Memoria popolare

Come la fede incide anche nel modo di fare il sindacato

Di A cura di Fondazione Europa Civiltà
12 Gennaio 2024
I tratti di una nuova presenza cristiana dentro le fabbriche negli interventi al convegno del 1978 su Movimento Popolare e mondo del lavoro
Foto di Austrian National Library su Unsplash

Seconda parte della rassegna dei contributi esposti al convegno “Operatori sindacali del Movimento Popolare” tenutosi a Rimini nel dicembre 1978, anno di nascita dell’Ufficio Lavoro del Movimento Popolare. Tutte le uscite della serie sono reperibili in questa pagina.

* * *

All’intervento di Mario Spotti, che dopo l’introduzione di Saverio Allevato aveva svolto la relazione di apertura del convegno di Rimini del 16-17 dicembre 1978 “Operatori sindacali del Movimento Popolare”, segue un’assemblea nella quale una decina di lavoratori prende la parola. Fiorenzo Colombo, uno dei primi responsabili dell’Ufficio Lavoro del Movimento Popolare, fa un intervento di metodo:

«Il problema non è non dare un giudizio politico: bisogna arrivare a darlo, ma c’è un prima, che è l’atteggiamento di fondo. Uno può dare tutti i giudizi politici e fare tutte le scelte di schieramento, ma se l’atteggiamento di fondo è sfasato come concezione di sé, farà il sindacalista come lo fanno tutti: anche il giudizio politico che dà non porta una novità. Se partecipo a una riunione sindacale, leggendo il giornale per tutto il tempo e poi faccio un intervento parlando dei grandi temi sindacali, dicendo cose belle e intelligenti, non è moralistico affermare che in questo non c’è verità, che non mi comporto diversamente da un politicante; non c’è ascolto né condivisione della situazione e le cose intelligenti dette passano sopra la testa dei lavoratori. Andiamo a trasmettere le linee sindacali senza chiederci che valori vengono trasmessi, che immagine di uomo viene data, come dei burocrati. […]

Molti colleghi, come burocrati, partecipano passivamente a tutte queste riunioni; quelli più intelligenti, ad un certo punto si chiedono: “Come possiamo essere agenti di cambiamento?”. Io mi sono dato un metodo, che è quello di non lasciarmi condizionare dalle richieste che provengono dall’organizzazione; non è questione di intelligenza politica, è questione di come tu sei dentro l’ambiente, che non coincide con l’organizzazione (anche se tu lavori per essa), ma coincide con l’ambito in cui incontri il bisogno.

Come sindacalista che lavora sul territorio ho scelto la salute come tema prioritario perché investe non solo la condizione dl lavoro, ma quella della vita. Mi sono dato delle priorità che non fossero risposte meccaniche alle richieste dell’organizzazione o ai problemi che emergono, ma un tentativo di adesione, attraverso un cambiamento del mio modo di fare il sindacato, ai bisogni veri della gente».

L’intervento di Gennaro M. (il ciclostilato con le sbobinature dell’evento non cita tutti i cognomi), che segue quello di Fiorenzo Colombo, descrive una novità di approccio al lavoro sindacale:

«Ognuno di noi era preso nell’ingranaggio descritto nell’intervento di Fiorenzo e, allora ci si diceva che era necessario vivere tra di noi un’unità. Questa unità doveva essere il primo giudizio di valore sulla nostra vita, un giudizio di cambiamento che venisse prima del giudizio politico. Unità che non doveva essere solo tra chi era insieme nella stessa situazione, ma che doveva avere un respiro di movimento, per una presenza comune a livello nazionale.

Ad un certo punto è avvenuto un ribaltamento del tipo di presenza, o meglio di non presenza nostra: abbiamo cominciato a chiederci come la fede fosse incidente sia nella propria persona che nella situazione storica. È iniziata così una condivisione personale dei bisogni incontrati. Da qui è nato un criterio diverso nell’uso del tempo, dando ad esempio priorità ai rapporti con le persone.

