
Alla Cop26 le solite promesse vaghe. Quando si inizia a parlare di alternative alle rinnovabili?

«Dobbiamo essere consapevoli che nel lungo periodo le energie rinnovabili possono avere dei limiti. Dobbiamo iniziare a sviluppare alternative praticabili adesso e investire in tecnologie innovative per la cattura del carbonio». Dopo il grande classico delle promesse con data di scadenza lontana e variabile – quel «entro o attorno la metà del secolo» come limite temporale previsto per la fine dell’emissione di gas serra (tanto nessuno dei grandi riuniti per il G20 a Roma ci sarà per renderne conto) – Mario Draghi finalmente dice l’indicibile sul dossier clima.
Le parole di Draghi alla Cop26
Dopo il fumoso impegno a non fare aumentare la temperatura media globale oltre il grado e mezzo, e mentre a Glasgow i leader mondiali sono già divisi sulla fuffa climatica, il premier italiano è intervenuto alla Cop26 dicendo che le energie rinnovabili sono belle ma alla lunga inutili, e che per questo «dobbiamo iniziare a sviluppare alternative praticabili ora, perché saranno a pieno regime solo tra alcuni anni. Oggi abbiamo capito una cosa: che si tratti di nuove tecnologie o di programmi infrastrutturali per l’adattamento, il denaro potrebbe non essere più un vincolo se coinvolgiamo i privati».
Draghi prova a mettere al centro del dibattito solitamente ideologico sul clima due temi quasi sempre assenti dal discorso pubblico e istituzionale: la necessità di trovare alternative alle rinnovabili e l’importanza dell’innovazione tecnologica. Non l’apocalisse e l’estinzione imminenti, non il panico da disastro climatico che tanti danni sta facendo presso quelle giovani generazioni additate come più consapevoli e responsabili, non il «agire ora o non faremo più in tempo» che tanto piace in questi giorni alla Cop26 (andate a vedere lo studio del Worldwatch Institute rilanciato ieri da Francesco Ramella su Twitter: diceva che «abbiamo dieci anni per salvare la Terra», poi sarà punto di non ritorno. Correva l’anno 1989).
La parola tabù: «adattamento»
L’uomo non è il male da estirpare per salvare la natura, il cancro senza il quale il pianeta sarebbe sano e rigoglioso (per la gioia di chi?); semmai è grazie all’intelligenza dell’uomo che il problema reale ma non da fine del mondo dei cambiamenti climatici può trovare una soluzione. Ed è proprio sulla tecnologia che punta anche la climatologa italiana Claudia Tebaldi, membro dell’Ipcc che ieri sul Corriere ha rilasciato un’intervista equilibrata e non ideologica, parlando di nuove tecnologie per la cattura della CO2 in atmosfera: «Realisticamente, credo sarà molto più facile risolvere il problema del riscaldamento globale così piuttosto che cambiando il nostro stile di vita radicalmente come la politica promette di voler fare». Persino nel panel di esperti dell’Onu si fa largo il buon senso?
Fino a qualche tempo fa chi parlava di «adattamento» ai cambiamenti climatici era guardato come un pericoloso negazionista: il global warming andava combattuto a colpi di auto elettriche e veganesimo, e ogni alluvione era sempre e solo colpa del climate change, mai dei tombini otturati o dei letti dei fiumi non puliti. Invece adattarsi è possibile, spiegava ancora Tebaldi:
«Se paragoniamo quello che è successo a New Orleans con l’uragano Katrina nel 2005 agli effetti di Ida quest’estate, la differenza per danni e morti è enorme. Come civiltà abbiamo la possibilità di adattarci a questi eventi e diminuirne l’impatto. Però costa. Per questo noi scienziati cerchiamo di rappresentare le nostre proiezioni in modo che i politici abbiano gli strumenti per mettere sulla bilancia sia i costi dell’adattamento sia i costi della riduzione delle emissioni. E fare le giuste scelte. Qui in America, ad esempio, lo stato della West Virginia ha un’economia interamente basata sul carbone. Se le politiche di Biden saranno implementate, intere comunità perderanno il lavoro».
La Cina grande assente
La Cop26 di Glasgow vede la Cina come grande assente (e per questo è già fallita). Un paese che gode ancora dello status di economia in via di sviluppo ma che produce emissioni di gas serra impossibili da bilanciare con i tagli promessi da Europa e Stati Uniti (senza considerare il danno economico che i paesi occidentali patirebbero in questa gara impari).
È come sempre impossibile che dalla molto inquinante riunione di Glasgow esca fuori qualcosa di concreto, a parte le solite roboanti dichiarazioni sull’urgenza della lotta ai cambiamenti climatici. Per superare l’ideologia tanto cara ai fan di Greta Thunberg deve inizare a farsi largo l’idea che servono alternative alle rinnovabili e sviluppo tecnologico. Bene che almeno qualcuno ne parli.
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