Cisgiordania. Anche la «capitale dei martiri» palestinese si è stufata dei “martiri”

Di Leone Grotti
20 Aprile 2016
Saer è la cittadina della Cisgiordania dalla quale sono usciti più attentatori, ma i padri sono stanchi di seppellire i figli: «Così non si ottiene niente»
A burned bus is seen in Jerusalem, Monday, April 18, 2016. A bus exploded in the heart of Jerusalem Monday, wounding at least 15 people who appeared to have been in an adjacent bus that was also damaged. The explosion raised fears of a return to the Palestinian suicide attacks that ravaged Israeli cities a decade ago. (AP Photo/Oded Balilty)

È da sei mesi che va avanti la cosiddetta “Intifada dei coltelli“, culminata lunedì con l’attentato a un autobus di linea a Gerusalemme. Più di 180 palestinesi sono morti nel tentativo di uccidere cittadini o soldati israeliani. In 29 ci sono riusciti. E c’è un villaggio in particolare della Cisgiordania che ha generato più attentatori di qualunque altro: Saer.

«CAPITALE DEI MARTIRI». La cittadina rurale di 20.000 persone viene chiamata da molti palestinesi la «capitale dei martiri». Negli ultimi tre mesi, 11 giovani sono morti cercando di uccidere cittadini israeliani. «Abbiamo perso troppi figli», si confida al Washington Post Awni al-Jabbarin, che ha seppellito a Saer suo figlio Muayyad, 20 anni. Il ragazzo è stato ucciso da un soldato dopo essersi scagliato con un coltello contro di lui: «Non ha ottenuto niente così. Prego Dio che sia l’ultimo figlio di Saer a morire».

ATTENTATI IN CALO. Nonostante l’esplosione di lunedì, nella quale sono rimaste ferite 21 persone, due gravemente, gli attentati stanno diminuendo. A ottobre, quando l’Intifada dei coltelli è cominciata, ci sono stati 78 tentativi di omicidio, 20 a marzo, quattro ad aprile. Un comandante dell’esercito israeliano in Cisgiordania spiega il calo: «I palestinesi sono stanchi, l’atmosfera è cambiata. La maggior parte degli attacchi non ha successo».

A SCUOLA COL COLTELLO. Il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, non ha mai incoraggiato gli attacchi, al contrario di Hamas, anche se li ha condannati solo debolmente. Intervistato dall’israeliano Channel 2, ha dichiarato: «La nostra polizia entra nelle scuole. In una ha trovato 70 studenti con il coltello. Cerchiamo di spiegare loro che è sbagliato, che non vogliamo che muoiano uccidendo qualcuno. Vogliamo che tutti vivano». È vero, ha ammesso poi, «che da noi molti vengono incitati. Ma anche voi li incitate».

OCCUPAZIONE ISRAELIANA. Il riferimento è all’occupazione israeliana della Cisgiordania, che va avanti da 49 anni, ed è divisa in tre aree: una governata dai palestinesi (circa l’11%), una da palestinesi e Israele (28%) e una terza da Israele (61%). Come dichiarato ad AsiaNews da Adel Misk, medico palestinese, portavoce di The Parents Circle, associazione che riunisce 250 familiari di vittime israeliane e 250 palestinesi, «fino a che vi sarà una occupazione» le violenze «perdureranno. Per questo è urgente trovare la via della pace».

«ADESSO BASTA». Un sondaggio condotto a marzo dal Palestinian Center for Policy and Survey Research ha rilevato che ora la maggior parte dei palestinesi non sostiene più gli attentati, un’inversione di tendenza rispetto a dicembre. «Ora vogliamo un po’ di quiete», si concede rapidamente Hassan Froukh, che ha seppellito suo figlio Fadi, 27 anni, padre di una bambina. «Adesso basta».

@LeoneGrotti

Foto Ansa/Ap

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