
Tentar (un giudizio) non nuoce
Cattolici e politica: è possibile ridare una speranza?

«È evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute». E diciamola questa verità: quanto ha ragione il Papa! E quanto è raro che un Pontefice esprima un giudizio così netto sulla crisi della democrazia. Per chi come me vive ogni giorno l’esperienza politica e la partecipazione alle istituzioni democratiche la crisi appare del tutto evidente: il livello e la qualità del dibattito politico, la selezione della classe dirigente a cominciare dagli eletti, la capacità di esercitare un potere reale in grado di rispondere ai bisogni comuni, anziché accontentarsi di slogan e promesse, tutto appare in crisi. Del resto, per capire che le difficoltà sono globali basta guardare alle recenti elezioni francesi o alle candidature di Trump e Biden negli Stati Uniti, tanto inadeguate quanto bloccate, o alla incapacità di trovare una soluzione diplomatica e pacifica alle guerre in Ucraina e Palestina. Così la democrazia avvizzisce, la partecipazione elettorale è in calo, cresce il distacco tra cittadini e istituzioni.
Molti si chiedono cosa possa ridare speranza e vigore alla politica e alla democrazia e che ruolo abbiano i cattolici in questo. Le parole di papa Francesco a Trieste, nel discorso di chiusura della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia, offrono spunti di riflessione e suggerimenti concreti, non solo per chi è direttamente coinvolto in politica, ma anche per tutti coloro che hanno a cuore la cosa pubblica e il bene comune. Il Papa non si ferma alla mera denuncia: propone vie alternative, ponendo al centro il cuore come simbolo di ciò che occorre fare, attraverso due riflessioni.
Un cuore ferito
Nella prima immagina la crisi della democrazia come un “cuore ferito” che limita la partecipazione. L’esclusione sociale, la cultura dello scarto e l’autoreferenzialità del potere, incapace di ascolto e di servizio, sono espressioni di questa ferita. Citando Aldo Moro, Francesco ricorda che «uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, e se non rispetta le formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge». La democrazia, dunque, non si riduce al mero voto popolare, ma richiede che si creino le condizioni affinché tutti possano esprimersi e partecipare. Qui c’è un primo compito per i cattolici, da affrontare «liberandoci dalle scorie dell’ideologia», che è seduttrice ma distruttiva. E anche un principio orientatore, una stella polare: sussidiarietà e solidarietà.
Da qui la seconda riflessione del Papa, che chiama «incoraggiamento a partecipare, affinché la democrazia assomigli a un cuore risanato». Egli usa un’espressione particolarmente evocativa: «La democrazia chiede sempre il passaggio dal patteggiare al partecipare», ossia dal fare il tifo al dialogare. Questa è una lezione preziosa per chi, come me, vive quotidianamente nelle istituzioni. In Parlamento, come in Consiglio Regionale, troppo spesso vediamo prevalere dinamiche di parte rispetto al dialogo e sembra di essere più fra tifosi che fra persone che cercano un bene comune nel dialogo e nel confronto.
Francesco poi ricorda come l’assistenzialismo sia nemico della democrazia e quanto sia urgente recuperare una dimensione corretta dell’idea di popolo, ricordandoci che esso è più della somma degli individui e non è populismo. È una comunità che ha bisogno di un “sogno collettivo” che coinvolga personalmente e comunitariamente ciascuno di noi. «Sognare il futuro, non avere paura. Non lasciamoci ingannare dalle soluzioni facili. Appassioniamoci invece al bene comune»: è un mandato programmatico per i cattolici in politica!
Presenze incisive
Egli, infatti, conclude il suo discorso esortando i cattolici a non accontentarsi di una fede marginale o privata, ma ad avere voce, ad avere il coraggio di fare proposte nel dibattito pubblico, non per occupare spazi, ma per avviare percorsi. Questo è ciò che il Papa chiama «amore politico»: non limitarsi a curare gli effetti ma affrontare le cause, non «pensare che il lavoro politico è prendere spazi, ma scommettere sul tempo, avviare processi».
In queste parole a mio parere sta il senso più profondo di una ripresa dell’azione dei cattolici nell’agone pubblico e anche un giudizio su quei cattolici che sembrano più preoccupati di occupare posti nell’immediato, cercando spazio nelle liste di turno vincenti, anziché di avviare con pazienza processi che richiedono tempo, non pagano subito in termini di consenso, ma permettono di rimanere fedeli a una originalità culturale e politica che affonda le sue radici in questo insegnamento di cui si sente un gran bisogno. Pur nel necessario realismo, che impone di non limitarsi alla mera testimonianza, ma di generare presenze incisive anche dentro le istituzioni.
È il tempo per i cattolici di ritornare a una presenza. Una presenza incisiva! Che sarà possibile solo se i cattolici innanzitutto ci sono, in politica come nella società, e se si percepiscono, se decidono di avere voce. Una voce che accolga la complessità anziché rincorrere la semplificazione, che cerchi il confronto e il consenso ampio anziché agire a colpi di maggioranza, che interpreti e difenda gli interessi dei più deboli, che desideri e ambisca all’unità anche in politica, ma parta con realismo prendendo atto delle differenze e cercando l’unità sui contenuti prima che sugli schieramenti.
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