara a una nuova guerra di resistenza nei tunnel che, in buona parte, sono stati ricostruiti, presidiati dai guerriglieri scarcerati nei mesi della tregua e confluiti a Gaza.

Protesta a Gerusalemme contro il premier Benjamin Netanyahu e per la liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, 31 marzo 2025 (foto Ansa)
Protesta a Gerusalemme contro il premier Benjamin Netanyahu e per la liberazione degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, 31 marzo 2025 (foto Ansa)

L’arma più potente nelle mani di Hamas restano gli ostaggi. «Siamo abbandonati», afferma il Forum delle famiglie, «siamo andati in piazza per chiedere che non si fermassero le trattative e che continuasse la tregua. È stato deciso di sacrificare gli ostaggi per l’obiettivo di guadagnare terreno». E ancora: «Invece di garantire il rilascio degli ostaggi attraverso un accordo e porre fine alla guerra, il governo israeliano sta inviando più soldati per combattere nelle stesse zone». Il padre di un ostaggio, Alon Öhel, che si ritiene sia stato ferito durante la prigionia, mette in guardia contro le conseguenze dell’offensiva: «Ogni giorno mi sveglio dopo una notte di incubi ed è un altro giorno di paura per il destino di Alon. Il combattimento non ha riportato gli ostaggi a casa, centinaia di soldati sono morti senza riuscire a liberarli: solo un accordo può riportare mio figlio a casa». Ma Netanyahu è fermo sulla sua posizione: «La tregua non la vuole Hamas, boicotta ogni accordo. L’unica speranza per rivedere, vivo o morto, qualcuno degli ostaggi è la sconfitta definitiva di Hamas».

I fronti interni di Netanyahu e di Hamas

Il premier israeliano guarda ai fronti che si stanno riaprendo. Non solo Gaza: si combatte in Cisgiordania, nel campo di Jenin l’Idf è entrato in forze, i jet israeliani sono tornati a bombardare il Libano e persino Dahieh, la periferia meridionale di Beirut. Tutto come quattro mesi fa.

La fine del Ramadan coincide con la ripresa delle operazioni militari israeliane sul terreno, nonostante Netanyahu debba fare i conti anche con qualche problema interno e non da poco: due suoi collaboratori sono ora formalmente accusati (come anticipato da Tempi) di rapporti quantomeno opachi con il Qatar, grande fornitore di dollari ad Hamas. Lui, Netanyahu, dice di non saperne niente, ma l’opposizione – e buona parte dell’opinione pubblica – lo accusa di aver chiuso entrambi gli occhi nella convinzione che i leader di Hamas si sarebbero tenuti i soldi e non avrebbero rischiato il capitale in una nuova guerra.

Distribuzione di aiuti umanitari a Gaza, 1 aprile 2025 (foto Ansa)
Distribuzione di aiuti umanitari a Gaza, 1 aprile 2025 (foto Ansa)

Così non è stato. Il blocco parziale all’ingresso di Gaza dei beni di prima necessità è l’altra arma che Israele, seppure indirettamente, sta usando. Il cibo e i medicinali che entrano sono controllati da Hamas in combutta con i clan locali, ma la forzata carestia di alimenti e cure porta a una nuova guerra tutta interna alla popolazione palestinese: ora Hamas e i clan si contendono il controllo della scarna distribuzione.

Si sta scatenando una faida: un membro del clan Abu Samra è stato ucciso da un miliziano di Hamas mentre era in fila per ricevere una razione di farina nel villaggio di Deir al-Balah; il miliziano è stato ammazzato a sua volta poche ore dopo da un gruppo di familiari della vittima. A Gaza, riportano i messaggi sui social, ci sono decine di famiglie potenti che ora rifiutano i legami con Hamas e contano su centinaia di parenti per unirsi alla rivolta. Gruppi che hanno armi e munizioni che, uniti, potrebbero creare un nuovo fronte anti Hamas.

Muri e trincee, altro che riviera

I partecipanti alle manifestazioni spontanee a Gaza stanno cercando di organizzarsi. Hanno mostrato a favore di telecamere cartelli con scritto: «Stop Hamas», «stop the War», «we want peace, we want to live». Hamas aveva, dapprima, cercato di far passare le dimostrazioni come semplici proteste contro Israele, ma poi ha provato a ribaltare le accuse definendo i manifestanti dei «megafoni dell’entità sionista». Infatti uno dei leader delle manifestazioni è stato catturato, torturato e ucciso.

Da parte israeliana non si vuole farsi sfuggire l’occasione di dividere il campo del nemico. Il ministro della Difesa Katz ha invitato la popolazione «ad agire ora per rovesciare Hamas e restituire gli ostaggi». La “nuova Gaza” non sarà la riviera sognata da Donald Trump, ma un territorio cosparso di insediamenti che fungano da avamposti di controllo “per la sicurezza di Israele”, sempre più blindato da muri e trincee.

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