Cosa farà Formigoni da grande?

Di Ubaldo Casotto
22 Agosto 2012
Una regione che funziona, il Pdl che perde pezzi, le inchieste che lo riguardano. Polito e Scalpelli riflettono sul futuro politico del presidente della Regione Lombardia.

Oggi al Meeting il presidente della Regione Lombardia parteciperà a un incontro con i giornalisti  Lodovico Festa, Oscar Giannino, Pierluigi Magnaschi. Pubblichiamo l’articolo che uscirà domani sul settimanale, già in questi giorni distribuito negli stand della fiera di Rimini.

Milano-Italia era il titolo di una fortunata trasmissione televisiva condotta da Gad Lerner, il giornalista che si è ripromesso di chiedere tutti i giorni le dimissioni del governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni, il quale, forte dei risultati e dei riconoscimenti che anche la Corte dei Conti ha espresso nei confronti del suo operato come amministratore pubblico, a dimettersi non ci pensa punto.

Lombardia-Italia potrebbe essere la risposta politica di Formigoni alle intemerate dell’Infedele. Il modello di governo che ha fatto della Lombardia una regione di eccellenza non solo in Italia ma a livello internazionale – al netto di interessate campagne stampa e di indagini giudiziarie che dovranno provare singoli reati (tentativo fallito undici volte durante i mandati di Formigoni) – può tornare utile per il Paese?

Ragioniamo di questa prospettiva politica del centrodestra con due persone con una storia di sinistra, senza pregiudizi ideologici per riforme di stampo liberale: Antonio Polito, già vicedirettore di Repubblica, fondatore del Riformista e con un’esperienza parlamentare con la Margherita e ora commentatore politico per il Corriere della Sera; il secondo è Sergio Scalpelli, un passato nel Pci per il quale è stato responsabile della Casa della Cultura di Milano, una svolta liberale che l’ha visto tra i fondatori del Foglio, poi assessore del Comune di Milano nella prima giunta Albertini, oggi promotore di “Italia Futura” in Lombardia. Se il primo è un autorevole osservatore della politica nazionale, il secondo è un profondo conoscitore delle dinamiche politiche milanesi e lombarde.

Antonio Polito non è un elettore di Formigoni, ma è un sostenitore della democrazia dell’alternanza, non gli dispiace quindi che la competizione politica sia tra programmi con una identità netta, e per l’esperienza di governo della Regione Lombardia dice di aver «sempre provato ammirazione. In essa ho visto realizzato quello che qualcuno ha definito il riformismo delle opere». In Lombardia, secondo Polito, «in questi anni abbiamo visto all’opera un’idea della compenetrazione tra pubblico e privato, tra profit e no profit, che ha costruito un modello di welfare moderno, per certi aspetti simile al tentativo di Tony Blair in Gran Bretagna». Il focus dell’esperienza lombarda è, per Polito, il principio di sussidiarietà,  «un criterio metodologico decisivo per il welfare del futuro».

La Regione che ha fatto una riforma sanitaria introducendo il privato e il no profit nel sistema sanitario pubblico, che ha inaugurato la pratica dell’accreditamento per il privato sociale che opera nel settore dell’assistenza, che ha permesso una libera scelta del cittadino praticamente azzerando le liste di attesa per le visite specialistiche e gli esami diagnostici, ha anche dimostrato che in questo modo si possono tenere i conti in ordine.

 

Montezemolo, Giannino & C

«È ormai chiaro a tutti – commenta Polito -, a destra come a sinistra, che non potremo più godere di un welfare interamente erogato e finanziato dallo Stato: c’è un’esigenza che le generazioni passate non hanno conosciuto, una domanda di assistenza e cura degli anziani o di assistenza domiciliare che è nuova, e rispetto alla quale la forma statale è la più burocratica e impersonale, e quindi la più inadeguata. In Lombardia, invece, in questi anni abbiamo concretamente visto in opera una welfare society».

