
Tutti pronti a “fare sistema in Europa per l’interesse nazionale”. Sì, ma quale?

Tutti d’accordo che gli eurodeputati della delegazione italiana dovrebbero fare sistema per ottenere direttive e regolamenti che non penalizzino il nostro paese, d’accordo anche che occorre la maturità di rinunciare a quote di sovranità nazionale per realizzare alcuni grandi obiettivi che andrebbero a vantaggio dell’Europa intera, un po’ meno unanimi sulla definizione di “interesse nazionale”: deve essere tutelato anche facendo sistema coi funzionari apicali dell’Unione Europea di nazionalità italiana, che dovrebbero agire d’intesa con gli eurodeputati del loro paese anziché operare super partes, come vorrebbe Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia nel gruppo Ecr (Conservatori e riformisti europei)?
Oppure coincide con la progressiva abolizione degli stati nazionali sostituiti da un’anima europea, come prevedeva il manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, esaltato da Antonio Decaro, presidente della Commissione ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentare (Envi) del parlamento europeo in quota Socialisti e Democratici (S&D)?
“Cantiere Europa” al Meeting di Rimini
È su questi binari che si è mosso il treno del dibattito sulle prospettive della nuova legislatura Ue intitolato “Cantiere Europa” al Meeting di Rimini. Treno che è partito con alcuni vagoni meno del previsto, perché erano assenti François-Xavier Bellamy vice presidente del gruppo del Ppe e Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo affiliata al Partito Democratico come Antonio Decaro. Si è così configurato un parterre piuttosto sbilanciato politicamente, con tre eurodeputati di Fratelli d’Italia (Nicola Procaccini co-presidente del gruppo Ecr e Antonella Sberna vice presidente del parlamento europeo, oltre al già citato Fidanza), uno di Forza Italia (il vice presidente italiano del gruppo Ppe Massimiliano Salini) e il piddino Decaro.
La sovrarappresentazione di Fratelli d’Italia ha avuto anche aspetti positivi, come le digressioni che hanno permesso di far venire alla luce una notizia di cui pochi erano a conoscenza: che a ispirare la nascita di Atreju, la manifestazione politica della destra giovanile italiana che ha debuttato nel 1998, è stato proprio il Meeting di Rimini. Lo ha rivelato Nicola Procaccini, che ha pure aggiunto che a volere l’iniziativa sono stati soprattutto Giorgia Meloni e lui stesso.
Intesa sulle collaborazioni «senza ossessioni di parte»
Sulla necessità che tutti gli italiani presenti a Bruxelles e Strasburgo collaborino al di là delle appartenenze politiche l’intesa, come detto, è stata larga. «Bisogna lavorare senza ossessioni di parte, essere disposti a sacrificare qualcosa degli interessi del partito per il bene del paese. Cos’è che ti permette di collaborare con gli altri? Uno sguardo attento a ciò che c’è prima della politica, per portare la vita dentro la politica», ha detto Salini. «Bisogna portare il sistema paese tutti insieme; l’Europa deve limitarsi a fare cose grandi che i singoli paesi non possono fare; un’unione compatta di tutti i gruppi politici della delegazione italiana deve promuovere l’interesse nazionale, senza andare contro gli altri paesi ma cercando punti d’intesa», ha aggiunto Antonella Sberna.
Fidanza ha fatto l’esempio della direttiva sugli imballaggi, che nella versione originale penalizzava gravemente l’industria italiana che pure poteva vantare una gestione virtuosa della materia in un’ottica di economia circolare, ma che è stata profondamente modificata grazie anche allo sforzo unanime di eurodeputati italiani di partiti diversi. «Ci sono temi sui quali non ci dobbiamo dividere, dove dobbiamo stemperare le diverse opzioni. Io sarei contento se il ministro Raffaele Fitto fosse nominato commissario europeo, perché con lui abbiamo lavorato bene come sindaci italiani quando si è trattato di trovare il modo per usufruire al meglio dei finanziamenti del Pnrr. Dovremo muoverci allo stesso modo per gli altri fondi europei», ha aggiunto Decaro.
