
Battisti. Agnese Moro: «No alla vendetta, aiutiamo chi sbaglia a tornare umano»

«Sperare di non perderne nessuno». Lo scrive sulla Stampa Agnese Moro, figlia di Aldo, ucciso nel 1978 dalle Brigate Rosse quando lei aveva 25 anni. Parlando del carcere sulla scorta del caso Cesare Battisti, il terrorista arrestato in Bolivia dopo 37 anni di latitanza e soggetto a uno show poco edificante al momento del suo arrivo in Italia, la figlia del segretario della Dc si chiede «che cosa vogliamo» dal nostro sistema penale:
«Si fronteggiano due visioni. Una prima sostiene che chi ha compiuto errori gravi o gravissimi deve essere puniti con una sofferenza eterna, in qualche modo proporzionale all’irrimediabilità dell’atto compiuto. Anche perché, secondo questo modo di vedere, se si è stati cattivi una volta lo si sarà per sempre, senza possibilità di cambiare. In base a un secondo punto di vista, chi ha commesso un errore, anche gravissimo, deve essere fermato, giudicato, aiutato con ogni mezzo e risorsa ad un ripensamento serio; e, se privato della libertà, trattato, comunque, con la dignità e il rispetto che merita ogni persona, buona o cattiva che sia. Questo secondo modo di vedere le cose scommette sul fatto che le persone possono e spesso vogliono cambiare, e che lo fanno molto di più di quello che noi pensiamo».
DA OGGETTI A PERSONE
Agnese afferma di avere avuto «molte occasioni per constatarlo personalmente, non solo attraverso il dialogo serrato con alcuni di coloro che allora furono protagonisti della lotta armata, ma anche con chi si è macchiato di altri tipi di delitti, incontrati in prigione o fuori. Nei loro racconti non è il carcere duro, la repressione, l’isolamento ad aiutare una profonda riflessione, ma piuttosto l’essere stati riconosciuti da qualcuno (un cappellano, un volontario, una vittima, un operatore) come esseri umani».
La figlia di Aldo Moro non parla per sentito dire, avendo incontrato in un percorso guidato e attentamente studiato, come raccontato in prima persona nel 2016 al Meeting di Rimini, Franco Bonisoli, che partecipò al sequestro del padre. «La cosa più triste e orrenda della violenza», disse in quell’occasione, «è che trasforma le persone in cose, in oggetti. Le vittime sono nemici per i carnefici, e gli autori della violenza sono nemici per i familiari delle vittime. E il nemico è una cosa e le cose non dialogano. Per riaprire una strada compromessa in maniera grave da atti unilaterali bisogna tornare a essere persone. Non più semplici vittime. Devono saltare le gabbie. Durante questi incontri quelle gabbie sono saltate. Siccome gli autori delle violenze si erano comportati da mostri, io pensavo che loro fossero solo dei mostri. Invece ho scoperto che erano esseri umani, pieni di umanità come me. Parlando con lui (Franco Bonisoli, dnr) scoprii che usava i permessi in carcere per andare a parlare con i professori di suo figlio. Quasi nessun padre lo fa. Per me è stato uno shock, ho pensato: “Ma allora è umano. Allora anche lui soffre. Allora io non ho il monopolio del dolore”».
«SERVE UNA RISPOSTA UMANA»
È forte di questa esperienza che, per Agnese Moro, è fondamentale sanzionare un reato ma non bisogna, scrive sulla Stampa, «far prevalere la linea vendicativa»:
«Così moltiplicheremmo la forza di quella catena del male che parte da ogni gesto di violenza e che si allarga e si rinforza continuamente. Senza cambiare né le persone, né le situazioni, e senza placare in alcun modo l’amarezza e la rabbia delle vittime con le quali troppo spesso ci si fa scudo. Per quanto mi riguarda mi auguro che sceglieremo sempre lo sforzo, personale e collettivo, di non moltiplicare, ma piuttosto di spezzare la catena del male. Con una risposta seriamente umana, che aiuti davvero chi ha sbagliato a tornate tra noi. Sperando di non perderne nessuno».
Foto Ansa
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