
Che fine ha fatto il Bonaccini autonomista?

Stefano Bonaccini aveva già pronte le valigie per Bruxelles e aveva già salutato i consiglieri regionali. Il presidente dell’Emilia-Romagna è però stato richiamato all’ordine dal Pd per far votare in extremis e con una seduta durata l’intera notte la richiesta di referendum abrogativo della legge Calderoli sull’autonomia differenziata.
Così, dopo la Campania e in attesa di Toscana, Puglia e Sardegna, il centrosinistra del campo larghissimo – da Fratoianni fino a Renzi – decide di fare dell’autonomia un terreno di scontro col governo. Il voto favorevole dei cinque consigli regionali di sinistra permetterà di evitare la raccolta delle 500 mila firme necessarie (andavano presentate entro settembre: hai voglia a mobilitare i cittadini durante l’estate).

Giustificare la giravolta
L’aspetto paradossale della vicenda è che proprio Bonaccini, assieme a Luca Zaia (Veneto) e Attilio Fontana (Lombardia), era stato uno dei governatori che più si erano spesi per ottenere autonomia da Roma. Ora giustifica così la sua giravolta: «L’Emilia-Romagna ha sempre sostenuto ogni processo di decentramento che avvicinasse le decisioni ai cittadini e ai territori, ma dentro un quadro chiaro di unità dell’Italia e in una logica di solidarietà e uguaglianza dei diritti. La legge Calderoli, che non mette un euro dei Lep e prevede invece che in molte materie si possa procedere all’autonomia differenziata senza alcuna garanzia di equità territoriale, rischia di spaccare ulteriormente il Paese su pilastri essenziali quali la sanità e l’istruzione. Per questo va cancellata».
Al di là di queste parole, la scelta di Bonaccini è tutta politica. Come per il fine vita, anche questa volta Bonaccini ha scelto di forzare la mano.
#autonomiaer
Oggi la sinistra ha deciso che l’autonomia “spacca l’Italia” e favorisce i ricchi. Lo dice quella stessa sinistra che riformò il titolo V (governo Amato) e che, proprio con Bonaccini presidente, avanzò richieste simili a quelle del Veneto e della Lombardia.
Su questo punto, il presidente emiliano nega, ma può farlo fino a un certo punto, perché in rete si trovano ancora – proprio sul sito della Regione – tutti i testi delle iniziative e delle risoluzioni che chiedono l’autonomia. Particolarmente efficace per farsi un’idea è il documento “L’Emilia-Romagna chiede più autonomia – sintesi” in cui si possono leggere slogan tipo: «Più Emilia-Romagna. Più competenze alla regione. Continuare a crescere, far crescere l’Italia»; in cui si rivendica la «gestione diretta e con risorse certe di materie strategiche» quali lavoro e formazione, imprese ricerca e sviluppo, sanità, governo del territorio e ambiente; dove grazie all’autonomia si potrà fare «presto e bene»; in cui si dice ai cittadini che grazie all’autonomia e nel rispetto dell’unità del Paese, si potranno tenere «una parte dei tributi» e che questo non sarà a discapito degli altri, ma anzi avrà «effetti positivi sul Pil e quindi sulla fiscalità nazionale». Ci sono pure gli hashtag: #autonomiaer e #costart116.
Scrive il Manifesto
Cosa è successo da quel 28 febbraio 2018, giorno in cui Bonaccini firmò col sottosegretario per gli Affari regionali Gianluca Bressa (governo Gentiloni) l’accordo preliminare, per far cambiare idea al presidente?
Oggi Bonaccini dice che la riforma Calderoni non dà «garanzie di equità». In soldoni, il suo ragionamento è questo: la mia autonomia era buona, questa non lo è. Ci ha dovuto pensare un giornale non sospettabile di simpatie per la destra, il Manifesto, a smentirlo, scrivendo che fra la posizione dell’Emilia-Romagna e quelle di Lombardia e Veneto «vi è una qualche (modesta) differenza quantitativa», ma «dal punto di vista qualitativo è difficile cogliere uno scarto davvero significativo».
Questo perché «la gran parte delle richieste delle tre regioni copre, in modo identico, i medesimi ambiti: il Veneto chiede tutte e ventitré le materie in astratto richiedibili, la Lombardia ne chiede venti e l’Emilia-Romagna sedici. Al di là delle materie, è corretto, come dice Bonaccini, guardare alle funzioni in cui ogni singola materia si articola. Chi lo facesse scoprirebbe, però, una realtà diversa da quella edulcorata dal neoparlamentare europeo. Se una differenza d’approccio connota la posizione dell’Emilia-Romagna è, infatti, la propensione ad avanzare richieste forse meno estese, ma all’atto pratico non di rado persino più incisive rispetto a quelle delle regioni a guida leghista».
Il giornale comunista ricordava le richieste sui musei, sui trasporti, sull’ambiente, sugli enti locali e, soprattutto, sulla scuola dove «la regione a guida Pd mira a dar vita a un sistema scolastico regionale parallelo a quello statale, da porre in concorrenza con quest’ultimo in modo che le famiglie scelgano se iscrivere i figli a frequentare l’uno o l’altro».
Dal punto di vista del Manifesto, queste era una sciagura, ma la domanda è: dov’è sparito il Bonaccini autonomista?
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