Come dare continuità a questo tipo di lavoro che è iniziato tra alcune persone? Infatti la struttura sindacale, per l’ideologia che la governa, tende ad emarginare questo tipo di lavoro. Vedendo il modo stanco di partecipare dei lavoratori abbiamo sentito l’urgenza di iniziare con la gente un lavoro sull’ideale, sul perché uno fa certe cose, perché uno si muove. È iniziato così un lavoro che non ha creato strutture, ma un rapporto e un clima visibilmente diverso, sia all’interno di una fabbrica che in un Consiglio di fabbrica. Se permane la domanda di come la fede incida sul lavoro sindacale, anche il disagio che può nascere è sano, perché costringe a un lavoro».

L’intervento di Pier Alberto Bertazzi, iniziatore di una presenza di Movimento Popolare nella realtà della medicina e del lavoro sanitario, mette al centro il rapporto fra l’impegno nel sindacato e la costruzione del Movimento Popolare in Italia:

«Il punto di partenza è un giudizio chiaro sulla società in cui siamo, un giudizio molto preciso sugli uomini che in questa società vivono; misurarci anche con la possibilità concreta e storica di intervenire con un progetto sulla società.

Come si fa a lavorare sulla società? La società di per sé non esiste, esistono dei modi, dei luoghi, delle situazioni, degli ambienti attraverso i quali io vivo tutto il bene o tutto il male di questa società, e attraverso i quali riesco con il mio lavoro a intervenire non solo su alcuni meccanismi, o su alcuni particolari, ma proprio sul cuore, sul problema di fondo.

Noi siamo qui per lavorare su un aspetto particolare del mondo del lavoro che è il sindacato. Però guai se avessimo cominciato mettendo sul tappeto tutti i problemi che il sindacato ci pone per cercare di risolverli. Al contrario, il nostro problema di persone che vivono all’interno del tentativo che si è già storicamente determinato, che si è dato una fisionomia che si chiama Movimento Popolare, è quello di aiutarci a intervenire in questa società, per cambiare ciò che è contrario al bisogno che noi e tanti altri uomini che incontriamo nell’ambiente di lavoro, sentiamo.

Questo è l’unico modo in cui noi possiamo riuscire a costruire qualcosa di più che non la soluzione dei problemi che a noi il sindacato pone, perché è molto di più quello che noi vogliamo fare: non vogliamo risolvere per noi e per qualcun altro le cose che non vanno, ma vogliamo, attraverso questo ambiente che è il mondo del lavoro, attraverso questa realtà che è il sindacato, porre dentro la società in cui siamo con tutti gli altri uomini un reale lavoro di cambiamento, una reale possibilità di mutare gli aspetti iniqui di questa società e di rispondere ai bisogni veri degli uomini che in questa società vivono.

Qual è il metodo di lavoro di questa realtà di movimento popolare? Dovunque noi siamo (ambiente di lavoro, sindacato) ciò che personalmente dobbiamo perseguire è la costruzione di qualcosa, che qualcosa venga edificato. Come è importante allora, in questa prospettiva, il fatto che io, con due o tre persone – non dico con una grossa fabbrica occupata, ma con alcuni lavoratori di una fabbrica –, riesca a ritrovarmi e riesca a farlo con la coscienza che in quel momento non sto semplicemente facendo in maniera accettabile la mia professione di sindacalista, ma sto cominciando in maniera concreta, storica, a porre lì dentro una realtà che prima non c’era!

Come è diversa la mia capacità e anche il mio gusto nel vivere i rapporti e i problemi con questa prospettiva: io qui devo mettere in piedi qualcosa non di grosso, ma di vero. Questo è il metodo attraverso il quale diventiamo capaci di progetto sull’intera situazione, quindi nel mondo del lavoro e del sindacato. Com’è diversa la fatica se il nostro sforzo non è di un gruppo di sindacalisti che hanno dei problemi, ma lo sforzo di un gruppo di persone che coscientemente e con gusto sono parte di una realtà di movimento popolare».

(2. continua)

[email protected]

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.