Di fronte a queste realizzazioni, se non vuole disperdere un patrimonio che può diventare una risorsa per tutto il Paese, «Formigoni si deve decidere», dice Scalpelli, «e si tratta di una scelta politica, o chiudersi nel Pdl e giocare in difesa rispetto a ogni nuova offensiva della magistratura, ma così, secondo me, butterebbe a mare tutto ciò che ha costruito in questi diciotto anni di buon governo che ha fatto della Lombardia una delle regioni più avanzate del mondo. Oppure si fa promotore  di una nuova iniziativa politica nel centrodestra, con il Pdl, ma superandone l’attuale configurazione, che l’ha condotto in una situazione di stallo nella quale assiste impotente alla fuga di gran parte del suo elettorato moderato».

C’è un blocco sociale di riferimento, deluso dalle mancate realizzazioni delle promesse liberali, in cerca di nuova rappresentanza, o quantomeno di rappresentanza reale, come testimoniano, secondo Scalpelli, movimenti di insofferenza dell’area dei moderati, «tentativi come quello già più strutturato di Luca Cordero di Montezemolo, o come quello appena lanciato da Oscar Giannino».

Nel centrodestra lombardo vi sono inoltre personaggi come l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, oggi deputato europeo del Pdl, più legati alla borghesia conservatrice di stampo montanelliano, espressione di un conservatorismo liberale con venature imprenditoriali e nel mondo delle professioni. Anche Albertini è un’altra figura di coagulo per i moderati, e secondo alcuni potrebbe essere lui un candidato di continuità con l’attuale presidenza della Regione. Nella sua associazione “Lombardia Riforme” si riconoscono esponenti del Terzo Polo come il senatore Giuseppe Valditara, Pierluigi Mantini, e l’ex assessore dell’amministrazione Moratti Edoardo Croci.

A questo mondo reale, deluso dall’attuale centrodestra e non proprio entusiasta di un ritorno di Silvio Berlusconi come candidato premier – ridiscesa in campo che secondo Polito «potrebbe far bene elettoralmente al centrodestra, ma ne bloccherebbe ogni sviluppo politico e di governo» – Formigoni, a detta di Scalpelli, «potrebbe portare in dote l’eccellenza del modello lombardo, intorno alla quale in questi anni ha coagulato più di un migliaio di amministratori locali (“Rete Italia”), che è di fatto l’unica esperienza di governo che ha realizzato le promesse di stampo liberale, riformatrici e modernizzanti del programma di Forza Italia. La Lombardia ha fatto tutto questo applicando il principio di sussidiarietà non solo nel settore della sanità, ma anche in quello della scuola, della formazione professionale, dell’impresa, delle infrastrutture. E l’ha fatto mantenendo i conti in ordine, riducendo la spesa pubblica e promuovendo servizi di qualità con la collaborazione-competizione tra pubblico e privato». «Di quali altre esperienze di governo potrebbe vantarsi il centrodestra se non della Lombardia e del Veneto?» chiede polemicamente Polito, «Della Sicilia? Della Calabria?». Una scelta di questo tipo, inoltre, farebbe bene anche alla sinistra. Dice infatti Polito: «Leggo in questi giorni di una proposta della Lega delle Cooperative: un modello assicurativo di previdenza e assistenza con costi contenuti e intervento del privato sociale. È una replica del modello della Regione Lombardia; a me non interessa chi poi lo realizzi. Anzi, sono contento che certe idee trovino strada anche a sinistra».

 

Le alleanze da ripensare

C’è un problema di alleanze, il modello lombardo è vissuto del rapporto con la Lega Nord. Mentre per Scalpelli il passaggio decisivo sono le elezioni politiche della prossima primavera, «dopo le quali sarà la Lega stessa a valutare la situazione: saranno il test del rapporto con il suo elettorato, con la sua parte moderata e con le pulsioni secessioniste che lo animano», intanto c’è da rispettare un patto preso con l’elettorato. Per Polito, invece,   «quanto al sistema di alleanze, il modello nordista-lombardo è tramontato. La Lega Nord ha esaurito la sua spinta riformatrice, a dirla in modo crudo, ha fallito tutti i suoi obiettivi. Deve ripensarsi, ma non sarà più la Lega che abbiamo conosciuto. Paradossalmente la Lega non ha fallito in Lombardia o in Veneto, ha fallito a Roma: devolution, federalismo, macro-regioni… Le sue idee forza, anche per cause non imputabili solo al movimento di Bossi, sono tutte rimaste inattuate. Penso quindi che sotto l’aspetto delle alleanze, o dei contenuti delle alleanze, il modello lombardo, se vuole avere un ruolo nazionale, vada ripensato».

