Cop26, dopo il circo bisogna fare i conti con la transizione energetica

Di Piero Vietti
04 Novembre 2021
A Glasgow si comincia a parlare di soldi, gli slogan di Greta&Co. sono inutili di fronte all'aumento dei costi dell'energia che travolgerà imprese e famiglie. Urgono soluzioni reali
Attivisti protestano a Glasgow ai margini della conferenza sul clima delle Nazioni Unite (foto Ansa)

Finita la passerella circense di capi di stato, principi disoccupati, star di Hollywood, vere e finte Gretethunberg, ologrammi di dinosauri e discorsi apocalittici per strizzare l’occhio ai giovani che hanno una coscienza ambientale migliore di quella dei vecchi (e chissà chi gliel’ha fatta, quella coscienza), alla Cop26 di Glasgow è il arrivato finalmente il turno delle delegazioni.

I conti con la transizione

I più o meno esperti di ogni paese iniziano la fitta serie di incontri e riunioni che porteranno al documento finale e avranno a tema non la CO2, le temperature globali, l’innalzamento dei mari o gli orsi polari, ma l’unica cosa che davvero conta in tutta la faccenda: i soldi. Già, perché una volta spenta l’eco delle promesse che qualcun altro dovrà mantenere, bisogna fare i conti con i costi della transizione ecologica.

«Immaginate di dover attraversare il deserto a piedi per trecento chilometri per sfuggire a una minaccia imminente. Immaginate di partire avendo acqua solo per i primi cento chilometri. Vi direte che la prospettiva di incontrare un’oasi dopo cento chilometri è verosimile, e con quella vi mettete in cammino. Ma per ora non sapete dove si trova l’oasi. La transizione energetica nella quale si sta lanciando l’Europa è così: una scommessa, senza alternative, su ciò che accadrà in seguito; una speranza in tecnologie che si intravedono ma, nella forma attuale, non risolvono i problemi».

Chi parla di «alternative» alla Cop26

Non si può definire ottimista l’incipit dell’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri: un’analisi spietata ma realista attorno alle chiacchiere sul clima. La situazione è grave, dice Fubini, pochi paesi tagliano le emissioni di gas serra, alcuni le aumentano, altri promettono di tagliarle tra qualche decennio, continuare a raccontarsi la favola dell’interruttore da premere per fermare la CO2 e dei tagli che salveranno il pianeta forse può fare contenti i fan di Greta ma serve a poco. Le parole d’ordine sono «alternative» (alle rinnovabili: deo gratias, quanto tempo e soldi abbiamo buttato in questi anni?), «tecnologia» e «innovazione». Insomma l’uomo non più come unico colpevole ma come possibile risolutore creativo di un problema che comunque continuano a venderci come peggiore di quello che è. Fubini cita il World Energy Outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia:

Il necessario abbattimento della CO2 presupporrebbe — si legge — «un cambio di passo nella velocità alla quale l’innovazione tecnologica avviene e nella scala alla quale vengono dispiegate le tecnologie determinanti come la cattura, l’utilizzazione e il sequestro del carbonio, l’idrogeno e le piccole centrali nucleari modulari». All’elenco va aggiunta la risposta per ora più importante: le fonti rinnovabili, su cui punta molto anche il Recovery italiano. Perché tutte queste risposte servirebbero: nessuna basta da sola, nessuna è del tutto pronta e tutte portano con sé contraddizioni irrisolte.

Le rinnovabili non bastano. Ma va?

Tutta le soluzioni spacciate per salvezza del mondo in questi decenni – eolico, fotovoltaico, solare – sono largamente insufficienti. Non solo, hanno un costo che si abbatte con effetti immediati su tutti noi. Il direttore di Libero, Alessandro Sallusti, ha raccontato ieri sulla prima pagina del suo giornale una storia che spiega alla perfezione la distanza tra i bla bla bla di esperti, capi di stato e giovani idealisti a Glasgow e la vita di chi prova a fare impresa o anche solo mantenere una famiglia.

«Il mio G20 sulla compatibilità ambientale l’ho vissuto ieri all’ora di pranzo davanti alla tv sintonizzata non sulla Cnn ma sull’edizione lombarda del Tg3. Quarto o quinto servizio, sullo schermo appare Olivo Foglieni, accento bergamasco e infatti è – scopro dal sottopancia – vicepresidente di Confindustria Bergamo, imprenditore di notevole successo, la sua Fecs fattura 350 milioni l’anno e dà lavoro in sette stabilimenti a 400 dipendenti che fondono e riciclano rottami ferrosi trasformandoli in barre di alluminio nuove di pacca. Bene, questo signore grande e grosso, con molta calma e un dolore non celato, annuncia che i suoi stabilimenti si dovranno fermare tre ore al giorno (quelle in cui l’energia costa più cara) e che probabilmente a dicembre dovrà fermarsi del tutto. Il motivo? In un mese il costo delle bollette – anche per inseguire l’energia super pulita che noi non abbiamo – per far girare forni e macchine è passato da 180 a 760 mila euro, più che quadruplicato. E spiega che a queste condizioni non si può andare avanti come prima, che il suo alluminio non può reggere la concorrenza di quello prodotto dai Paesi asiatici».

Continuare a parlare di emergenza climatica senza tenere conto di questo, come fanno ancora troppi media e tanti attivisti, politici compresi, e senza trovare una soluzione immediata non alle piogge torrenziali di fine ottobre ma all’aumento del costo dell’energia che travolgerà imprenditori e lavoratori di tutto il mondo, è pericoloso e irresponsabile.

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