Carte rubate «in favore del Papa». Ma ci prendono per scemi?

Di Ubaldo Casotto
01 Giugno 2012
Chi di noi crederebbe alla buona fede di delatori senza volto? O, piuttosto, non si sentirebbe offeso nella sua intelligenza e trattato come un deficiente?

«Ho sottratto la corrispondenza riservata e segreta del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il premier Mario Monti e l’ho consegnata a un giornalista in modo che ne facesse articoli o libri. L’ho fatto perché portando a conoscenza del grande pubblico i segreti dello Stato sono certo di aiutare il presidente Napolitano nel suo sforzo di rinnovamento della politica italiana».

In casa di un dipendente della Casa Bianca con accesso agli uffici di Barack Obama sono stati trovati quattro scatoloni con documenti riservati della presidenza. Una fonte anonima si è fatta viva con un giornalista del Washington Post spiegando che dietro la fuga dei report secretati c’è «una rete di funzionari governativi, anche di alto livello. Siamo in tanti e vogliamo aiutare Obama a fare pulizia». Quanto al dipendente arrestato – spiega l’anonimo – «lui non c’entra. Lui non ha sottratto le carte del presidente, ma è stato coinvolto per far arrivare dei documenti a Obama».

Chi di noi crederebbe alla buona fede di questi delatori senza volto? O, piuttosto, non si sentirebbe offeso nella sua intelligenza e trattato come un deficiente?

Eppure è questo il tono delle versioni dei fatti che ci stanno propinando i grandi giornali italiani dopo l’arresto di Paolo Gabriele, il maggiordomo di Benedetto XVI accusato, per ora, di furto aggravato, dopo che nel suo appartamento sono stati trovati documenti riservati.

Ora, se è difficile credere che il mite Paolo Gabriele – così lo descrive chi lo conosce – sia l’unica mente e l’unico braccio responsabile della fuga della corrispondenza privata del papa, è altrettanto difficile convincersi – come ci vogliono far credere – che tre cardinali senza più ambizioni di carriera, scelti personalmente dal papa e che al papa direttamente rispondono, abbiano orchestrato un piano per incastrare il maggiordomo pontificio. L’avrebbero fatto per dare in pasto alla stampa un capro espiatorio, in modo da chiudere il caso e bloccare la campagna mediatica sui corvi vaticani. Veramente ci prendono per scemi: noi, i tre cardinali e – absit iniuria verbis – il papa stesso.

Dice l’anonimo confidente di Repubblica di lunedì 28 maggio che chi passa documenti all’esterno «agisce in favore del papa», salvo poco più avanti spiegare che in Vaticano è in corso una guerra e che «i documenti fuoriusciti sono lo strumento con cui si sta combattendo questa guerra. L’obiettivo primario era quello di colpire il papa». Colpirlo o aiutarlo?

La persona che parla – nota il cronista – «è tormentata. Vuole parlare, ma allo stesso tempo ha paura e ha forti dubbi. Niente nomi da pubblicare, ne andrebbe della sua sicurezza». Questa stessa tremebonda persona chiude il suo colloquio con un’ostentazione di coraggio: «Quello che faccio è fatto in nome di Dio, io non ho paura». Ha paura o non ha paura? Teme per sé, e allora nasconde il suo nome, o non ha timori, e allora perché la volontà di far emergere il marcio non diventa volontà anche di far conoscere i paladini del bene?

Nessuno vuole negare che ci sia un conflitto anche dentro il Vaticano, ma l’evidenza mostra che la vera guerra è contro la Chiesa e mira a indebolire non la figura di questo papa ma il papato tout court. E in ogni guerra, le quinte colonne non sono mai mancate.

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