
«Il regime ha arrestato tutta la mia famiglia nel Xinjiang. Rischio genocidio»

La Camera degli Stati Uniti ha approvato un coraggioso disegno di legge che prevede sanzioni per le autorità cinesi responsabili di «detenzione arbitraria, tortura e molestie» ai danni dei musulmani uiguri, da due anni rinchiusi senza processo nel Xinjiang in campi di rieducazione attraverso il lavoro. Sono circa 1,8 milioni gli uiguri rinchiusi e sottoposti a indottrinamento e torture. Riportiamo di seguito stralci dell’articolo scritto per il Financial Times da Gulchehra Hoja, giornalista uigura di Radio Free Asia, che ha testimoniato davanti al Congresso.
«Ventiquattro dei tuoi parenti sono stati arrestati per colpa tua». Quando un conoscente della mia famiglia mi ha parlato così nel 2018, la mia mente è esplosa. Non potevo più rimanere in silenzio. Questo è stato il punto critico dei miei 17 anni passati in America, anni di costante paura e preoccupazione per la mia famiglia rimasta a casa, nella provincia cinese del Xinjiang.
Sono nata e cresciuta a Urumqi, la capitale, e ho cominciato la mia carriera giornalistica come presentatrice e produttrice per l’emittente statale Xinjiang Tv. Nel 2001, mentre mi trovavo in vacanza in Austria, ho ascoltato Radio Free Asia, emittente no profit dotata dell’unico notiziario indipendente in lingua uigura al di fuori della Cina. Sono rimasta così impressionata dalle notizie che hanno dato che ho deciso di contattarli per lavorare con loro. Poco tempo dopo sono entrata nella redazione di Washington Dc.
Dopo che la mia voce è comparsa per la prima su Rfa, la mia famiglia è diventata un bersaglio dello Stato. Mio padre, direttore del dipartimento di ricerca del museo archeologico dello Xinjiang, è stato costretto a dimettersi. I miei cugini sono stati demansionati. I miei amici e colleghi interrogati e costretti a prendere le distanze da me e dalla mia famiglia.
Tutti i miei precedenti lavori per la tv di Stato sono stati cancellati. Mi è anche stato recapitato un “avviso rosso”, cioè il divieto di rientrare a casa. Anche alla mia famiglia è stato proibito di venirmi a trovare negli Stati Uniti. Questa situazione va avanti da 20 anni.
Nel 2017 la situazione nella regione uigura è peggiorata in modo drammatico. Da allora, più di un milione di uiguri e altre minoranze musulmane sono state incarcerati in campi di detenzione dal governo, che ha organizzato una campagna massiccia per ridurre al silenzio la nostra cultura e costringerla ad assimilarsi (a quella Han, ndr).
Secondo i sopravvissuti che ho intervistato per Rfa, le persone rinchiuse vengono drogate con sostanze sconosciute che causano perdita della memoria. Gli arrestati sono soggetti a condizioni terribili, che comprendono privazione del sonno, del cibo, sterilizzazione forzata e torture.
Negli ultimi due anni abbiamo cercato di esporre la verità sui campi. Abbiamo parlato con i sopravvissuti, le guardie e i funzionari, rivelando la verità sugli orfanotrofi pieni di bambini a causa della detenzione dei loro genitori. Mentre intervistavo tutte queste persone, non ho mai smesso di pensare alla mia famiglia, i cui membri sono ancora incarcerati: mio padre, mio fratello, i miei zii e cugini. La più grande sfida della mia vita è stata continuare a fare il mio lavoro nonostante la paura per i miei cari.
Soffro molto per questo, ma questa condizione mi ha cambiata: avendo perso tutto, sono ancora più determinata a contrastare questa brutale oppressione. Ho deciso di parlare e di testimoniare davanti al Congresso americano perché questo è l’unico modo per preservare la mia sanità mentale. Negli ultimi anni si è parlato di “crisi dei diritti umani”, “genocidio culturale”, “gulag cinesi”. Ora noi uiguri esiliati all’estero cominciamo a temere che sarà presto necessario parlare di “genocidio” vero e proprio.
Al momento non abbiamo prove di uno sterminio di massa, anche se il trasferimento forzato dei bambini e le sterilizzazioni forzate sono in atto. Lo Stato cinese ha messo al bando la nostra lingua, distrugge i libri, arresta gli intellettuali, demolisce le moschee, le case e perfino i cimiteri. Le famiglie vengono separate, con i bambini prelevati per essere indottrinati. Queste misure rappresentano una minaccia esistenziale per la sopravvivenza del popolo uiguro. Spetta a noi, a tutto il mondo, decidere come far finire questa crisi.
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