Difesa comune e sovranità nazionale
La rinuncia a una quota di sovranità nazionale viene giudicata giustificabile soprattutto per le esigenze della difesa comune europea all’indomani della guerra in Ucraina e delle richieste da parte Usa, non solo trumpiane, che l’Europa si faccia sempre più carico in prima persona della difesa della propria libertà e indipendenza. «Difendersi insieme aiuta a difendersi meglio e a difendere la pace. Vanno difesi pure i mercati europei dal dumping dell’export di paesi come la Cina, e questa è una delle principali ragion d’essere dell’Unione Europea», ha detto Procaccini. Per Decaro vanno modificati i trattati per accelerare l’integrazione e introdotti meccanismi più ampi di decisioni a maggioranza anziché all’unanimità.
Anche Fidanza vede nella difesa comune la materia principale che richiede una politica industriale comune. Ma lo dice con toni polemici: «I paesi europei hanno sviluppato le loro industrie della difesa autonomamente in questi anni. Se la Francia crede di poter continuare a fare lo stesso in regime di politica della difesa comune, mettendo la bandierina europea sulla sua industria militare, non ci siamo. Non è un caso se in questi anni l’industria della difesa italiana ha trovato più facile costituire joint-ventures con analoghe industrie britanniche, australiane, americane piuttosto che con quelle dei paesi della Ue, a cominciare dalla Francia». Molto risoluta la posizione di Massimiliano Salini: «Per la difesa comune bisogna rinunciare a una quota di sovranità nazionale. L’Europa è una comunità di destino di fronte all’esigenza della pace. Bisogna togliere risorse dai bilanci nazionali della difesa e farle confluire in un capitolo del bilancio dell’Unione Europea. E lo stesso andrebbe fatto sempre più per le politiche energetiche e dell’immigrazione».
Distanza su integrazione, transizione ecologica, uniformità
Le posizioni restano distanti sulla natura dell’integrazione europea, sulle politiche della transizione ecologica, sulle politiche di uniformità. Se per gli esponenti di Fratelli d’Italia la Ue deve restare una confederazione e non diventare una federazione, un rigoroso principio di sussidiarietà deve regolare i rapporti fra gli stati e Bruxelles e l’Unione deve occuparsi di «poche grandi cose», e non delle spiagge o dell’efficientamento energetico delle abitazioni, materie nelle quali l’Italia viene bastonata, per Decaro bisogna sconfiggere gli egoismi nazionali perché la Ue possa «riprendere la sua missione di pace, libertà, diritti, giustizia sociale ed ambientale; la questione ecologica non è più rinviabile. La legislatura alle nostre spalle è stata positiva su tutti questi punti, ora bisogna avanzare».
«La transizione ecologica come la si sta facendo non rispetta nessun criterio di giustizia sociale, penalizza industrie e lavoratori, penalizza l’economia reale», è insorto Fidanza. Salini non accetta la retorica anti-armonizzazione che muove spesso dall’esempio della curvatura delle zucchine: «Senza l’armonizzazione degli standard tecnici della componentistica, l’Italia non avrebbe conosciuto il boom del suo export europeo in questo settore negli ultimi decenni. Far parte di una comunità più grande di quella nazionale, con le sue regole, ci ha portato vantaggi».
Quale rapporto con gli Stati Uniti
Anche sui rapporti con gli Stati Uniti si notano sfumature diverse fra coloro che sono alleati nel governo italiano ma non hanno votato allo stesso modo per le cariche apicali della Ue. Dice Fidanza: «Con l’invasione russa dell’Ucraina si è aperta una stagione nuova: ci siamo resi conto che l’Europa non sarà per sempre difesa da altri. Non credo che se le presidenziali Usa le vincerà Trump piuttosto che la Harris le cose per l’Europa andranno peggio: in ogni caso ci farà bene un bagno di realismo; quando gli americani dicono ‘‘europei, dovete farvi carico della vostra sicurezza’’, ci mettono davanti a un compito che abbiamo finora trascurato».
Salini la vede un po’ diversamente: «Sia Biden che Trump hanno condotto la stessa politica sbagliata, isolando l’economia americana da quella europea. Oggi abbiamo il problema dell’extra produzione di acciaio da parte cinese che penalizza l’Europa, e possiamo affrontarlo solo con un’intesa con gli Stati Uniti. Non solo per la difesa, ma per mantenere competitive le nostre industrie manifatturiere abbiamo bisogno di un’alleanza euro-americana, altrimenti a dominare sarà la Cina. Oggi l’autonomia non si crea con modelli di autosufficienza nazionale, ma con modelli di alleanza internazionale».
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