Lettere dalla fine del mondo

Cosa ci serve quando la depressione ci toglie la terra sotto i piedi

padre-aldo-trento-anziano-clinica-divina-providenciaPubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Buonasera padre Aldo, negli ultimi 5 anni ho sperimentato diverse crisi depressive, e ormai mi sento completamente devastato nella mente. Fin da piccolo ho avuto alcune difficoltà, ma dalla fine del liceo è stata tutta una parabola discendente. Dopo aver abbandonato la facoltà di legge, provai a farmi forza e frequentai uno psichiatra; con lui cercai di lavorare su me stesso, e parallelamente volli iniziare un cammino di fede. Intrapresi due pellegrinaggi, uno a Lourdes e l’altro a Medjugorje, due bellissime esperienze che mi permisero anche di conoscere il gruppo del Rinnovamento nello Spirito della mia città. Attraverso la psicoterapia, la preghiera e un piccolo lavoro di 3 mesi lentamente mi rialzai. Lavorai su me stesso, e cominciai a maturare la decisione di frequentare Medicina. Superai il test di ingresso al primo colpo, tutto sembrava portarmi in quella direzione.

Pochi mesi dopo l’inizio delle lezioni cominciò il mio grande calvario: il forte stress dato dallo studio e dagli spostamenti come pendolare, le difficoltà nell’inserirmi e nel conoscere persone e infine continui litigi e tensioni in famiglia finirono per logorarmi.

La grande grazia nell’ultimo anno è stata iniziare la mia prima storia d’amore con una ragazza fantastica che conoscevo già dal liceo. Pensavo che l’amore mi avrebbe guarito, ma dopo un anno soffro ancora di depressione e non ce la faccio più ad andare avanti così. A dicembre dell’anno scorso un bravo sacerdote mi aveva detto semplicemente di smettere di farmi del male. Ho apprezzato molto il suo consiglio, ma ormai la preoccupazione e l’ansia sono diventate patologiche. Non riesco più a pregare o credere in Dio, al massimo, in preda alla disperazione, vado in qualche chiesa vicino casa a sfogare la mia rabbia o a sperare stupidamente in un segno o un miracolo. Ultimamente mi sembra di impazzire e non riesco davvero a sperare nel futuro…

Nel mondo ci sono tantissima sofferenza e moltissime persone che subiscono atrocità anche peggiori senza che Dio li strappi a quel destino o li consoli. Mi sembra inutile sperare o pregare che con me sia diverso. Se Dio c’è, in ogni caso fa quello che vuole, senza curarsi di come si sentano i suoi figli. Da quel che ho letto, Lei scrive di aver avuto la fortuna di incontrare delle persone che con la loro vicinanza l’hanno aiutata a guarire.

Lettera firmata

Grazie della tua lettera in cui mi rendi partecipe del tuo dolore. Leggendola mi venivano i brividi perché so bene cosa vuol dire convivere con questa malattia che spesso accompagna il paziente per tutta la vita. Per questo è fondamentale avere una compagnia che ci sostenga, in particolare quando sembra che ci manchi la terra, la realtà sotto i piedi. La compagnia può essere anche solo un volto che ci guarda come Gesù ha guardato Pietro, l’adultera, la samaritana, Zaccheo.

A fianco dei miei “figli”
Abbiamo bisogno di uno sguardo pieno di tenerezza che ci indichi il cammino. Dalla mia esperienza mi sono reso conto dell’importanza di avere un punto chiaro di riferimento. Dalla tua lettera, invece, mi sembra di capire che non hai nessun punto fisso a cui guardare.

Quando tutto sembra traballare è necessario avere una mano amica che ci aiuti a fare i conti con la realtà, superando quell’incertezza che ci impedisce di respirare. Se non avessi avuto al mio fianco padre Alberto, non sarebbe accaduto quel miracolo di carità che è ora la mia vita. E non pensare che per me oggi quella battaglia sia finita. Al contrario, più Dio mi conduce più divento sensibile, più mi sento coinvolto con il dolore dei miei figli, piccoli e grandi, ammalati terminali o anziani abbandonati.

Da un mese a questa parte ogni giorno muore una persona che abbiamo accompagnato a questo traguardo. Oggi ne sono morti due. Se non fossi una sola cosa con Gesù, non riuscirei a muovere un passo.

I miei superiori di seminario quando uno di noi era a rischio depressione, usavano chiamare i genitori, spiegavano cosa avesse il figlio e li invitavano a portarselo a casa, così che andasse a lavorare nei campi, lasciando da parte lo studio, per aiutare la testa a stare dentro la realtà e non per aria.

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