
Con gli occhi di Egeria
Per i cristiani della regione come per i pellegrini che venivano da lontano, il territorio transgiordanico costituiva un luogo ideale per rivivere nel ricordo e nella preghiera gli episodi narrati nella Bibbia a proposito dei Patriarchi Abramo e Lot, Isacco e Giacobbe, e dei Profeti iniziando da Mosè, immedesimandosi con il popolo di Dio peregrinante nel deserto di cui nella fede si sentivano gli eredi.
Una testimone del IV secolo Il racconto più vivo di pellegrinaggio cristiano in Arabia ci è stato tramandato da Egeria che era partita dal lontano occidente nella seconda metà del IV secolo, per visitare i Luoghi Santi. Dopo tre anni di permanenza nel Vicino Oriente e dopo aver visitato i santuari del Vangelo in Palestina e i luoghi santi dell’Egitto e della penisola sinaitica, la pia e intraprendente matrona romana sentì il desiderio di completare il suo pellegrinaggio alle terre bibliche con un viaggio alla tomba di Mosè sul Monte Nebo in Arabia. Scendendo a Gerico nella depressione del Mar Morto, la pellegrina racconta di aver attraversato il fiume Giordano e di essersi diretta a Livias, dove guidata da un prete del posto, intrapprese la salita dell’altopiano che l’avrebbe condotta sul Monte Nebo percorrendo la strada che univa Livias a Esbus. Giunti al VI miglio, il prete propose di lasciare la strada e di prendere una deviazione che avrebbe permesso di visitare le Fonti di Mosè nella valle a nord del Monte Nebo. La strada, nota a Eusebio di Cesarea, che la usa nell’Onomasticon come punto di riferimento per localizzare i toponimi biblici della montagna citandone in particolare il VI e il VII Miglio, era stata percorsa dal vescovo Pietro l’Ibero nel quinto secolo e dai pellegrini dei secoli seguenti. Per i pellegrini cristiani la visita iniziava sulla sponda del fiume, dove con il Battesimo di Gesù, veniva ricordata l’ultima tappa dell’esodo biblico, cioè l’attraversamento del Giordano da parte delle tribù israelitiche e l’ingresso nella Terra Promessa. In mezzo al fiume una colonna sormontata da una croce indicava ai pellegrini il punto esatto del battesimo di Gesù. Una chiesa costruita dall’imperatore Anastasio nella seconda metà del V secolo commemorava l’evento. Gradini permettevano ai pellegrini di scendere al fiume. Molti infatti vi si bagnavano per devozione e riempivano dei recipienti per portare l’acqua del fiume nelle loro regioni di origine come ricordo e benedizione. All’altezza della chiesa di San Giovanni, si apriva verso oriente una valle che proseguiva per circa due, tre chilometri tra le collinette marnose. Presso la sorgente che dava vita al corso d’acqua che scorreva nella valle, sorgeva la laura di Sapsafas, dove i pellegrini visitavano la grotta di San Giovanni il Battista, e ricordavano la località di Betania al di là del Giordano dove Gesù venne ad incontrare il Battista. Ripresa la strada, i pellegrini raggiungevano Livias sede episcopale della provincia di Palestina, dove leggevano gli episodi raccontati nel libro del Deuteromio localizzati nelle steppe di Moab ai piedi del Monte Nebo di fronte a Gerico. Da qui iniziava la parte più difficile della strada che si inerpicava verso l’alto fino a raggiungere il Sesto Miglio che era un punto obbligato da dove si poteva prendere una deviazione verso sud con il doppio scopo di accorciare la distanza e di poter visitare le Fonti di Mosè nella valle a nord del santuario. Scrive Egeria: “Per condurre a termine l’impresa iniziata cominciammo ad affrettarci per giungere al monte Nebo. Strada facendo, ci informò un sacerdote del luogo, cioè di Livias, al quale avevamo chiesto di venire con noi perchè conosceva meglio quei luoghi: “Se volete vedere l’acqua che sgorga dalla roccia, quella che diede Mosè ai figli di Israele quando ebbero sete, la potete vedere, a condizione, tuttavia, che acconsentite a imporvi la fatica di lasciare la strada circa al Sesto Miglio”. Quando ebbe detto questo, noi, desiderosi decidemmo di andarvi; e subito, lasciando la strada, seguimmo il sacerdote che ci guidava”. In conseguenza della guerra arabo-israeliana del 1967, la strada che conduceva i pellegrini in Arabia, era stata interrotta dal fiume Giordano diventato una linea di confine fortificato. Ora si lavora alla riapertura dei santuari in territorio giordano che il lungo abbandono e gli avvenimenti bellici avevano fatto quasi del tutto dimenticare. Il governo di Amman ha infatti scelto il fiume Giordano con i suoi santuari come simbolo della partecipazione giordana alla celebrazione giubilare: Jordan, The River and the Land of the Baptism, come recita il logo designato per la manifestazione. Un decreto emanato da Re Hussein il 10 settembre 1997, ha istituito, recita testualmente il decreto,“ una commissione reale per lo sviluppo del parco del Battesimo del Signore il Messia (su di lui sia la pace) nella valle del Giordano”.
