Cosa pensano cubani ed esuli dello «storico» accordo tra Castro e Obama? «Felici, ma Cuba è sempre una dittatura»

Di Leone Grotti
18 Dicembre 2014
Dopo oltre 50 anni Cuba e Stati Uniti riprenderanno i rapporti diplomatici. «Speriamo che porti un miglioramento economico nelle vite dei cubani»

Letti e materassi. È questo che interessa ad Armando Gutiérrez dello storico accordo annunciato ieri da Stati Uniti e Cuba. Il proprietario di un piccolo hotel dell’Havana spera che i discorsi televisivi di Raúl Castro e Barack Obama portino a una maggiore disponibilità di beni per lui e per la sua attività: «Bisogna sempre azzuffarsi per trovare qualcosa di buono. Sicuramente ci vorrà tempo ma siamo felici», ha dichiarato via telefono al New York Times.

L’ACCORDO. Ieri Stati Uniti e Cuba hanno aperto la strada per la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra i due Paesi che non si parlano più dall’ottobre 1960, quando gli Usa dichiararono un embargo sulla maggior parte delle esportazioni verso Cuba. Obama ha dichiarato che allenterà embargo, fino ad eliminarlo, e restrizioni sui viaggi. Il processo richiederà tempo ma porterà i due Paesi a riaprire le rispettive ambasciate. L’accordo, che è stato raggiunto anche con l’apporto del Vaticano e di papa Francesco, è stato suggellato con uno scambio di prigionieri: Cuba ha liberato il businessman americano Alan Gross, detenuto dal 2009, mentre gli Stati Uniti hanno rilasciato tre cubani condannati per spionaggio e ritenuti eroi in patria.

«CUBA È SEMPRE UN REGIME». La speranza è che il rilassamento dell’embargo porti a un miglioramento della vita dei cubani, che continuano a sottostare al regime comunista di Castro, anche se non tutti sono ottimisti: «Il regime farà tutto ciò che è in suo potere per controllare al massimo investimenti stranieri, occupazione, tasse alte, che sono state sempre un grande ostacolo allo sviluppo economico e sociale», afferma Daniel Ferrer, che coordina i gruppi dissidenti dentro Cuba. «La maggior parte delle risorse saranno ancora usate per mantenere un apparato repressivo».

«SALTI DI GIOIA». Nidialys Acosta, che all’Havana si è messo a vendere automobili dopo che il regime ha permesso di aprire qualche piccola impresa privata, fa «i salti di gioia. Qui abbiamo problemi incredibili ma questo è il migliore dei regali di Natale. Gli attuali regolamenti rendono quasi impossibile» trovare i pezzi per le macchine, non potendo comprarli dagli Stati Uniti, «speriamo che il governo diventi più flessibile».

CADUTA DI CASTRO. Se l’embargo non è riuscito a far crollare il regime comunista, molti sperano che l’apertura economica riuscirà nell’intento: «Senza gli Stati Uniti a cui dare la colpa di tutto, i fallimenti del governo cubano saranno più evidenti», spiega Ted Henken, professore di studi latinoamericani al Baruch College di New York. «Gli ostacoli che gli imprenditori devono superare non potranno più essere scaricati sul comportamento degli Usa. Il governo dovrà spiegare perché è così difficile ottenere un prestito da una banca, un telefono cellulare o l’accesso a internet».

DUBBI A MIAMI. Al di fuori dell’Havana, la città con più cubani è Miami. Qui gli esuli cubani, come i loro compatrioti, hanno provato sentimenti diversi alla notizia dell’accordo. C’è chi la pensa come Alex Rodriguez, 63 anni: «Ci sono stati troppi morti, troppo sangue, troppo terrore e non c’è alcun motivo per lanciargli un salvagente», afferma al New York Times disapprovando l’accordo. «Dal punto di vista dei diritti umani il popolo cubano continuerà ad avere nessuna libertà di voto, di espressione, di riunirsi, di determinare la propria economia. Che cosa otterranno quindi? Forse un lieve miglioramento economico».

«SPERIAMO FUNZIONI». Anche solo questo, per altri, non è poco. «Bisogna lasciarsi il passato alle spalle e vivere nel presente», dice Yadira Sebasco, 36 anni, a Miami da 11. La stessa cosa la pensa anche un “historicos” come Laureano Vilches, 71 anni, che fa parte della prima generazione di esuli: «Per quel che ne so, potrà portare solo bene ai cubani che vivono ancora a Cuba. La mia azienda mi è stata derubata dal regime ma ora non sono più arrabbiato. I cubani potranno vivere meglio economicamente». Alla fine, divisioni a parte, c’è una cosa che pensano tutti: «Cuba è una dittatura. Le riforme economiche di Castro hanno sempre promesso più di quello che hanno garantito. Ma speriamo che questo funzioni».

@LeoneGrotti

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