
Con List, la newsletter di Mario Sechi, non ci incarti il pesce

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Non vuole tornare a scrivere per i giornali di carta. Ecco Mario Sechi nella nuova veste di titolare di “List”, «la prima newsletter d’autore che non è alla ricerca di clic per vendere banner», ma, sottolinea con Tempi, «voglio fare solo giornalismo di qualità, alto, dove il lettore sta prima di ogni cosa».
Sechi, lei ha attraversato tutto il mondo dei media: dalla carta stampata, dove è stato vicedirettore del Giornale, Libero e Panorama, direttore dell’Unione Sarda e Il Tempo, fino alla radio (Mix 24) con Giovanni Minoli e alla tv (Night Tabloid) con Annalisa Bruchi. Per quale motivo ha deciso di abbandonare il primo amore, quello dei quotidiani?
Non rinnego quel mondo dal quale provengo. Ma ormai i giornali sono quella cosa che ha le notizie del giorno prima. Raramente trovo cose che suscitano il mio interesse sui quotidiani italiani. Ogni tanto ci sono cose belle in giro. Ma sono sporadiche e si perdono nel mare magnum della banalità e della sciatteria. Da molti anni le mie prime letture sono altre: Financial Times, Wall Street Journal, Le Figaro e molti altri che non sto a elencare. In sintesi, ero completamente annoiato da un mondo, quello della carta stampata, che si guarda l’ombelico senza rendersi conto di cosa è successo nell’ultimo decennio.
È una crisi senza ritorno quella dei giornaloni?
La realtà è che le giovani generazioni non leggono i giornali. In generale non leggono, ma soprattutto non leggono i quotidiani. La carta è una sensazione tattile. È legata ai cinque sensi, perfino il profumo della carta ha un fascino legato a un tempo che non c’è più. Ecco, hanno già cambiato gli stili di consumo quelli della generazione touch. E dopo la generazione touch ci sarà la generazione virtual, dove non tocchi niente materialmente e guardi e tocchi tutto virtualmente. C’è un mondo che sta esplodendo e cambiando. Lo hanno compreso i signori della carta?
Da questa analisi alla nascita di List il passo è stato breve? Come nasce la sua newsletter d’autore?
List nasce qualche anno fa, all’epoca collaboravo con il Foglio e a un certo punto decisi di importare un modello narrativo nuovo. Mi ero accorto che il giornalismo dei quotidiani incontrava dei limiti forti nell’uso degli strumenti. C’erano modelli narrativi interessanti negli Stati Uniti e in generale nel mondo anglosassone. E allora cosa ho fatto? Ho mutuato l’esempio di Quartz. Quest’ultima è una newsletter del gruppo Atlantic che ha avuto un grande successo. Provai a farlo e per circa un anno e mezzo ho sperimentato questo modello, che ho poi sviluppato. La pubblicavamo la mattina e andava a tutti gli abbonati del Foglio in forma di newsletter. In un breve arco di tempo diventò un fenomeno all’interno del Foglio, al punto da farci delle vere e proprie campagne pubblicitarie.
Adesso però List è un prodotto a sé, con una società, una community molto forte. È una delle strade per resistere alla crisi del giornalismo?
Sì, lo è. Infatti a un certo punto ho deciso di farla diventare una cosa mia. I lettori mi scrivevano tanto. Ho pensato: il pubblico c’è e desidera un giornalismo diverso, alto con un tocco di humor, raccontato alla mia maniera. E a maggio scorso ho deciso che sarebbe arrivato il momento di osare. Il direttore del Foglio ha cercato di convincermi a restare, ma per me era “zero sum game”. Attenzione, niente di personale.
Qual è la ricetta per fornire al lettore un prodotto di qualità?
