
Caso Lamolinara. «Negoziare a livello internazionale per i rapimenti è un errore»
«Parlo volentieri della politica estera italiana, ma niente domande su Farnesina o Giulio Terzi». Da giorni il ministro degli Esteri “tecnico” italiano è sotto i riflettori della critica per non essere riuscito a impedire la carcerazione dei marò italiani in India e per come è stato gestito il caso dell’ingegnere Franco Lamolinara, rimasto vittima dei suoi rapitori in Nigeria, insieme all’inglese Chris McManus, durante il blitz delle forze speciali britanniche che, sembra, avrebbero avvisato gli italiani solamente poco prima che il blitz cominciasse. «Italia e Gran Bretagna hanno due filosofie completamente differenti in tema di risoluzione dei rapimenti» spiega a tempi.it l’ex ambasciatore ed editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano. «In situazioni simili si tende sempre a non avvisare l’alleato per non avere problemi».
Perché la Gran Bretagna non ha avvisato prima l’Italia che intendeva liberare gli ostaggi Lamolinara e McManus con un blitz?
Prima una premessa importante: la cronologia dei fatti è ancora sconosciuta, non sappiamo tutto. A quanto sembra, l’Italia è stata informata all’ultimo momento, cioè quando l’operazione non era più procrastinabile. Però, ripeto, la cronologia completa ancora non ce l’abbiamo. L’ipotesi più ragionevole è che gli inglesi abbiano agito in quel modo perché sapevano che le condizioni non si sarebbero più riproposte e non ci abbiano avvisato prima perché sanno l’Italia ha una filosofia diversa dalla loro quando si tratta di liberare gli ostaggi.
Quali sono le filosofie di Gran Bretagna e Italia?
Gli inglesi, come anche gli americani, partono dalla premessa che al ricatto non si cede, perché le trattative, col tempo, si rivelano controproducenti. Se si tratta, è il ragionamento, i rapitori in tutte le parti del mondo sapranno che quel determinato paese è un’ottima vittima, da cui si può sempre guadagnare qualcosa. Se invece non si tratta, passerà il messaggio che ostaggi americani o inglesi costituiscono soltanto un pericolo per i rapitori. Io però dubito che si siano sempre rifiutati di negoziare. L’Italia invece solitamente è disponibile a trattare e a pagare un riscatto pur di non mettere a rischio la vita dell’ostaggio. Bisogna anche dire che il governo inglese è sostenuto in modo forte nella sua politica da una buona parte della società, in Italia non c’è lo stesso tipo di consenso.
E se i rapitori prendono ostaggi di due paesi che hanno politiche così diverse tra loro?
Succede come in questo caso: i due Stati tendono a non informarsi perché sanno già come la pensa l’altro e non vogliono essere fermati, non vogliono avere i bastoni fra le ruote. Però non fomenterei una campagna contro gli inglesi. Noi stiamo a parlarne solo perché il blitz è finito male, ma domando: noi abbiamo avvisato gli Stati Uniti dell’affare Calipari e Sgrena? Pare di no. Quando due paesi si muovono secondo criteri diversi, facendo anche capo a informatori diversi, tendono a darsi poche informazioni.
La politica inglese in questo caso però si è rivelata un fallimento.
Sicuramente, l’operazione è andata male ma la Gran Bretagna un obiettivo l’ha raggiunto: ha fatto capire al mondo che con loro non si negozia. Adesso ovviamente non lo dicono pubblicamente, ma il messaggio che hanno mandato è quello.
L’Italia sbaglia a negoziare?
Premesso che le eccezioni esistono sempre, io penso che negoziare sia un errore: sia a livello nazionale che internazionale. Durante il caso Aldo Moro io era dell’idea che non si dovesse negoziare. La magistratura in Italia, ma anche le famiglie, hanno capito dopo anni che pagare nei casi di rapimenti criminali non ha senso, perché più paghi più pagherai. Quindi secondo me vale la pena di chiedersi se, nei casi di rapimenti internazionali, non valga la pena di adottare la linea che già applichiamo nei casi nazionali.
twitter: @LeoneGrotti
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