
Centesimo tibetano si dà fuoco contro la Cina. «È un inferno, ci arrestano se preghiamo per chi muore»
«La gente pensa al Tibet come a un paese tranquillo, pieno di monaci che meditano. E invece siamo sotto il regime cinese, i tibetani vengono arrestati anche solo se pregano. Qualcuno deve aiutarci». È questo l’appello che Nyima Dhondup, presidente della comunità tibetana in Italia, fa a tutto il mondo. Fuggito dal Tibet nel 1986, Dhondup ha vissuto in India, poi è arrivato a Roma e a Napoli, dove ha insegnato cultura tibetana all’università. «Ho lasciato in Tibet i miei parenti. Non posso neanche telefonargli perché il regime controlla tutto» racconta a tempi.it. Ieri a Katmandu si è dato fuoco un altro giovane tibetano: il numero delle auto-immolazioni ha raggiunto la cifra di 100 persone che dal 2009 si sono bruciate per protestare contro il «genocidio culturale» messo in atto dal regime comunista cinese fin dal 1950, quando Mao ha invaso il Tibet.
Cento persone si sono date fuoco dal 2009 a oggi. Perché?
È molto triste questa notizia ma non ci stupisce, così come non ci stupisce il silenzio dei media internazionali. In Tibet il popolo non può manifestare, non ha diritto di parola, non può esprimere il proprio pensiero: ecco perché arriva a una disperazione tale che tante persone si danno fuoco. Questi giovani tibetani scelgono una forma estrema di protesta, però non è violenta. Nessun cinese è mai stato ucciso, nessun militare o poliziotto toccato. Cento persone hanno dato la vita in questo modo per la causa tibetana ma senza uccidere gli altri.
Lei parla di protesta non violenta, eppure anche il Dalai Lama ha chiesto al suo popolo di porre fine a questa forma di protesta.
Il governo tibetano in esilio, il Dalai Lama, noi tibetani in Italia, nessuno vuole che succeda tutto questo perché ogni vita è sacra e finire così è peccato. Io penso però che quello che succede in Tibet è colpa del governo cinese, che solo può cambiare questa situazione. L’oppressione infatti è così pesante che i giovani tibetani scelgono di morire piuttosto che vivere sotto il regime cinese. Se poi una persona vuole sacrificare la vita per il suo popolo, per la sua gente, contro il regime, io credo che sia positivo. Io non posso giudicarli. Ripeto però che non uccidono nessuno, non compiono atti terroristici.
Nell’ultima settimana oltre 70 tibetani sono stati condannati alla prigione dalla Cina, uno addirittura a morte, per avere onorato i monaci che si sono auto-immolati o avere parlato di loro.
Ogni giorno che passa in Tibet aumentano gli arresti indiscriminati, spesso senza motivo, di tibetani. Gli ufficiali comunisti cinesi entrano nelle case senza preavviso e strappano le persone dall’affetto dei loro cari, li condannano anche solo per essere andati a un funerale, per avere parlato delle auto-immolazioni. Il governo cinese vieta anche la solidarietà, vieta di pregare per chi muore. Questo è gravissimo, qualsiasi diritto ci è tolto, tutto annullato, non c’è libertà religiosa, non possiamo pregare, è vietato studiare la lingua tibetana in Tibet, vogliono cancellarla. È un inferno.
Con il nuovo segretario del partito comunista Xi Jinping non è cambiato niente?
Niente, anzi le cose sono peggiorate, perché ci spingono a lottare contro il Dalai Lama e i “separatisti” della sua “cricca”. Xi Jinping è al potere ma non dipende tutto da lui, il governo del partito conta di più e contro il governo non si può dire niente, sennò ti arrestano. Non solo tu, anche la tua famiglia, i tuoi parenti, i tuoi fratelli, i tuoi amici. Ecco perché è difficile combattere il regime.
Avete ancora speranza?