Prima cosa: ho cercato un partner di sviluppo e un socio con il quale parlo la stessa lingua. Seconda cosa: un socio che non fosse legato al mondo vecchio, al mondo dei giornali. Che non fosse collegato all’establishment italiano e che fosse internazionalizzato. E lì ho trovato Maite Carpio, una donna in gamba, intelligente, tenace, colta. C’è grande sintonia, anche se ci dividiamo nettamente sul cocktail preferito, lei il whiskey sour, io il gin Martini. Nessuno è perfetto. Io sono “il titolare” e lei è “il socio spagnolo” di List. Abbiamo costituito la società e siamo partiti. Con gioia. Il nostro prodotto è basato su contenuto di grande qualità, design e “user experience”. In sostanza, c’è una landing page, vedi ma non leggi. List è un prodotto riservato, è solo per i nostri lettori.
Al momento siete soddisfatti dei numeri raccolti da List?
Dopo tre mesi non dico i numeri, ma sono molto belli. Sono incoraggianti. La risposta dei lettori è fantastica.
Sechi mostra al cronista centinaia di mail in cui i lettori si complimentano. «Questa roba non c’è nemmeno su un quotidiano. Cosa significa? Che c’è un pubblico. I nostri lettori sono affamati di contenuti alti».
Qual è il rapporto con il lettore? C’è una corrispondenza costante con la community di List?
Rispondo a tutti, prendo nota dei suggerimenti che mi forniscono. Io e Maite ci concentriamo sul lettore per renderlo felice. Tant’è che List è una formula senza pubblicità. Ciò è dovuto a mille ragioni. In particolare, non voglio un condizionamento di nessun tipo. E la pubblicità, inutile negarlo, condiziona. Chi dice di no, mente. E poi mi faccia dire una cosa.
Prego.
List rifiuta il modello clic. Il nostro slogan è: non si clicca, si legge. Il recupero di tutto quello che era il giornalismo prima dell’avvento dei clic, delle notizie spazzatura, dei banner. Noi non siamo a caccia di junk news per catturare utenti.
List vuole anche intercettare il pubblico dei giornali online?
Noi siamo un’altra cosa. Li guardo, ma non abbiamo nulla in comune. L’altro giorno mi sono accorto leggendo i primi quattro titoli dei siti dei giornaloni che ruotava tutto attorno a delitti, cronaca, voyeurismo. Certo, è il loro modello. Ma fino a quando? Quanto bene è avere le sezioni dei commenti piene zeppe di porcherie? I colleghi guardano i commenti dei loro lettori? A ciò si aggiunge un altro elemento: i giornali online sono saccheggiati da Google e Facebook.
Ecco, c’è chi come l’ingegner Carlo De Benedetti propone di chiedere soldi ai colossi Yahoo e Google per i contenuti di Repubblica. Che cosa ne pensa?
L’ingegnere mi deve spiegare come coniuga questo suo dire con il fatto che ci farà l’alleanza. De Benedetti è un uomo molto acuto. Ma il suo gruppo oggi porta avanti un modello da clic compulsivo. Legittimo, ma corrompe il giornalismo. La gerarchia delle notizie non c’è più: qual è quella più importante? Ma qual è la notizia più cliccata? E allora se mettiamo gattini e donnine nude risolviamo il modello di business. Nel frattempo però abbiamo ucciso il giornalismo. Io ci credo ancora a questo mestiere. Ecco perché ho deciso di fare List. È rischioso? Sì, ma è una bellissima avventura.
Quali saranno le prossime novità di List?
Fra un paio di settimane sarà online un nuovo List, con alcune bellissime novità.
Qualche anticipazione?
Non le posso dire nulla, amo le sorprese.
Quanti sono i giornalisti che collaborano al prodotto?
Una decina, tutti top level. Le faccio due nomi: Giordano Bruno Guerri e Emanuele Macaluso. Sono stufo del “banalistan” e non me ne importa niente. E poi non bisogna prendersi troppo sul serio, bisogna giocare con se stessi, avere una sana autoironia. Tutti seri e tromboni nei giornali. Che affondano. List è pieno di ironia e gioia, “titolare” e “socio spagnolo” raccontano il mondo e si raccontano su List, i lettori adorano tutto questo e noi abbiamo un solo obiettivo, semplice: avere lettori felici.
Foto Ansa
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