
Lettere al direttore
Che noia le polemiche sulla “destra che marcia sulla Rai”

Caro direttore, ma non è un po’ strana questa cosa che ora la sinistra grida alla “censura” perché a Domenica In Mara Venier ha osato interrompere il cantante Dargen D’Amico nel suo comizietto sugli immigrati che portano soldi in Italia?
Mauro Gherardi email
È tutto molto ridicolo e tutto molto assurdo. Ieri era il titolo di apertura di Repubblica: “La destra marcia sulla Rai”. Quando l’anno scorso al Festival si mimavano gli amplessi o si facevano i fervorini sui diritti era un momento di alta democrazia; quest’anno che si sono limitati (più o meno) a cantare, allora significa che è intervenuta la “censura”, che la destra “si è presa la Rai”, che “c’è il regime di TeleMeloni”. Siamo sempre lì: se la sinistra occupa tutti i posti tv e impone la sua visione del mondo, allora siamo nel miglior mondo possibile. Se la destra – in maniera meno sistematica e più scombiccherata, diciamo noi – fa la stessa cosa, allora c’è il fascismo. Per dirla col titolo della canzone sanremese: che noia.
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Gentile direttore, mi sono abbonato quest’anno per la prima volta. Devo dire la vostra linea editoriale è una delusione cocente: atlantista, europeista, filo israeliana. A volte mi domanda che senso ha creare un giornale per sentirsi di fatto schiavi di politiche oltre oceano. Esempi: niente contro il governo Meloni che continuano a finanziare la Guerra in Ucraina. Nessuno commento sul fatto che Jens Stoltenberg abbia pubblicamente ammesso che la guerra in Ucraina è iniziata nel 2014. Niente sul documentario sull’Ucraina di Oliver Stone (Ukraine on fire). Niente sull’incredibile censure del film Sound of Silence sulle violenza ai minori (forse non sapete che l’arcivescovo di Sydney ha detto che ogni cristiano dovrebbe vedere quel film di denuncia, totalmente boicottato da Hollywood). Nulla sul North Stream, anche se giornalisti che hanno vinto il Pulitzer prize hanno provato che è stata una decisione americana. Guerra di Gaza: qui la situazione è patetica. Il giornale israeliano Haaretz ha denunciato il fatto che Israele non solo sapeva, ma che ha anche favorito il massacro di ottobre, perché serviva a Netanyahu per fare piazza pulita a Gaza. Niente sul massacro tutt’ora in atto. Niente sulla patetica presa di posizione dell’Italia sulle risoluzioni
dell’Onu per gli aiuti umanitari (guardate come Messora ha smontato l’argomento). Niente sul fatto che Israele che favorito la nascita a crescita di
Hamas per contrastare il ruolo di Arafat e dell’Olp. Niente sul fatto che Rabin prima di essere portato in ospedale, fu “trasportato” in taxi per mezz’ora (dopo l’attentato) ed è arrivato in ospedale morto… Il vostro articolo “Come si mantiene la miliardaria holding Hamas” è pazzesco. Ancora, andate su Haaretz e scoprirete che i fondi per Hamas sono arrivati via Qatar con il beneplacito di Israele. E adesso voglio vedere se e quanto spazio data alla più importante
intervista da quando è scoppiata la Guerra in Ucraina: Tucker Carlson che intervista Vladimir Putin. Vi consiglio di seguire Mazzucco / Margherita Furlan etc. Altrimenti mi sembra di leggere il Corriere.
Antonio Conci email
Gentile Antonio, tutte le critiche sono ben accette, ma mi aspetterei che, almeno, ci si documenti prima di avanzarle. Per molti degli argomenti che lei cita potrei farle notare quale è stata, in realtà, la nostra linea, ma non voglio toglierle il piacere di scoprirlo, leggendo con più attenzione e meno acrimonia il nostro mensile e il nostro sito. Le basterà, ad esempio, mettere parole chiave come “Israele” o “Ucraina” o “Gaza” o “Qatar” nel campo di ricerca sull’homepage di tempi.it per farsi un’idea più corretta di cosa abbiamo scritto. Mi pare di capire, anche vedendo quali siano, secondo lei, fonti di informazione più affidabili di noi, che lei frequenta altri siti che – e su questo ha ragione – sono molto diversi da Tempi. Glielo confermo: noi con loro non c’entriamo niente. Se quello che cerca è un’informazione dal sapore complottista, non è questo il luogo adatto. Se cerca un punto di vista “diverso”, ma comunque aderente alla realtà dei fatti, allora è nel posto giusto.
