Lettere dalla fine del mondo

Come si muore (come si vive) in questa “antisala del Paradiso”

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Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Che cos’è la “cariño-terapia”? Una parola inventata dal Papa e che non esiste nei dizionari. Si tratta della terapia affettiva di cui tutti abbiamo bisogno, e in particolare chi soffre. Tutti i giorni andando alla clinica, dove quarantotto persone aspettano che il Signore venga a prenderli, faccio esperienza della “cariño-terapia” baciando i pazienti, stando al loro fianco, accarezzando il loro volto, tenendo le loro mani nelle mie, parlando soavemente e con tenerezza come ha fatto la Madonna con Gesù e san Giuseppe, suo castissimo sposo.

È questo il “cariño” di cui parla il Santo Padre. Quando nella sua visita in Paraguay ha voluto incontrare i miei figli, è stato commovente il modo con cui ha guardato e baciato alcuni dei pazienti. Non solo, ma quando le mie figlie, vittime di abusi sessuali, lo “assaltarono” abbracciandolo, il suo viso si illuminò e i suoi occhi brillarono di gioia.

L’1 maggio l’hospice compirà dieci anni. Un santo sacerdote che passò molti mesi con noi, vittima di un cancro alla bocca con metastasi generalizzata, chiamò questo luogo sacro la “antisala del Paradiso”. Il paradiso è la pienezza del “cariño”, l’antisala è un luogo nel quale uno si sente amato, accolto, mentre aspetta che Gesù venga a prenderlo. È questa la ragione per cui tutti i giorni sul comodino di tutti ci sono dei fiorellini freschi e festeggiamo ogni mese coloro che hanno compiuto gli anni.

La responsabile dell’ospedale è una giovane suora alla quale Benedetto XVI ha dato il permesso di lasciare il convento di clausura delle carmelitane per vivere al fianco dei pazienti. Contemplare Gesù eucaristia e Gesù inchiodato a letto che aspetta di morire è la ragione della sua vita.

Il gesto più bello della “cariño-terapia” è l’incontro dei pazienti, tre volte al giorno, con Gesù eucarestia. Alle 7 del mattino in processione la suora porta la comunione; alle 12.30 celebro la Messa che si ascolta in ogni stanza; alle 18.30 sempre in processione porto l’ostensorio per la benedizione serale. Un altro gesto che ci aiuta a capire la “carino-terapia” è il cambio di guardia che il personale compie nella cappella, davanti al Santissimo, perché cosciente che senza questo incontro con Gesù sarebbe troppo difficile stare davanti a gente che muore, spesso con parti del corpo in putrefazione e piene di vermi.

Il mio compito è uno solo: educare il personale a riconoscere Gesù in questi pazienti, qualsiasi siano le loro condizioni fisiche. Alcuni mesi fa è venuta una ragazza italiana a condividere con noi la compagnia agli ammalati. Questa è la lettera che mi ha scritto quando è tornata a casa.

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Caro padre Aldo, cara hermanita Sonia, da quando sono tornata, spesso durante la Messa mi travolge la commozione, si fa sentire in me quella mancanza, quella ferita che si è riaperta mentre ero lì con voi. Sono grata di ciò, perché il poter sentire questa lacerazione nel mio cuore mi fa chiedere, domandare tutti i giorni, così che non mi dimentico di Gesù, perché da mendicante sono costretta a chiedergli tutto.

Da un mese lavoro come infermiera in un hospice privato e da quando sono qua continuo a rendermi conto di quanto sia grande il bisogno dell’uomo e di come molto spesso siamo incapaci di starci di fronte. Iniziare il lavoro avendo negli occhi come lavoravamo in Paraguay è molto difficile. Qui sembra che gli infermieri si dimentichino di avere a che fare con persone invece che con sacchi di patate.

Nella sezione degli stati vegetativi al mattino si lavano tutti i pazienti e gli si fanno le perette con tanto di esplorazioni rettali, che sono una cosa decisamente fastidiosa per chi le subisce. La prima volta che ho svolto queste attività ho sentito il cuore stringersi perché a questi pazienti veniva fatto ciò senza nemmeno dire “buongiorno”, anzi, magari con qualche “che schifo!”.

Ho sentito una sproporzione gigantesca rispetto a quello che avevo vissuto da voi e al mio desiderio di stare con i pazienti che avevo davanti. Ogni giorno è una sfida a guardare quei pazienti come guardavo Ramon, ad amarli senza ridurli a corpi. Cresce in me il desiderio che anche qua possa nascere un luogo come la clinica Divina Providencia perché tutti i malati hanno bisogno di essere amati come le tue piccole ostie paraguayane.

Che grazia poter avere il cuore così trepidante!

Lettera firmata

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