Gli occhi attaccati alle stelle dello scialpinista intrappolato nella neve

Di Annalisa Teggi
04 Febbraio 2023
Carluccio Sartori ha guardato da un buco nel ghiaccio «le stelle meravigliose» e «pregato mia mamma» in attesa di essere salvato. «Finché il corpo ce la fa, voglio vivere»
Carluccio Sartori scialpinista
Carluccio Sartori ricoverato nel reparto di medicina di urgenza di Bolzano (foto Ansa)

«Intanto respiro», ha pensato Carluccio Sartori quando si è ritrovato schiacciato da un muro imponente di neve. Lo scialpinista veneto di 54 anni è rimasto per più di 20 ore sotto la valanga che lo ha travolto in val Badia, poi è stato soccorso da un elicottero ed è arrivato al reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Bolzano con una temperatura corporea di appena 24 gradi. Nonostante la grave ipotermia, ora è fuori pericolo e lucido abbastanza da ricordare quelle ore tra la vita e la morte in un video girato da Ansa.

«Finché il corpo ce la fa, voglio vivere»

Salvo grazie all’effetto igloo, avevano titolato i giornali qualche giorno fa. Salvo anche grazie alla sua lucidità, alle competenze e a quel profondissimo istinto che tiene aggrappati alla vita quando – davanti, dietro, sopra e sotto – non c’è nient’altro che un cumulo poderoso di realtà e di limite assoluto. Ingabbiato tra neve e freddo, solo per una notte intera, Sartori ha vissuto il drammatico privilegio di essere al nudo cospetto delle presenze, quella della paura, di un corpo dal battito cardiaco accelerato e dagli arti gelati, di una rigida natura silenziosa e ostile, di una certezza: «Finché il corpo ce la fa, voglio vivere», e infine di un elicottero che vuol dire salvezza.

Questa storia esce dalla nicchia delle buone notizie quotidiane, dei casi eccezionali con un lieto fine. È qualcosa come una parabola contemporanea, ci catapulta in un contesto che non dà scampo, dove tutti i discorsi teorici sull’umano crollano e si sta, invece, al grado zero di ogni vera esperienza: esserci. Per poco, forse. Quando l’orizzonte della morte ha la stessa consistenza del ghiaccio, gli assi cartesiani dell’esistente si mostrano senza contorni sfumati. Le fantasticherie che funzionano tanto bene nella bolla astratta della comunicazione vanno a farsi benedire. Non ci sono asterischi a fine parola, non ci sono dibattiti intellettuali: «E se ti salvassi ma la qualità della tua vita restasse compromessa? Meglio sopravvivere o lasciarsi morire?».

«Davanti agli occhi il Carro e le stelle meravigliose»

Non c’è virtuale che tenga. Carluccio Sartori ha tentato di attivare un contatto col resto del mondo con i comandi vocali del suo orologio, Siri non pervenuta. Nessuna app, solo lo zoccolo durissimo di quella trappola ghiacciata. Ha mulinato un braccio per scavare nella neve e ricavare un pertugio da cui poter respirare. Per tutta la notte quel buco è stato la sua finestra affacciata sul cielo, lassù nitido il Carro dell’Orsa Maggiore. «Durante la notte avevo davanti agli occhi il Carro e le stelle meravigliose – ha dichiarato – La mia notte è stato un guardare continuo le stelle».

Allora non mente Dante all’uscita dell’inferno. Non mente Ciaula e non mente il pastore errante di Leopardi. Non è solo roba da poeti, una struggente visione estetica da degustare nei circoli letterari o di cui imbottire gli studenti insieme alle dovute note a pié pagina. Non hanno mai mentito, i grandi scrittori ci hanno sempre riportato lì dove tutto è incandescente e vivo e incognito: sulla soglia fragile della nostra mortalità, preludio di un vero canto umano di gratitudine per quel che c’è. Il corpo ghiacciato e schiacciato di Sartori è stato tenuto vigile, non si è abbandonato alla disperazione, grazie alla presenza apparentemente muta (eppure capace di scaldare la coscienza) del cielo.

«Ho pregato mia mamma», dice lo scialpinista

Ma che se ne fa un uomo che sta per morire della bellezza delle costellazioni? Perché indugiare in quello sguardo? Mica alza la temperatura corporea, mica tira fuori dal buco.

Fuori campo il giornalista fa una domanda a Sartori che nel montaggio è stata tagliata, la risposta invece è chiara: «No, non sono un credente, ho pregato mia mamma». La bellezza magnifica del cielo non bastava, occorreva dire il bisogno di una relazione familiare.

Pur rimanendo lontani anni luce da quelle 20 ore al gelo e a un passo dalla morte, un sopravvissuto ci porta a stare vicinissimi all’impatto poderoso che la realtà ha su uomo autenticamente al cospetto di sé: gli occhi attaccati al cielo, la voce che implora un legame parentale.

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