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Caro direttore, rinfrancato dal giudizio di Cinema Fortunato, ieri sera sono andato a vedere “Povere creature”. «Capolavoro di Yorgos Lanthimos», esordisce Fortunato nella sua recensione. Chissà gli altri film… Si tratta di un film a tesi. Il regista intende dimostrare che, per crescere e raggiungere il pieno compimento di sé, una donna (seppur artificiale) deve passare attraverso tutte le esperienze della vita, positive ma soprattutto negative, e in particolare vivere la più profonda abiezione in prima persona. Solo così – dice il personaggio che Fortunato definisce come «una fatina nera disturbante e affascinante», cioè la tenutaria del bordello dove lavora la protagonista Bella – si potrà diventare se stessi, liberi e indipendenti, e possedere il mondo. Non si tratta solo – come afferma Fortunato – di guardare in faccia il Male per conoscere il mondo. Si tratta di fare il Male come passaggio fondamentale della formazione umana. Si tratta di sfruttare se stessi (anima e corpo) e gli altri per diventare liberi e indipendenti, vale a dire privi di scrupoli, e infine illudersi di possedere il mondo. L’ultima scena del film sta lì a dimostrarlo. Un’ultima osservazione. Se uno vuole dimostrare una tesi, non fa un film ma scrive un saggio. Si fa un film quando si ha una bella storia da raccontare. E quella di “Povere creature” non lo è, in quanto la verisimiglianza psicologica dei personaggi è assai fragile. Tant’è vero che lo spettatore non riesce a empatizzare con nessuno di loro e quindi rischia di annoiarsi (anche perché il film è lungo). Se non si annoia è solo grazie alla pornografia, al linguaggio scurrile, alle budella, ai cervelli e agli altri organi interni del povero corpo umano che vengono forniti allo spettatore con grande prodigalità. Malgrado la meravigliosa fotografia, le geniali scenografie e gli ottimi attori, quindi, è un film in cui si alternano noia e disgusto. Se vi piace frequentare ristoranti dove il cibo fa schifo ma la location è stupenda e i camerieri sono gentilissimi, è un film che fa per voi.
Sante Maletta email
Registriamo il dissenso e, non avendo visto il film, ne parleremo con Fortunato, il nostro critico cinematografico di riferimento.
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Caro direttore, di solito, quando si parla di anziani e di nonni ci si riferisce solo a persone “fragili”. Quando si parla di loro si sottolinea solo che sono persone da “assistere” e, in questo senso, persone da sopportare, anche perché sembra solo che costituiscano un peso, anche economico, per l’intera società. Invece, penso che non ci sia nulla di più falso e ne ho avuto conferma nei tre giorni che ho passato, recentemente, a Palermo su invito dell’amico di “vecchia” data Francesco Inguanti. In quei giorni ho partecipato a tre momenti nei quali, appunto, si è parlato degli anziani/nonni come di un RISORSA e non di un peso da sopportare in qualche modo. Ne ho parlato partecipando, nella mia qualità di vice-presidente dell’associazione NONNI2.0, ad un convegno organizzato dalla CISL Pensionati della Sicilia; ad un incontro in una parrocchia di Palermo, organizzato da Cl e dall’Azione Cattolica locale e ad una assemblea pubblica tenutasi in una sala comunale di Castellammare al Golfo.
In tutti quei momenti, abbiamo riscoperto l’attualità di un libro di Romano Guardini intitolato “Le età della vita”, dove, a proposito del “diventare vecchi”, si legge che «anche la vecchiaia è vita… è vita con una propria configurazione e con un proprio valore». Infatti, «l’uomo che invecchia si avvicina non alla fine ma all’eterno». Quindi, la vecchiaia ha «un senso che non ha nessun’altra fase di vita».
