Contro di noi solo menzogne

Di Rodolfo Casadei
23 Giugno 1999
Intervista esclusiva a Said Omar Mugne, l’armatore delle navi Shifco indicato da Rai3 come la mente dietro l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Senza lo straccio di una prova e confondendo le acque su molti risvolti della storia, come argomenta l’indignato imprenditore somalo

Ingegner Mugne, in un libro recentemente apparso in Italia (“L’esecuzione” di Maurizio Torrealta e altri) lei è accusato, neppure tanto velatamente, di essere la mente dietro l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che, secondo la ricostruzione, avrebbero scoperto un traffico di armi compiuto attraverso le navi della Shifco di cui lei è amministratore. Lei è oggetto di inchieste da parte della giustizia italiana?

Io sono un cittadino somalo oggetto di inchieste della giustizia italiana il quale viene denigrato da alcuni che si approfittano del fatto che non esistono più uno Stato e un governo somali. Ho seguito tutta la vicenda dell’assassinio dei due giornalisti italiani sin dall’inizio, perché sin dall’inizio Rai3 ha individuato nella Shifco e nel sottoscritto, indicato come la mente dell’operazione, il capro espiatorio su cui riversare la responsabilità di quell’omicidio. Eppure tre Pubblici Ministeri si sono alternati nelle indagini, due Commissioni governative e parlamentari hanno fatto le loro inchieste, ma nessuno ha trovato nulla di rilevante sul nostro conto. E tuttavia Rai3, finanziata dallo Stato italiano, ha continuato a indicarci come capri espiatori e alla fine la procura di Torre Annunziata mi ha iscritto nel registro degli indagati per un’inchiesta che coinvolge personaggi come Arafat e l’arcivescovo di Barcellona. Hanno anche fatto perquisire casa mia a Bologna. Dopodiché la parte di inchiesta che mi riguardava è stata stralciata e trasferita a Roma. Devo dire grazie alla campagna di mistificazione che ha portato a questo.

E’ dai primi anni Novanta che circolano informative di Sisde e Sismi, dichiarazioni di marinai, deposizioni raccolte da Commissioni parlamentari e governative d’inchiesta in cui le navi della Shifco, e in particolare la nave-frigorifero 21 Ottobre, sono accusate di traffico d’armi. Lei è preoccupato per tutte queste accuse? Che idea si è fatta di tutto questo?

Che in Italia si può fare e dire tutto, si può iscrivere nel registro degli indagati qualsiasi persona anche se non ha niente a che fare coi reati in questione. Abbiamo visto i giornali accusare la nave frigorifero di trasportare armi, una cosa tecnicamente impossibile, hanno detto persino che i pescherecci trasportavano armi. Non abbiamo la possibilità di controbattere tutte queste falsità che vengono portate avanti da Rai3. La Rai ha inculcato nei genitori della Alpi l’idea che gli assassini siamo noi; è la Rai che gli ha messo in testa questa cosa qua, nessun altro gliela può togliere. La magistratura non troverà nulla, nemmeno un pezzettino di carta in cui si dimostra che noi abbiamo non dico rapporti, ma anche solo conoscenza di trafficanti di armi.

Trafficare armi coi pescherecci della vostra flotta è praticamente impossibile, perché bisognerebbe trasportarle in casse che troppa gente vedrebbe. Ma la nave-frigorifero? Lì si possono caricare container, dove le armi si nascondono benissimo.

I container sulla nave-frigorifero c’erano già quando ce le hanno fornite, e noi li abbiamo scaricati perché ingombravano, perché non ci servivano a niente. Da allora, nessuno ha mai visto container sulla 21 Ottobre. Queste navi qua non hanno mai toccato porti somali, non sono mai andate al di fuori delle rotte indicate nei registri di bordo, sottoscritti dai loro comandanti. Per quanto concerne la 21 Ottobre, i suoi movimenti sono registrati presso i Lloyd di Londra e verificati dai loro agenti presenti nei porti toccati. Questi elementi sono stati consegnati ai magistrati italiani, abbiamo dimostrato l’assurdità delle accuse.

Vuole dire che le navi della sua flotta non toccano mai porti somali?

Mai più dal gennaio 1991, dal giorno della caduta del governo di Siad Barre! Per ragioni di sicurezza da allora le navi della Shifco non hanno più toccato alcun porto somalo. Questo si desume dai registri di bordo e, per quanto riguarda la nave-frigorifero, dalle dichiarazioni dei Lloyd.

E lei? Si è più recato in Somalia dopo quella data?

No, mai.