Sì. Che i giovani tibetani abbiano così tanto coraggio e forza ci dà speranza, chi muore sotto il regime non ha mai neanche visto il Dalai Lama ma loro scendono in piazza per sacrificare la loro vita e proteggere la nostra cultura e chiedere che Sua Santità torni in Tibet. Questo dà forza a noi che viviamo fuori dal Tibet. Noi continueremo a lottare per i nostri diritti e il nostro popolo, non conta quanto tempo ci vorrà. Però bisogna fare in fretta perché la Cina sta distruggendo la nostra cultura e il nostro popolo, sta attuando un genocidio culturale. Fortunatamente grazie al Dalai Lama abbiamo costruito un altro Tibet fuori dal Tibet per fare andare avanti la nostra cultura.
Esattamente cento anni fa, il 13 febbraio 1913, Thubten Gyatso proclamava lasciando un documento l’indipendenza del Tibet. Quindi non è vero che il Tibet è sempre stato cinese come sostiene Pechino?
Oggi è il centenario della dichiarazione d’indipendenza del Tibet. Il 13esimo Dalai Lama ha lasciato la dichiarazione di indipendenza dimostrando così che il Tibet non è mai appartenuto a Cina e India. Il Tibet è completamente diverso dalla Cina, siamo più simili all’India che alla Cina. Il Dalai Lama era il legittimo re del Tibet. Questo è molto importante ricordarlo. Noi non siamo contro il governo cinese, vogliamo solo che cambino il loro atteggiamento, che lascino i diritti umani al Tibet, noi siamo pronti anche a condividere il Tibet ma oggi nel nostro territorio ci sono 7,5 milioni di cinesi contro 6,5 milioni di tibetani. Se aspettiamo troppo sarà troppo tardi perché tutto il Tibet sarà distrutto.
La comunità internazionale non sembra aiutare molto i tibetani.
Fa poco o niente, perché la Cina con la sua forza economica fa stare tutti zitti. La comunità internazionale però sbaglia a piegare la testa perché nella vita i diritti umani sono più importanti dei soldi. La Cina fa soldi perché sfrutta i lavoratori, li paga poco, a volte niente, e così ci dominano anche a noi con i loro prodotti a costi stracciati. Io non parlo contro il popolo cinese, che è sotto il regime come noi, siamo tutti nella stessa barca, ma non si può stare zitti, bisogna lottare per i diritti.
Lei riesce a sentire la sua famiglia in Tibet?
Quasi mai, chiamo il meno possibile. Li ho lasciati nel 1986, quando sono scappato in India. È molto rischioso per loro ricevere telefonate. Il Tibet è davvero un inferno, la gente crede che sia un bel paese con tanti monaci che meditano ma la dittatura cinese è terribile. Il paese, infatti, è chiuso ai giornalisti e spesso anche ai turisti. La Cina ha paura di farlo vedere al mondo, perché ha tanto da nascondere.
Articoli correlati
1 commento
I commenti sono chiusi.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!
In questa bella intervista l’amico Nyima poteva forse evitare la frase “non non siamo contro il governo cinese…” Cosaaa?? Se poteva essere “accettabile” quello che si sente ogni tanto dire da parte delle istituzioni del CTA “non non siamo contro il POPOLO cinese….ma…” penso che, come ho già sentito ahimè dire da un alto esponente tibetano “non non siamo contro il GOVERNO ma contro la POLITICA del governo cinese….(sic)” sia un vero e proprio stucchevole eccesso di “distinction” che finisce con l’essere una mancanza di rispetto oltre che per il 100 immolati anche per tutti i tibetani che soffrono sotto IL GOVERNO ( o meglio il REGIME ) di Pechino. Non esageriamo. Questa non è più neanche middle way! Noi siamo CONTRO questo governo infame e CONTRO tutto quello che esprime in Tibet e in Cina. E il nuovo governo cinese si sta dimostrando ancor peggiore, se si poteva, del precedente. Se è vero come è vero che questa cattiveria e questa aggressività sono segno di debolezza allora il dovere di tutti coloro che hanno ha cuore le sorti del Tibet, e del MONDO, è quello di non rafforzare con legittimazioni questa dittatura ma denunciarla con tutta la forza possibile. In tutta amicizia con Nyima con cui stiamo dividendo tante belle iniziative.