Compagna preside, camerata Valditara. La stampa le spara col moschetto

Di Caterina Giojelli
25 Febbraio 2023
Piccola è Firenze ma grande l'allarme fascista, così grande che se una dirigente scrive che siamo nel 1923 i giornali ci fanno la prima pagina, il santino, le prediche. E se gli studenti vogliono il ministro a testa in giù chiedono le dimissioni (del ministro)
Picchetto degli studenti per chiedere le dimissioni del ministro Valditara e dare solidarietà alla preside e ai ragazzi del Liceo Michelangiolo di Firenze
Picchetto degli studenti per chiedere le dimissioni del ministro Valditara e dare solidarietà alla preside e ai ragazzi del Liceo Michelangiolo di Firenze (foto Ansa)

Stampa e moschetto, perché piccola è Firenze ma grande l’allarme fascista, così grande che se una preside scrive che «è in momenti come questi che, nella storia, i totalitarismi hanno preso piede» i giornali, invece di rispondere “pronto?”, ci fanno la prima pagina, il santino, le prediche. Ma se un ministro viene minacciato di morte si chiede la sua destituzione.

La Predappio di Gramellini, la ronda di Berizzi. E Concita

“Antifascismo vietato” titola Repubblica, che con la Stampa brandisce interviste a Edith Bruck, testimone della Shoa, per chiedere le dimissioni di Valditara. Gramellini si abbandona allo spassoso pronostico del 25 aprile a Predappio, Berizzi sforna uno dei suoi pezzi-ronda sulle sigle di destra che avanzano a manca con “La marcia sulla scuola della gioventù neofascista”, Concita De Gregorio scrive in ode alle professoresse democratiche che:

«Avrete notato come negli ultimi decenni esibire una qualsiasi forma di conoscenza sia diventato materia di scherno: da parte di chi non ne ha, ovviamente, o finge di non averla nella consapevolezza che titillare nell’elettorato l’orgoglio dell’ignoranza porti consenso. Certo: uno che ti dice fatica e poi vediamo è peggio di uno che ti dice che se sei analfabeta non fa niente, sei hai la terza media puoi comunque essere ministro, è l’esperienza che conta, che differenza c’è fra il pregiudicato che deve rifarsi una vita, il venditore ambulante e l’astronauta, il chirurgo, la docente di egittologia. Quelli sono la casta, noi siamo il popolo, potere al popolo, uno vale uno. Peccato che una differenza ci sia: la fatica che ti è costata, anche da condizioni di miseria, investire nel sapere».

E se vi chiedete che c’entra sappiate che l’ignoranza è a destra, la conoscenza a manca: come non riconoscere una colta martire nella signora preside del liceo Da Vinci di Firenze Annalisa Savino, che paragona una scazzottata davanti a un liceo, di numero sei ragazzi di Azione Studentesca e numero due ragazzi di sinistra, al fascismo «nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio per motivi politici», e «chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi» a qualcuno da lasciare «solo, chiamato con il suo nome, combattuto con le idee e con la cultura», «senza illudersi che questo disgustoso rigurgito passi da sé. Lo pensavano anche tanti italiani per bene cento anni fa ma non è andata così»?

Allarme fascisti, forza Tito, Valditara a testa in giù, Salvini a piazzale Loreto

Fa niente se un professore del liceo Michelangiolo, quello della scazzottata appunto, dice che a cominciare sono stati i Collettivi, o se precedentemente all’«aggressione squadrista» (copy il sindaco di Firenze, Dario Nardella del Pd) la sede Casaggì/Azione studentesca di Firenze sia stata imbrattata con parole quali «fate cagare, servi bastardi, Firenze vi odia, merde, infami, gli unici stranieri sono qui, fasci infami», o se durante la manifestazione contro i fasci i collettivi abbiano inneggiato a Tito, alle Foibe e al «Meloni fascista dei la prima della lista», o se la Procura che indaga sulla rissa davanti al liceo Michelangiolo escluda aggravanti politiche: «Soltanto futili motivi».

Fa niente se dopo la cagnara alzata dai giornali sia stata vandalizzata la sede Fdi della Garbatella insieme al cippo che ricorda un ragazzo del Fronte della Gioventù picchiato a morte, o se qualche aficionado del collettivo studentesco vicino al sociale Askatasuna di Torino, abbia diramato sui social: «Ho sognato questa notte le barricate in via Bologna. E la Digos qua non entra più, Valditara a testa in giù». O se, ancora sui social del liceo torinese Einstein vicino all’Askatasuna, sia apparsa una nuova storia, la foto del post pubblicato da Salvini in solidarietà al ministro a testa in giù con la molto democratica canzoncina Odia gli indifferenti, verso «Il mio sogno nel cassetto non è stato rimosso. Salvini sappia che a Piazzale Loreto c’è ancora posto».

Per la preside siamo nel 1923, e chi dice no è fascista

Fa niente se cazzotti e spintoni di otto ragazzi unitamente a una preside che dice che siamo nel 1923 siano diventati un caso costituzionale (Wired: “Con l’attacco alla preside il ministro Valditara si mette fuori dalla Costituzione”) e un assist per l’ennesima richiesta di dimissioni di un ministro del governo Meloni che ha trovato la lettera della preside

«del tutto impropria, mi è dispiaciuto leggerla, non compete ad una preside lanciare messaggi di questo tipo e il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà: difendere le frontiere non ha nulla a che vedere con il fascismo o con il nazismo».

Certo, c’è anche la possibilità che dicendo «non c’è alcun pericolo fascista» il ministro non intendesse essere fascista, anti antifascista, antipreside, ma che, semplicemente, intendesse dire che in Italia «non c’è alcun pericolo fascista». E se non trasuda antifascismo la sua conclusione («vedremo se sarà necessario prendere misure»), non si capisce quali “valori antifascisti” contenuti nella lettera della preside abbia leso trovandola «ridicola».

L’erede di Gramsci, i nipoti del Minculpol, la ola dei giornalisti

Ma ormai giornali, twittaroli, dirigenti e studenti avevano trovato nel «ministro dei muri e delle teleminacce» (dalla tragicomica raccolta firme tra cattedre e salotti per difendere la preside dalle intimidazioni) il Minculpop dei nipotini di Mussolini, in Annalisa Savino l’erede di Gramsci, un fulgido «esempio di sensibilità civile e di pedagogia repubblicana» (Anpi), la prova che come denuncia Bruck ci si debba preoccupare «per il clima di odio che sta montando», «gli ideali antifascisti per i quali abbiamo lottato si stanno indebolendo», e ora il rischio è

«che violenza chiami violenza, che si crei un effetto domino, un contagio per imitazione e i gruppetti diventino massa. E la massa, lo sappiamo, non pensa, applaude semmai. A pensarci mi viene la pelle d’oca».

Soprattutto se le presidi insegnano che «è in momenti come questi che, nella storia, i totalitarismi hanno preso piede (…) Nei periodi di incertezza, di sfiducia collettiva nelle istituzioni» e – ad eccezione di Crippa sul Foglio («Ma quale incertezza, quale sfiducia? Perché la sinistra ha perso le elezioni? Non un gran concetto della democrazia») -, i giornalisti applaudono e fanno la ola. Mica c’entreranno anche loro, gente molto per bene, obiettiva e responsabile, con le loro prime pagine sull’Antifascismo proibito, la marcia delle destre sulla scuola, le testimonianze dei superstiti dai campi di sterminio, con l’allarme fascismo, le scazzottate e le bombe a orologeria pronte ad esplodere in rete e davanti ai licei, no?

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