Caso Capua chiuso. E ora, cari colleghi dell’Espresso?

Di Caterina Giojelli
13 Aprile 2017
Intervista a Paolo Mieli, il cui articolo sul Corriere della Sera ha cambiato le sorti della vicenda della scienziata accusata di traffico di virus

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Paolo Mieli, ex direttore e oggi editorialista del Corriere della Sera. Il suo articolo “Un Paese che detesta la scienza” pubblicato il 29 maggio 2016 dal quotidiano di via Solferino ha cambiato le sorti della vicenda di Ilaria Capua.

All’epoca delle indagini colleghi deputati e giornali abbandonarono Capua al suo destino. Solo un suo editoriale fece eccezione: perché prese le difese della studiosa?
Mi chiamò lei, memore di un nostro incontro avvenuto quando ancora non era stata eletta in parlamento e non era scoppiato il suo caso giudiziario. L’occasione era stata la consegna di un premio a Finale Ligure, ricordo che rimasi colpito dal rispetto che la circondava, ancorché giovane godeva di grande prestigio internazionale. Per questo mi sorprese molto l’uscita dell’Espresso, il settimanale cui devo la mia formazione e in cui ho lavorato per quasi vent’anni, che l’accusava con una copertina molto perentoria di essere una trafficante di virus. Capua mi chiamò circa due anni dopo: avevo pubblicato una serie di editoriali accusando l’Italia di essere insensibile ai temi scientifici e di abbandonarsi alle superstizioni. Fu una telefonata breve, mi chiese di leggere le carte della sua vicenda giudiziaria.

ilaria-capua-copertina-espresso-trafficanti-virusDopo l’uscita del suo editoriale il caso Capua subisce un’accelerazione fino al proscioglimento definitivo. Cosa la colpì della sua storia?
Due aspetti soprattutto. Il primo: la mancata solidarietà non solo dei colleghi parlamentari, ma dei suoi stessi compagni di avventura. Solo Mario Monti, che l’aveva voluta con sé in politica, aveva espresso parole di fiducia, nessun altro si era mosso pubblicamente in sua difesa. Il secondo: Capua non era stata mai sentita dal giudice. Era accusata da oltre due anni di reati gravissimi eppure era libera; il processo aveva preso cadenze all’italiana, era stato spostato e poi “spacchettato” tra Roma, Pavia, Padova e Verona. E durante tutto questo tempo non le fu mai data l’occasione di difendersi. Studiai le carte, parlavano da sole. Così scrissi quell’editoriale.

Scrisse anche che l’Espresso aveva fatto il suo dovere.
Io non penso che l’Espresso abbia colpe particolari, nessun giornalista avrebbe gettato nel cestino un incartamento del genere vidimato dai magistrati. Anche se, a 25 anni dall’inizio della stagione di Mani Pulite, credo che sia venuto il momento di fermarci e fare una riflessione sul tema. Piuttosto quello che mi sorprende è che l’Espresso non abbia poi pubblicato un articolo di contrizione. Le sarebbe dovuto anche se Capua fosse ancora sotto processo: lei seppe di essere indagata da un settimanale, accusata di aver posto «le condizioni per il reato di epidemia», punibile con l’ergastolo. È inconcepibile: un imputato ha diritto di conoscere le contestazioni per primo e deve potersi difendere anche davanti a un giudice.

Lei riconobbe al M5S il merito di aver chiesto scusa con una telefonata che la deputata Silvia Chimienti fece a Capua. Crede che i grillini abbiano imparato la lezione?
Riconoscere a quella parlamentare di aver chiesto scusa era un modo sottile per sottolineare che nessun altro l’aveva fatto. Da lei non ce lo aspettavamo, dagli altri sì. Per quanto riguarda i grillini, mi risulta che la lezione l’abbia imparata solo l’onorevole Chimienti. Ma è una lezione che entrerà nei libri di storia per quanto accadde il giorno in cui Capua diede le sue dimissioni al parlamento: contrariamente alla formula di rito che le vede rigettare la prima volta, le dimissioni vennero accettate subito. Un episodio gravissimo, in parte compensato da un fatto assolutamente imprevedibile: appena pubblicato, il libro di Capua è già tra i primi venti della saggistica. Per esperienza editoriale so che in genere quei libri vendono qualche migliaio di copie, ma non balzano mai ai primi posti delle vendite. E qui emerge tutta la gravità del paradosso: le persone che si sono interessate a Capua sono sorprendentemente tante rispetto ai sorprendentemente pochissimi parlamentari che hanno sentito di dispiacersi per quello che le era accaduto.

Bertolaso, Cota, De Luca, Graziano, Alemanno, Podestà, Scaglia, Rossetti: come Capua hanno subìto il processo mediatico prima di venire riconosciuti innocenti da un giudice. Mettere in moto con il diritto di cronaca la “macchina del fango” fa parte dei rischi del mestiere?
Se un giornale si limita a pubblicare correttamente notizia degli atti senza aggiungere nulla alle carte giudiziarie non getta fango. Ciò non toglie, lo ripeto, che sia urgente e opportuna oggi una riflessione sulle modalità con cui vengono date notizie senza poi dare altrettanta enfasi al prosieguo, spesso a vantaggio degli imputati, di queste vicende giudiziarie.

È diverso il caso del dottor Confalonieri già ribattezzato «spezzafemori» nonostante il gip abbia negato l’arresto per il reato di lesioni?
Andrei cauto con le parole. Ad oggi di questo medico sappiamo quello che ha detto al telefono, che per difendersi si è appellato allo scherzo, non sappiamo se è innocente o colpevole dei reati di cui è accusato. Sappiamo però anche che l’appellativo «spezzafemori» è stato dato sulla base di intercettazioni, prima ancora che fosse verificata la presenza di una persona che denunciasse lesioni aggravate. A prescindere da se, e di cosa, verrà riconosciuto colpevole, se l’accusa di lesioni risultasse infondata dovremo parlare di una campagna terribile.

Foto Ansa

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