Il santuario di Betania nel Wadi Kharrar I pellegrini che non si fermavano al fiume e che continuavano la loro strada all’interno della piccola valle che proseguiva verso oriente, che gli Arabi chiamano Wadi Kharrar, potevano sostare presso la sorgente che sgorgava a due miglia di distanza. Qui una chiesa sull’altura vicina circondata dalle celle dei monaci della laura ricordava loro la località di Betania oltre il Giordano dove Giovanni battezzava e dove Gesù venne ad incontrarlo, come narra il Vangelo di Giovanni (Gv 1, 28).
La prima testimonianza la leggiamo nell’Itinerario del Pellegrino di Piacenza (570): “In quella riva del Giordano c’è la fonte, dove San Giovanni battezzava, a due miglia dal Giordano…intorno a quella valle una moltitudine di eremiti…E lì vicino c’è la città che si chiama Livias…”.
La laura viene ricordata e raffigurata nella Carta musiva di Madaba (seconda metà del VI secolo) con il nome di Ainon e di Sapsafas (il giunco o pioppo). Ai ricordi evangelici si era ben presto aggiunto il ricordo dell’assunzione al cielo del Profeta Elia localizzata sulla collina (Jebel Mar Liyas) sulla quale sorgeva la chiesa della laura. Dalla sponda del fiume il ricordo del Profeta si era spostato nei pressi della sorgente. Il santuario viene ricordato da Epifanio Monaco (Sec. IX-XI) con l’aggiunta di molti dettagli: “In Transgiordania, a circa tre miglia, si trova una grotta nella quale abitava il Precursore. C’era il letto sul quale si riposava, un banco naturale ricavato dalla stessa roccia della grotta, e una piccola volta. C’è anche una sorgente d’acqua all’esterno della grotta. E sotto la volta scaturisce la fonte nella quale Giovanni il Precursore battezzava…” I due ricordi biblici principali commemorati nei pressi della fonte di Wadi Kharrar sono indicati ai pellegrini da una grotta e da una piccola elevazione sulla quale fu costruita la chiesa di una laura monastica. La grotta del Battista ricordava la località di Betania al di là del Giordano dove Giovanni battezzava, e conseguentemente la presenza di Gesù sul posto sottolineata dal Vangelo. In epoca medievale vi viene commemorato anche il ricordo dell’assunzione di Elia al cielo che viene messo in relazione con una seconda grotta. Gli edifici ricordati dai pellegrini nella località sono: la chiesa della laura di Sapsafas e ‘i monasteri’ che la circondavano, intendendo le celle dei numerosi monaci eremiti che abitavano lungo il wadi Kharrar.
