
Come ti erudisco la candidata
La sinistra accusa il centro-destra di alimentare il conflitto fra i poteri dello Stato e di preparare l’avvento di un regime. Accuse spudorate che si ritorcono contro chi le pronuncia. Prendiamo il “Kit Candidata” preparato dalla Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio in vista delle elezioni. Ci si aspetterebbe uno strumento neutro, di pura comunicazione istituzionale. Ed ecco invece 67 pagine faziose e sentenziose, piene di banalità e consigli da negozio di parrucchiere, che si arrogano il diritto di dettare alle candidate orientamenti ideologici e contenuti politici. A quelle oche bisognose di tutela che sono le candidate viene spiegato che occorre «credere in quello che si è e che si fa», «fare una sintesi di ciò che si intende dire prima di parlare in pubblico», «non disprezzare la logica», «sapere il più possibile sugli argomenti che saremo invitate a trattare», che è «proibito usare gli intercalari “mi consenta”, ecc.», (ma guarda un po’…), che per quanto riguarda l’abbigliamento «niente è proibito, se non il cattivo gusto e gli eccessi in tutte le direzioni». Ma il bello viene poi. Il testo attacca per tre volte di seguito (pp. 12, 16 e 17) la sentenza della Corte costituzionale del ’95 che dichiara illegittime tutte le norme che stabiliscono quote uomini-donne da rispettare nelle liste elettorali. La scarsa presenza femminile nelle istituzioni elettive viene definita «un grave deficit democratico» (p. 15) che viene fatto ricadere apertamente sulla sentenza della Corte costituzionale (p. 17). Nelle schede tematiche che seguono la Commissione per la parità pronuncia centinaia di verità dogmatiche. Eccone alcune: «La suddivisione totalmente squilibrata del lavoro di cura all’interno della famiglia fra uomini e donne è oggi uno dei più forti elementi di disuguaglianza nello scenario sociale italiano»; «i tagli al sistema pubblico di welfare restringono le possibilità di poter far conto sui nidi» (è esclusa la possibilità di valorizzare i nidi non pubblici); «non esiste più un unico modello familiare… è ormai corretto parlare di “famiglie”» (peccato che la Costituzione italiana dica il contrario);«bisogna affrontare innanzitutto il problema dell’acquisizione del cognome, superando l’anacronistico privilegio del cognome maschile» (ma sì, schiacciamo quel che resta del ruolo paterno); «la crisi familiare ormai non va più considerata un evento patologico» (d’ora in poi festeggeremo le corna). Riguardo al bassissimo tasso di natalità italiano il documento riesce solo a dire che «è necessario ripensare l’intero sistema del welfare, destinando maggiori risorse alla geriatria invece che alla pediatria». Sull’immigrazione invita a «una seria valutazione dello spreco di risorse non adeguate al controllo e alla gestione dei flussi» (come dire: inutile tentare di bloccare i clandestini, tanto entrano lo stesso) alla «consapevolezza che l’autoregolazione dei flussi è sempre esistita e continua ad esistere: l’importante è volerla attuare» (cioè: quando saranno entrati tutti, non entrerà più nessuno). Originale l’idea di società multiculturale della Commissione per la parità: «Va superata, fondamentalmente, la divisione tra italiani ed immigrati a vari livelli: culturale, religioso, demografico, occupazionale, sociale» (che facciamo, li omogeneizziamo col frullatore?). Inoltre «l’equazione immigrazione=criminalità è fuorviante… quindi occorre che cessi l’allarme sociale su questo aspetto emergenziale della immigrazione» (andatelo a dire ai cittadini dei grandi centri urbani). Quando si passa ad esaminare il tema del servizio civile, la Commissione sembra ventilare (senza sposarla) l’ipotesi dell’anno di servizio sociale obbligatorio per tutti. Scopo del nuovo servizio civile dovrebbe essere fra l’altro quello di ingenerare niente meno che «l’amore per lo Stato» (“amare questo gelido mostro?”, rispose Max Weber ai suoi studenti sbarrando gli occhi quando uno di essi gli pose la questione se si doveva provare amore per lo Stato; certamente un linguaggio che nell’Europa occidentale dopo il fascismo non si era mai sentito). E queste sono solo alcune delle perle di un manuale buono per un sistema a partito unico, non certo per un’elezione pluralista.
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