Non ci si può nascondere che il modello Lombardia abbia avuto e abbia problemi anche nel centrodestra. Polito vede per la Lombardia formigoniana «le stesse difficoltà della Csu bavarese»: per questo «non è finora riuscita a conquistarsi un ruolo a livello nazionale. Il Pd aveva pensato a un Pd del Nord, a maggior ragione avrebbe dovuto farlo il Pdl, al limite accentuando la separatezza del modello lombardo, sarebbe stato un punto di forza. È stata un’occasione persa, forse per limiti di Formigoni, sicuramente per l’opposizione o comunque per l’incomprensione del partito nazionale». Scalpelli concorda: «Fu un errore bloccare il tentativo del 2005. Forse andava meno personalizzato. Oggi non è riproponibile nelle stesse forme, l’accento riformatore di allora deve dare spazio a una prospettiva più decisamente liberale e insieme popolare. Tutto questo può diventare programma politico, prima di ogni discussione sulla leadership, con una strategia di apertura e non di arroccamento».

 

Il nodo pubblico-privato

Quanto al rapporto con il mondo cattolico – di cui si fa un gran parlare sui giornali, vagheggiando partiti che non sembrano prossimi venturi – se il centrodestra vuole rilanciarlo, secondo Polito «non c’è alternativa. La Lombardia è la regione da cui ripartire, è qui che questo rapporto si pone al suo livello più avanzato, qui c’è la diocesi più grande del mondo, qui c’è una tradizione popolare ancora viva, qui ci sono movimenti che hanno significato molto anche per la vita politica nazionale. La vera partita nel rapporto con una presenza incisiva del cattolicesimo nella vita pubblica si gioca qui. Il resto, tutte le discussioni sulla rinascita del partito cattolico, mi sembrano tatticismi politici». Polito si dice poco esperto della questione ma «da osservatore» gli sembra che «in Lombardia lo spettro della presenza cattolica nella vita pubblica sia più ampio rispetto ai temi in cui vengono confinati i cattolici dal dibattito mediatico. Certo, la difesa dei valori non negoziabili, ma anche l’impegno nel welfare, nella società, nell’impresa, nella cultura».

Quanto alle accuse sul piano giudiziario, perché non si può non parlarne, Scalpelli non vede sostanza nelle accuse a Formigoni, se non «alcune cadute di stile che possono essere un problema ma non sono certo un reato». Polito si addentra nell’analisi e osserva che il punto focale gli pare «quello delle prestazioni sanitarie non tariffate, un terreno legittimo ma dove la discrezionalità della Regione era massima. Si dovrà appurare se nell’esercizio di questa facoltà ci siano stati reati o no, ma è evidente che si tratta di un punto delicato».

Nel terreno della discrezionalità «possono crearsi sacche problematiche, bisogna intervenire per evitare, o per limitare al massimo che questo possa succedere, soprattutto in presenza di un sistema misto pubblico-privato in cui l’ente erogatore deve tendere, per eliminare qualsiasi possibile conflitto di interessi, a diventare un puro regolatore». L’esistenza di questo punto problematico non giustifica la sinistra nella sua «facile ma falsa accusa che individua la falla del sistema nella presenza del privato. La sinistra sbaglia e non guarda alle esperienze concrete. Il privato è un problema nel Mezzogiorno, dove viene coperto di soldi per supplire all’incapacità di intervento del pubblico, non in un sistema dove pubblico e privato vengono messi veramente in concorrenza sulla qualità, sull’efficacia e sulla prontezza dell’intervento».

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