Sulla base di questa fondamentale e reale osservazione, in tutte tre le occasioni appena accennate si è potuto unanimemente affermare che gli anziani/nonni sono, innanzi tutto, una risorsa per la famiglia. Lo sono, in primo luogo, di fatto, perché gli anziani sostengono concretamente le famiglie sia “assistendo” in vario modo i nipoti (e, quindi, le famiglie di cui essi fanno parte) sia sostenendoli, molto spesso, anche economicamente. E poi contribuiscono, insieme ai propri figli, al compito fondamentale di oggi, che è quello di educare. Con l’affetto verso i nipoti di cui la natura dota i nonni, questi ultimi contribuiscono, spesso in modo decisivo (come sottolinea papa Francesco), a trasmettere alcuni capisaldi fondamentali della strada che educa a diventare sanamente positivi nella vita, anche con la trasmissione della fede. Ma gli anziani costituiscono una risorsa anche per l’intera società, perché la sola loro presenza ricorda a tutti che noi non veniamo dal nulla, ma facciamo parte di una storia, di cui soprattutto i nonni sono la visibile testimonianza. Essi, quindi, aiutano ad amare la storia che ci precede, essendo così il vivente antidoto a quella cultura che vorrebbe distruggere tutto del passato, in nome di un individualismo e di un moralismo che, in fondo, distrugge le basi dell’esistenza stessa di un popolo. In America, chi distrugge la statue di Cristoforo Colombo dimentica che senza di lui (compresi i suoi eventuali errori) l’America di cui fa parte neppure esisterebbe. I nonni non nascondono gli errori del passato, ma testimoniano che anche attraverso di essi si è svolta una storia che è arrivata fino a noi. I nonni salvano, in altre parole, la tradizione, ma aiutando le successive generazioni a guardare al futuro. Ed in questo senso contribuiscono, se ascoltati, a tenere insieme l’intero Paese.
Gli anziani, poi, sono una risorsa anche per la Chiesa, nel senso elementare che spesso essi sono la strada più efficace per trasmettere la fede ai propri nipoti. In questo senso, papa Francesco, in più occasioni, ha affermato che «non esiste un’età per andare in pensione dal compito di annunciare il Vangelo, dal compito di trasmettere le tradizioni ai nipoti» e che «l’anzianità contiene una grazia e una missione, una vera vocazione del Signore. L’anzianità è una vocazione. Non è ancora il momento di “tirare i remi in barca“». Ma se questo è vero, come lo è, l’organizzazione pastorale della Chiesa come tale, comprese le parrocchie, le associazioni ed i movimenti, deve fare una passo avanti importante su tutto questo. Anche le organizzazioni cattoliche, infatti, rischiano di trattare gli anziani ed i nonni come dei residuati bellici, da far giocare a carte dentro le proprie strutture e da accompagnare, una volta all’anno, con una gita in qualche santuario. Se è vero che anche l’età anziana è una vita, allora l’anziano ed i nonni devono essere implicati concretamente nell’attuazione della pastorale. Per usare la grande parola cristiana, anche gli anziani devono essere chiamati a partecipare e vivere la dimensione MISSIONARIA della fede. Devono essere chiamati ad operare perché venga attuata, come richiesto dal Papa, una alleanza tra generazioni, al fine di rendere più vera l’intera società e l’intera Chiesa. L’associazione NONNI2.0 sta dando il proprio contributo in questa direzione con l’organizzazione, in questo anno sociale, di una serie di incontri dal titolo generale di “Un patto tra generazioni per una società più umana”.
