
Il cantante degli Arcade Fire e la morale di ogni storiaccia

«Non posso continuare, torno a casa», ha dichiarato Leslie Feist abbandonando il tour degli Arcade Fire dopo due date. La loro musica non sarà più passata in radio «finché non ne sapremo di più della vicenda», hanno dichiarato dalla Canadian Broadcasting Corporation (Cbc).
La “vicenda” che affligge la cantante indie rock, gruppo spalla della band canadese, e le emittenti del servizio pubblico radiotelevisivo nazionale ha ben poco di originale. Tra il 2016 e il 2020 mezzo mondo finiva arrostito dal Metoo e Win Butler, frontman degli Arcade Fire, che faceva? Faceva peccato di “comportamento inappropriato” con quattro giovani fan: tre femmine e «una quarta persona che è gender-fluid e utilizza i pronomi they/them», specifica Pitchfork, la webzine che a fine agosto ha deciso di affossare la celebre e «sincera family band», tutta canzoni indie sull’amore, innocenza perduta e cause umanitarie sostenute da Butler e dalla moglie Régine Chassagne, dal 2003 compagna di vita e di band.
Il peccato poco originale di Win Butler
Mera filantropia di un altro miserabile suino, stando alle schermate dei messaggini a suo tempo scambiati dal cantante con le sue groupie e ora in possesso di Pitchfork. «Interazioni sessuali inappropriate date le differenze di età, le dinamiche di potere e il contesto in cui si sono verificate», spiegano i giornalisti che hanno ricostruito la vicenda con tutti i morbosissimi dettagli del caso chiarendo che essa coinvolge fan devote degli Arcade Fire che all’epoca dei fattacci avevano tutte un’età compresa tra 18 e 23 anni, mentre Butler quasi il doppio.
Fin qui sembra una storiaccia già letta, non fosse per i suoi sviluppi iper contemporanei. «Secondo il Rape, Abuse & Incest National Network (Rainn), “L’aggressione sessuale è usata per descrivere qualsiasi contatto o comportamento sessuale che si verifica senza il consenso esplicito della vittima”», ricorda la webzine, e così allo sposatissimo Butler – non esattamente il prototipo dell’icona sesso, droga e rock’n roll -, sono stati contestati baci rubati, invio di foto sconce, sexting e abuso di quel potere che un artista sa di esercitare sulle sue fan anche quando loro accettano uno o più inviti a cena.
«Tradito sì, ma erano tutte consenzienti»
Fresco della pubblicazione di WE, album che ha segnato il ritorno discografico degli Arcade Fire a cinque anni da Everything Now, il disperato Win Butler ha confermato tutto e confessato anche di più: un bel po’ di relazioni «al di fuori del matrimonio», condivisione di «messaggi di cui non sono orgoglioso», prendendo il tutto alla larghissima, «Ho lottato a lungo con problemi di salute mentale e i fantasmi degli abusi infantili. A 30 anni ho iniziato a bere mentre affrontavo la depressione più pesante della mia vita dopo che la nostra famiglia ha avuto un aborto spontaneo… ».
E via così, a lavare i panni sporchi in piazza fino all’avvenuta «guarigione della mia anima» post Covid con tanti ringraziamenti «a Régine, alla mia famiglia, ai miei cari amici e al mio terapeuta» e molte scuse a tutti per tutto e di tutto. Tranne di una cosa: «Non ho mai toccato una donna contro la sua volontà», «ognuna di queste interazioni è stata reciproca e sempre tra adulti consenzienti».
Non bastasse a scrostargli di dosso la pecetta di predatore sessuale, il frontman degli Arcade Fire si è anche offerto di mettere in contatto Pitchfork con diverse donne che hanno avuto esperienze sessuali consensuali con lui in passato (sic) e la moglie di Butler, Régine Chassagne, ha consegnato ai media una amorevole arringa in cui assicura che mai e poi mai «la sua anima gemella» toccherebbe «una donna senza il suo consenso». Cornuta sì, moglie di uno stupratore no. Funziona? Figuriamoci.
Feist, «non posso ignorare né giudicare»
«Continuare con il tour significherebbe difendere o ignorare ciò che ha fatto Win Butler, lasciarlo implicherebbe una posizione di giudice e giuria da parte mia», ha lamentato Feist, scelta come spalla degli Arcade Fire per il tour europeo, spiegando che l’articolo di Pitchfork «ha acceso una conversazione più grande di me, delle mie canzoni, di qualsiasi tour…», «Abbiamo tutti una storia all’interno di uno spettro che va dalla mascolinità tossica di base alla misoginia pervasiva fino all’essere effettivamente aggrediti fisicamente, psicologicamente, emotivamente o sessualmente».
E così, vagheggiando di “guarigione”, “colpevoli”, “maltrattamenti”, “strade solitarie”, “paura”, “empatia”, “rimorso”, arrangiando l’ultima scombiccherata predica indie femminista a tassello della storiaccia di Butler, Feist, la cantante solita a donare i ricavi delle vendite del suo merchandising a Women’s Aid, ha concluso: «Non posso continuare».
Il cantante o il suino
Molto più prosaicamente le stazioni radio canadesi e americane hanno rimosso dalle playlist la discografia degli Arcade Fire, e sui social media è stato lanciato il boicottaggio e gli appelli a disertare i prossimi concerti della band. Diversi media, tra cui il Guardian, hanno tuttavia sottolineato con malcelato disprezzo il fatto che sul palco di Dublino la band non avesse fatto alcun riferimento alla storiaccia e molti fan fossero lì, ad applaudire Butler, come se niente fosse. Come se fosse solo il frontman degli Arcade Fire, come se l’impossibilità di ignorare o giudicare non potesse portare a conclusioni opposte a quelle di Feist. Come se Win Butler non fosse solo un ennesimo, immorale, imperdonabile, suino da arrostire sull’altare del Metoo.
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