Cartolina da Gulu (scritta a Milano). Il mistero dei martiri ugandesi di Ebola

Di Rodolfo Casadei
15 Dicembre 2000
Mentre la ricca Europa si arrende all’eutanasia, la povera Africa resiste fino alla morte. Uganda, epidemia Ebola, storia di un medico (non in famiglia) caduto in prima linea

Avevo conosciuto Matthew Lukwiya nel 1989 a Kitgum, il principale centro dell’Uganda del nord insieme a Gulu, all’indomani del suo rilascio da parte dei guerriglieri-banditi dell’Holy Spirit Army, che lo avevano rapito e trattenuto per qualche tempo nella savana. Il giovane medico aveva accettato con molta gentilezza il colloquio, ma poi non aveva praticamente risposto a nessuna delle mie domande sulle circostanze del rapimento e sui ribelli: il timore di possibili rappresaglie contro la sua persona e contro l’ospedale di Gulu gli consigliavano un forte riserbo, ma un senso tutto africano della cortesia gli aveva fatto accettare l’intervista. Oggi Matthew Lukwiya, primario dell’ospedale Lacor di Gulu morto per aver contratto il micidiale virus di Ebola mentre assisteva i malati e lottava per impedire il dilagare dell’epidemia, è un eroe universale riconosciuto, al punto che il ministero degli Esteri italiano ha già creato 10 borse di studio per medici africani intitolate alla sua memoria. Eppure questa sacrosanta canonizzazione nasconde almeno un paio di equivoci. Il primo è di natura culturale: proprio mentre in Europa si fa di tutto per spostare l’opinione pubblica su posizioni favorevoli alla legalizzazione dell’eutanasia, in Africa un medico è morto per non aver negato la sua assistenza ai malati incurabili di Ebola, che muoiono (all’85 per cento) o guariscono (il restante 15) per naturale decorso del male. Può l’Europa esaltare l’eroe di Ebola senza prendere coscienza della provocazione che la sua morte rappresenta? Secondo equivoco: Lukwiya è morto da eroe, ma non è stato il solo. Una parte del personale sanitario si è dato alla fuga per paura del contagio, ma un’altra parte non ha abbandonato il proprio posto, ha lavorato anche per gli assenti e ha pagato questa scelta con la vita. Scriveva Matthew Lukwiya all’indomani del funerale di una delle sue infermiere: “Sta accadendo di fronte a noi un grande mistero. Da tutto il nostro personale che è morto a causa di Ebola non abbiamo mai sentito una parola di risentimento, di rabbia o di pentimento per essersi offerti volontari in questa circostanza così pericolosa. Solamente parole di gratitudine e di lode al Signore. Il martirio e la santità del nostro personale sono un grande dono nel presente, che va valorizzato”. Sedici giorni dopo anche Matthew è entrato in quel grande mistero.

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