
Lettere dalla fine del mondo
Ciò che dà senso alle mie giornate, ai sentimenti e pure alle lune storte
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Caro padre Aldo, i primi 13 anni della mia vita sono stati caratterizzati da una cosa: tutti mi dicevano che ero brava in tutto. Addosso a me c’erano enormi aspettative. A 14 anni mi sono ammalata gravemente e non sono più riuscita a fare niente di quello che facevo prima. Questa situazione è stata la più grande grazia della mia vita. Dai 14 ai 19 anni ho incontrato la misericordia di Gesù: ho incontrato un professore che è stato il primo ad amarmi per quello che ero. In classe ero la più incasinata di tutti, la meno “brava”, la meno coerente, eppure lui preferiva me.
Pian piano, lasciandomi aiutare, sono guarita dalla malattia che mi aveva colpita e che mi aveva fatto conoscere anche la depressione. Tra i 17 e i 20 anni ho vissuto ricolma di gratitudine per l’incontro che mi aveva segnato. Sentivo una preferenza su di me incredibile, per la prima volta non per una prestazione che gli altri mi chiedevano. Ero amata così, mi sentivo voluta dal Signore attraverso i miei amici, il mio professore, il mio moroso.
Da un anno a questa parte invece sono ripiombata nel dolore: quella preferenza non è più carne. Sono concentrata sui miei limiti, i miei tradimenti. Fin da bambina sono sempre stata molto sensibile, era un pregio per me, ma ora mi sembra una condanna che mi affossa. Il sentimento più imponente dell’ultimo anno è un senso di inutilità profonda. Non mi sento fatta per un compito, non mi sento chiamata. Ci sono giorni in cui penso che Cristo sia venuto a salvare tutti tranne me. Rispetto al periodo della mia malattia è come se avessi perso la speranza, non mi sento stimata per quella che sono, mi sento fuori luogo. Non ho più la semplicità di seguire, di abbandonarmi a un fascino oggettivo che prima si incarnava nella persona del mio professore.
La tua storia mi dà speranza perché è la dimostrazione che Dio è fedele e io desidero vivere nella carne questa amicizia con Lui. Desidero sentirmi scelta per qualcosa di grande, per qualcosa di indispensabile e unico, preparato solo per me. E invece ci sono momenti in cui si assopisce perfino il desiderio.
Maria Cristina
Quel «mi sento o non mi sento, fatto per…» mi richiamano a quanto don Giussani e oggi Julian Carrón continuamente ci chiedono. «Non aspettatevi un miracolo ma un cammino», cioè un lavoro personale, una ascesi per verificare se facciamo i conti con la realtà oppure no. Il sentimento è uno dei due fattori più importanti insieme alla ragione nella vita di una persona. Don Giussani nel Senso Religioso ci ricorda che il sentimento deve essere guardato come una lente: l’oggetto, grazie a questa lente, si avvicina all’energia conoscitiva dell’uomo e la ragione lo può conoscere con più facilità e sicurezza. Quindi il sentimento risulta essere un fattore essenziale per la vista. Non nel senso che sia lui che ci permette di vedere ma nel senso che rappresenta la condizione perché l’occhio, la ragione, vada d’accordo con la sua propria natura. Per cui, tanto il sentimento come la ragione sono i due fattori costitutivi del vedere.
Quando separiamo questi due fattori inevitabilmente diventiamo razionalisti o sentimentali, vittime di ciò che mi piace o non mi piace. Sono convinto, guardando la mia storia, che solo dentro un cammino paziente in compagnia di chi ti vuole bene, ritroverai ciò che hai sperimentato da ragazza. «È necessario soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina».
Quell’incontro dobbiamo custodirlo istante per istante, perché non è scontato viverlo. Spesso basta una distrazione e i nostri occhi perdendo di mira la verità. Se il Signore permette questa oscurità nella tua vita, non avere paura, ritornerà il sole. Ogni mattina aprendo gli occhi la prima cosa che faccio è dire «Tu o Cristo mio». Questo non elimina il mio stato d’animo, semplicemente mi fa riconoscere la Sua presenza dentro il casino dei miei sentimenti e delle mie “lune”. E sento la fatica di riprendere in mano la vita guardando in faccia la realtà, permettendo così alla mia libertà di riconoscere la verità di me: «Io sono Tu che mi fai» e in questo abbandono vivo una grande pace. Il Mistero ti mostrerà sempre un professore che avendo a cuore il tuo destino ti accompagni a scoprire che sei fatta per «qualcosa di grande, indispensabile, unico e preparato solo per te».
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