Non è facile il compito che ci attende per far prendere coscienza a tutti, politica compresa, che i nonni sono effettivamente una grande RISORSA per tutti. Ma in questo percorso non partiamo dal nulla. Partiamo dalla constatazione di una realtà che esiste in modo massiccio, anche se la cultura dominante non ne vuole parlare. E questa realtà (un vero e proprio FATTO) consiste nel grande e intelligente affetto che i nipoti hanno e manifestano verso i nonni (affetto totalmente ricambiato, perché la natura aiuta in questo). Lo abbiamo constatato leggendo i 2500 temi pervenuti dalle scuole italiane a seguito del concorso intitolato “Io e i miei nonni: esperienze e riflessioni”. Impressionanti le espressioni di affetto contenute in tutti i temi. Ne cito due. Il vincitore per le scuole elementari (un ragazzino di Trapani), scrivendo alla nonna che ora non c’è più così si è espresso: «”A matinata fa a iurnata”, lo dicevi spesso. Allora io la mattina quando mi sveglio me lo ripeto. Ricambio il tuo sorriso del buongiorno e mi alzo, promettendo di fare sempre del mio meglio come tu mi hai insegnato con il tuo esempio e il tuo breve, ma grande, grandissimo ricordo. So che questa lettera non può arrivare mai a te, ma spero che le mie parole arrivino lassù dove ti trovi tu». Ed una liceale di Udine (vincitrice per le scuole superiori), anche lei rivolgendosi ad una nonna che ha visto inesorabilmente deperire, ha scritto: «Mi hai segnata profondamente: eri completamente assente e allo stesso tempo avvertivo potentissima la tua presenza, eri immobile eppure percepivo in te un’energia quasi violenta». Con nipoti che guardano così alle generazioni passate, si può veramente riprendere un cammino virtuoso, che riesca a valorizzare le risorse che il Signore ha dato a ciascuno. Anche le immense risorse costituite dalla presenza di 14 milioni di anziani, di cui molti nonni, che vivono un’età diversa da tutte le altre, ma dentro una vita sempre bellissima, anche se dura, perché non è un gioco.
Peppino Zola Milano
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Gentile direttore, nel silenzio assordante della memoria, riecheggia l’eco di un dolore lacerante: quello delle foibe. A settant’anni di distanza, le profonde cavità carsiche rimangono un tragico simbolo delle atrocità avvenute al termine della Seconda Guerra Mondiale. Un capitolo oscuro della storia italiana. Tra il 1943 e il 1945, migliaia di italiani – militari, civili, oppositori politici – furono trucidati dai partigiani jugoslavi e gettati nelle foibe, inghiottitoi carsici tipici della Venezia Giulia e dell’Istria. Un’epurazione cruenta, motivata da odio ideologico e sete di vendetta, che ha segnato per sempre la memoria collettiva di queste terre. Stime incerte e dolore immenso. Il numero preciso delle vittime rimane un mistero, con stime che variano da 3.000 a 5.000 fino ad arrivare a 11.000. Una ferita profonda che ha lacerato famiglie e comunità, lasciando un’eredità di dolore e trauma che ancora oggi si fa sentire. Un lungo percorso verso la memoria. Per decenni, la tragedia delle foibe è stata relegata ai margini della storia ufficiale, avvolta in un silenzio assordante. Solo negli ultimi anni, grazie all’impegno di storici, associazioni e cittadini, si è avviato un percorso di riconoscimento e memoria. Il Giorno del Ricordo. Nel 2004, la legge n. 92 ha istituito il 10 febbraio come “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Un momento di raccoglimento e riflessione, per non dimenticare le atrocità subite e per dare dignità alle vittime e alle loro famiglie. Un impegno per il futuro. La memoria delle foibe non è solo un atto di pietà verso il passato, ma un impegno per il futuro. È un monito contro ogni forma di violenza e intolleranza, un invito a coltivare la pace e il rispetto per le diversità. Perché ricordare è importante. Le foibe ci insegnano che la Storia non è mai solo un passato remoto, ma un insegnamento per il presente e per il futuro. Solo comprendendo le radici del male, possiamo costruire una società più giusta e pacifica. Non dimentichiamo. Le foibe rimangono una ferita profonda nella memoria collettiva italiana. Una ferita che non può essere cancellata, ma che deve essere curata con il balsamo della memoria e della consapevolezza. Perché ricordare è un dovere verso le vittime, un impegno per il futuro, un passo fondamentale verso la costruzione di una società più giusta e pacifica.
Marco Morandi Vobarno
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