Eppure nel libro di Maurizio Torrealta, a pagina 114, si parla di una sua presenza a Mogadiscio fino all’estate del ‘93, quando se ne sarebbe andato via con le navi.

E’ totalmente assurdo, io faccio parte di una tribù (i bravani, entità dei dighil miriflé del Banadir – ndr) che è stata sterminata nella guerra, come avrei potuto permettermi di stare in Somalia nel ‘93? Mi avrebbero fatto a pezzi! In quel periodo hanno razziato le nostre proprietà, hanno violentato le nostre sorelle e ucciso i nostri fratelli, hanno fatto cose peggiori che nel Kosovo! Lei ha partecipato alle vicende politiche successive alla caduta di Siad Barre? Ha appoggiato, con finanziamenti o forniture di armi, qualcuna delle fazioni somale?

Senta, io e la Shifco siamo impegnati per la pace. Siamo stati gli unici a invitare tutti i capi somali delle fazioni armate a unirsi e a fare la pace per la Somalia. L’obiettivo nostro è di restaurare lo Stato somalo, perché se lo Stato somalo tornasse ad esistere, nessuno si permetterebbe più di calunniarci e di offenderci come in Italia hanno fatto in questi anni. Allora faremo i conti con questi personaggi che ci stanno accusando in maniera infamante! Fra i vostri accusatori è annoverato anche Abdullahi Mussa Bogor, “sultano” di Bosaso, l’ultima persona intervistata da Ilaria Alpi, che in seguito ha ritrattato le accuse. Come spiega il suo comportamento contraddittorio?

Oggi nessun somalo dice la verità, né su questa faccenda dei giornalisti uccisi, né su altro, perché siamo ancora in piena guerra civile e ogni tribù cerca di scannare l’altra. Anche se una persona, come me, non vuole allinearsi con nessuna fazione, gli altri lo tratteranno come nemico perché appartiene a una certa tribù. Ecco la spiegazione del comportamento di Bogor.

Le navi della Shifco erano un dono dell’Italia alla Somalia, invece sono amministrate in forma privata da lei e da alcuni italiani. Come mai?

Mi stia bene a sentire, nel 1991 io avevo due strade aperte davanti a me: vendere la flotta e intascare il ricavato, oppure metterla in salvo. Tutti i somali che amministravano beni pubblici hanno scelto la prima strada: hanno venduto macchinari, aerei, navi, intere industrie, beni mobili e beni immobili. Io sono stato l’unico cittadino somalo a mettere in salvo un bene dello Stato, e sono pronto a rimetterlo nelle mani dello Stato somalo, quando ce ne sarà uno, o di qualunque ente sovranazionale autorizzato, anche immediatamente: l’ho dichiarato tante volte, anche recentemente alla Bbc. E come ricompensa di tutto ciò, vengo infangato dall’Italia, i media italiani ignorano le mie dichiarazioni, la nostra impresa è sull’orlo del fallimento e 2.000 somali rischiano di fare la fame.

Ingegnere, lo sa che in Italia il senatore Di Pietro l’ha attaccata sulle pagine di un settimanale come un personaggio legato “all’insana gestione della cooperazione italiana” internazionale, cioè a Tangentopoli? In poche battute, lei cosa pensa delle vicende della cooperazione italiana con la Somalia?

Negli anni Ottanta io ero solo un consulente del ministero degli esteri somalo, i contratti non li firmavo io. Avevo rapporti coi funzionari italiani che portavano i progetti, niente di più. Io ringrazio la cooperazione italiana per avere costruito la strada Garoe-Bosaso e il porto di Bosaso, e per tutti i pozzi che sono stati scavati: queste opere sono state utili, hanno salvato tante vite umane. Ma dove sono andati a finire tutti gli altri beni? La raffineria, l’istituto farmaceutico, gli equipaggiamenti dell’università, la conceria, il macello, le navi della marina somala, la società Gizoma? Gli italiani sanno che fine hanno fatto questi soldi, sanno chi ha venduto questi beni. E io voglio che i responsabili di questo saccheggio siano processati, perché si parla sempre dei 50 miliardi delle navi della Shifco, che funzionano ancora, e non si parla degli altri 1.400 e di tutti quelli spesi dal 1960, che sono stati saccheggiati oppure investiti in beni poi svenduti dai “signori della guerra” e dai loro predecessori! Ma se il senatore Di Pietro ha bisogno di fare queste dichiarazioni per guadagnare un po’ di voti, faccia pure il suo mestiere. Come lo fa pure Walter Veltroni, che per farsi pubblicità ha partecipato alla presentazione di un libro che diffama me e fa perdere il pane a 2.000 somali.

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