Cop 15 sulla biodiversità, obiettivi ancora lontani

Di Rodolfo Casadei
19 Dicembre 2022
La Conferenza Onu lascia molti problemi aperti. I paesi industrializzati si rifiutano di creare un nuovo fondo di 100 miliardi per i Paesi del Sud del mondo

Scarsissime sono le probabilità che Cop15, la quindicesima Conferenza Onu sulla biodiversità, si concluda come previsto nella giornata di oggi, lunedì 19 dicembre.

Come è accaduto con la Conferenza sul clima, le posizioni fra le delegazioni restano assai lontane principalmente sul tema del finanziamento degli interventi nei paesi emergenti. Al Cairo è stata decisa la creazione di un fondo di compensazione (Loss and damage fund) per i danni causati dal cambiamento climatico ai paesi emergenti che dovrà essere finanziato dai paesi industrializzati, ma non sono state fissate le modalità e le entità di finanziamento del fondo e di distribuzione delle risorse versate; a Montreal (dove si svolge la Conferenza sulla biodiversità) i paesi industrializzati, quelli dell’Unione Europea in testa, si rifiutano di creare un nuovo fondo (Global Diversity Fund) destinato alla difesa della biodiversità nei paesi emergenti, e soprattutto si rifiutano di portare da 10 a 100 i miliardi di dollari che dovrebbero versare annualmente fino al 2030 ai paesi del Sud del mondo per questo genere di difesa ambientale, come richiesto dal gruppo capeggiato da Brasile, India e Indonesia, sostenuto dai paesi africani.

La protesta dei Paesi del Sud

Per la verità questi non sono gli unici argomenti sui quali non si riesce a ottenere l’unanimità fra i 110 paesi partecipanti: la classificazione del 30 per cento delle terre e dei mari come aree protette entro il 2030, il dimezzamento dell’uso dei pesticidi, la restituzione di milioni di ettari di territorio agli ecosistemi preesistenti sono altrettanti punti che il negoziato non è riuscito a risolvere; sostanzialmente, solo su un terzo dei 22 obiettivi della bozza della nuova convenzione c’è finora l’accordo. Sul tema delle riduzione dei pesticidi e dei fertilizzanti, per esempio, a opporsi sono grandi produttori di generi alimentari come Argentina e Brasile. Mercoledì scorso i rappresentanti dei paesi del Sud del mondo hanno addirittura abbandonato i lavori minacciando il boicottaggio della conferenza, ripresa dopo alcune ore.

Molti attribuiscono la responsabilità dello scacco alla presidenza cinese dei lavori (Cop 15 doveva svolgersi in Cina, ma a causa delle normative sul Covid vigenti nel paese l’appuntamento è stato spostato in Canada, ferma restando l’affidamento della direzione ai cinesi), che ha svolto fino ad ora un ruolo apparentemente solo cerimoniale. L’arrivo dei ministri dell’ambiente di molti paesi giovedì (ma non dei leader: l’unico che ha partecipato ai lavori è stato il primo ministro canadese Justin Trudeau) ha dato nuovo impulso ai lavori, ma non ha risolto le più importanti questioni pendenti. L’obiettivo di riunire il consenso di tutti attorno a un ambizioso “Post-2020 global biodiversity framework” (ovvero una nuova convenzione internazionale sulla biodiversità) resta molto lontano, nonostante la bozza da cui i lavori sono partiti fosse il risultato di quattro anni di consultazioni fra tutte le delegazioni.

Estinzione specie animali e vegetali

A dettare la linea dell’intransigenza sulla creazione del nuovo fondo sarebbe stato il presidente francese Emmanuel Macron, che in una lettera a Ursula Von Der Leyen avrebbe definito l’argomento una “linea rossa” che non deve essere attraversata. La delegazione brasiliana, al contrario, ha affermato nel suo intervento che i meccanismi di finanziamento già esistenti non sarebbero adeguati. Sulla stessa linea della Francia si sarebbero espressi Giappone, Norvegia e Svizzera.

L’unico segnale di distensione è arrivato da un gruppo di paesi che ha annunciato di volere comunque aumentare l’importo dei loro fondi stanziati per aiutare i paesi emergenti a combattere la perdita di biodiversità: Australia Giappone, Norvegia, Olanda, Spagna e Stati Uniti.

I dati attualmente a disposizione sul tasso di estinzione delle specie animali e vegetali non sono particolarmente precisi, ma indicano inequivocabilmente una forte accelerazione rispetto alle ere geologiche precedenti alla comparsa dell’uomo sulla Terra.

Cosa c’è da fare

Secondo il rapporto The global assessment report on Biodiversity and Ecosystem Services, redatto nel 2019 dall’Ipbes (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) «circa 1 milione di specie sono già a rischio di estinzione, molte entro decenni, a meno che non vengano intraprese azioni per ridurre l’intensità delle cause della perdita di biodiversità. Senza tale azione, ci sarà un’ulteriore accelerazione del tasso globale di estinzione delle specie, che è già almeno da decine a centinaia di volte superiore alla media degli ultimi 10 milioni di anni».

L’Ipbes è l’organismo intergovernativo istituito nel 2012 per fornire ai responsabili politici valutazioni scientifiche sullo stato delle conoscenze riguardanti la biodiversità del pianeta, gli ecosistemi e le opzioni per proteggere e utilizzare in modo sostenibile le risorse naturali. Recentemente (giugno 2021) ha pubblicato un rapporto congiunto dal titolo Biodiversity and Climate Change con l’Ipcg, l’ente intergovernativo che studia i cambiamenti climatici, per evidenziare come i due problemi – quello del riscaldamento del clima e quello della scomparsa a ritmo accelerato delle specie viventi – siano collegati.

Attualmente la convenzione internazionale vigente sulla biodiversità è quella adottata ad Aichi in Giappone nel 2010, alla quale gli Stati Uniti non aderiscono. Nessuno degli obiettivi fissati nel testo allora approvato è stato effettivamente raggiunto.

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