Corte dei Conti: «L’austerity ha portato alla recessione l’Italia, che ora è tra i paesi in crisi»

Di Redazione
29 Maggio 2013
Relazione sulle politiche di bilancio: «Occorre ritrovare le ragioni dell’appartenenza all’Unione europea non nei soli vincoli di bilancio, ma nell’adozione di progetti di rilevante interesse strategico comune»

L’Italia è ormai «in prossimità dei paesi in crisi». E la scelta dell’austerità è stata «essa stessa una rilevante concausa dell’avvitamento verso la recessione». Così Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti, in occasione della presentazione al Senato del quarto rapporto sul coordinamento della finanza pubblica che esprime una valutazione delle politiche di bilancio adottate da un esecutivo nell’anno appena trascorso.

L’AUSTERITY NON VA. Il 2012, ha spiegato il presidente della Corte dei Conti, è stato un anno caratterizzato da una «crisi economico-finanziaria internazionale ed interna di intensità mai sperimentata» prima, e la passata legislatura «ne ha registrato i pesanti riflessi sulla gestione delle politiche di bilancio». E «l’adozione di una linea severa di austerità – oggi oggetto di critiche e ripensamenti – non ha, peraltro, impedito che gli obiettivi programmatici assunti all’inizio della legislatura fossero mancati», ha sentenziato Giampaolino. «Anzi – ha aggiunto – alla luce dei risultati, l’intensità delle politiche di rigore adottate alla generalità dei paesi europei è stata, essa stessa, una rilevante  concausa dell’avvitamento verso la recessione». In Italia come pure in «tutta l’area dell’euro».

UE, A QUANDO LA CRESCITA? Inoltre, se è vero che l’Italia, «nel confronto europeo presenta un andamento corrente della propria finanza pubblica (indebitamento netto e avanzo primario) nettamente migliore rispetto ai paesi in crisi», tuttavia, secondo Giampaolino «occorre non indulgere in una lettura troppo ottimistica del quadro tendenziale dei nostri conti, conservando la consapevolezza che il livello crescente dello stock di debito pubblico non consente di interpretare in modo men che rigoroso il sentiero di risanamento».
Ciò che serve «all’Italia dall’Europa», infatti, sono stimoli per crescere di più, non deroghe per spendere di più», ha sottolineato Giampaolino. «Non si tratta, quindi, di rincorrere defatiganti trattative per l’ennesima idefinizione di regole e criteri dell’azione di riequilibrio dei conti pubblici, ma, piuttosto, di ritrovare le ragioni dell’appartenenza all’Unione Europea non nei soli vincoli di bilancio, ma nell’adozione di progetti di rilevante interesse strategico comune». Progetti sui quali «si misurino le capacità realizzative e gestionali che, nel recente passato, il nostro paese non è sempre stato in grado di esibire».

IL PIL PIANGE. Ma «la situazione cambia allorché si guardi all’altro parametro di Maastricht, il rapporto fra debito e prodotto»; un indicatore che, secondo il presidente della Corte dei Conti, «colloca l’Italia tra i paesi in crisi, e distante dagli altri grandi paesi, Spagna inclusa». Il «peso del debito accumulato», infatti, «fa sì che, anche con bilancio in pareggio, all’Italia sia richiesto – per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito – un tasso di crescita nominale del pil ben maggiore di quello richiesto agli altri grandi paesi e, quel che preoccupa forse di più, ben maggiore di quello che è attualmente il tasso di crescita potenziale della nostra economia».

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