La riscoperta del santuario La grotta di San Giovanni, il sito di Betania, la laura di Sapsafas e il monticello dell’ascensione di Elia, restarono solo un ricordo fino alla fine del secolo scorso, quando nel 1899 padre Féderlin riuscì a raggiungere il wadi Kharrar da est e ad identificare il santuario all’inizio dell’avvallamento. La riscoperta fu propiziata dallo studio sistematico degli antichi insediamenti monastici ricordati dalle fonti contemporanee nella valle del Giordano sulla scia aperta da P. Vailhé con il suo Répertoire e dalla scoperta nel 1897 del mosaico della Carta di Madaba che a nord del mar Morto mette in forte rilievo il toponimo di Ainon-Sapsafas nei pressi di una sorgente non lontano dalla sponda orientale del fiume a nord del Mar Morto. Giunto all’inizio dell’avvallamento, non fu difficile per l’esploratore notare quello che lui descrive come “una sorte di promontorio di tinta rossastra…”. Identificata la laura nei pressi della sorgente, restava da localizzare la località di Ainon/Betania.
Gli scavi degli ultimi due mesi L’interesse che ha condotto alla istituzione di una commissione reale per lo sviluppo dei santuari del Wadi Kharrar è dovuto all’entusiasmo del Principe Ghazi ben Muhammad che gentilmente l’11 agosto 1995 ha voluto guidare chi scrive e padre Eugenio Alliata della missione archeologica sul monte Nebo a visitare il sito che la situazione militare aveva reso inaccessibile. La visita da troppo tempo desiderata e rinviata dalle autorità militari, fu occasionata dalla preparazione di un volume dedicato ai santuari di Giordania musulmani e cristiani promosso e edito dal Principe Ghazi. Vi giungemmo scortati dai militari di guardia al confine dalla strada che scende al ponte Abdallah distrutto durante la guerra del 1967, prendendo uno sterrato che corre parallelo al corso del fiume, attraversa il wadi Gharabah (i soldati preferiscono chiamarlo Gharub) e raggiunge il wadi Kharrar. Per un facile malinteso i soldati ci accompagnarono sulla sponda del fiume, al Maghtas, per mostrarci la cappella a ricordo del Battesimo costruita dalla Custodia di Terra Santa sulla sponda occidentale. Fu l’ufficiale comandante del settore accorso a salutare il principe a capire il vero scopo della nostra spedizione, accompagnandoci nei pressi della sorgente infossata all’origine del wadi e a mostrarci il Jebel Mar Liyas sulla sponda meridionale. Sul tell non notammo nulla di nuovo rispetto a quanto visto dal padre Augustinovich, francescano, l’ultimo degli esploratori moderni ad essersi recato sul posto. Allontanandoci di una cinquantina di metri dalla sponda del wadi, con materiale di epoca bizantina, potemmo raccogliere frammenti di tipologie ceramiche del primo secolo e alcuni frammenti dei recipienti in pietra tipici dell’epoca per l’ambiente giudaico. Sono tipologie ben note che risultano la prima evidenza archeologica per accreditare l’esistenza di un abitato di epoca romana nei pressi della sorgente di Wadi Kharrar, e per affermare che la testimonianza tardiva di epoca bizantina per l’esistenza del villaggio di Betania al di là del Giordano può essere presa in seria considerazione. Malgrado il peso storico della testimonianza di Origene che forse troppo precipitosamente aveva prestato fede ai suoi informatori e ne aveva concluso alla non esistenza del villaggio, proponendo perfino di emendare il testo evangelico sostituendo Betania con il toponimo di Bethabara. Due realtà topografiche che non si escludono, Betabara in relazione con il fiume, Betania presso la sorgente di Wadi Kharrar, come leggiamo nella Carta musiva di Madaba. Gli scavi condotti negli ultimi mesi nei due siti dal Dipartimento delle Antichità di Giordania hanno riportato alla luce sia la cappella rupestre di San Giovanni visitata dai pellegrini sulla cima del tell, sia le vestigia della chiesa nei pressi del fiume. Sono oramai anche in fase di realizzazione i progetti per la realizzazione del Parco del Battesimo a protezione dei due santuari e per la riapertura degli stessi prevista per il Natale del 1999. Purtroppo non sarà presente re Hussein al quale si deve la decisione di onorare i duemila anni della nascita del Messia in terra Giordana lungo il fiume che da il nome alla nazione.
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