
«I ragazzi vogliono una vita normale, non cannabis legalizzata di Stato»

«Credo che i dubbi siano più sani delle certezze». Non è tutto ma c’è abbastanza in questa frase di don Luigi Ciotti proclamata dal palco della Conferenza sulle dipendenze convocata dal ministro Dadone a Genova auspicando «un confronto serio sulla legalizzazione della cannabis. Che il proibizionismo non abbia portato soluzioni è davanti agli occhi di tutti».
La polemica strumentale sul proibizionismo
Definire l’Italia un paese proibizionista dedito all’implacabile repressione di chi spaccia e consuma canne fa ridere, ma è abbastanza strumentale per alzare una cortina fumogena sulle urgenze che pure al summit di Genova sono state affrontate: «Dopo 12 anni di assenza sono stati dibattuti molti temi condivisibili, in primis l’urgenza di rimettere mano al Dpr 309 sulle carceri perché il sistema di presa in carico è in ginocchio. Mi preoccupa tuttavia il prevalere di una mentalità “normalizzante” la droga, fondata sul dubbio, nonché sulla riduzione e la limitazione del rischio. Si è parlato, grazie anche all’intervento dell’arcivescovo di Genova Marco Tasca di giovani, figli, ragazzi a cui mai viene fatta la domanda giusta, “perché lo fai?”, ma aggiungerei a cui non viene data neanche una risposta diversa, una alternativa. Da noi in comunità vale il metodo della certezza: il recupero inizia quando un giovane inizia a riconoscere un’autorità, a fidarsi e star dietro a un’autorità che condivide la sua vita. E non che gli vende la droga».
José Berdini ha seguito la Conferenza come gli altri esponenti del mondo dei servizi: in panchina. All’entourage di Genova piace dire “in platea” ma tant’è: fare fuori in premessa tutta una serie di attori, dai Serd alle psichiatrie, dai San Patrignano alle associazioni di volontariato, non ha portato ad approfondire problemi decisamente più urgenti di tante ovvietà snocciolate dai ministri e dello sdoganamento culturale della cannabis passato sui giornali.
La Germania legalizza la cannabis, assist all’Italia
«Prendiamo la modifica del Dpr 309 sulla questione carceraria», dice Berdini. «Metterci mano è assolutamente necessario, non solo perché le carceri sono piene di drogati, ma soprattutto in relazione ai reati commessi da soggetti “psichici” che rappresentano la spada di Damocle per molte realtà del territorio». Esistono solo una trentina di Residenze per l’Esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) in Italia, strutture strapiene di persone spesso indirizzate ai servizi psichiatrici con disturbi problematici di sostanze, droga o alcol, e da qui abbandonate «alle psichiatrie, in strutture totalmente inidonee o alla detenzione domiciliare presso le comunità. Noi abbiamo avuto un paziente che ci ha fatto dannare per due anni: si tratta di soggetti a cui è stata riconosciuta una pericolosità sociale e di difficilissima gestione, non rispettano regole, personale, la gente accolta come loro».
Il problema degli ex opg affollati, della distinzione tra rei e folli e relativa presa in carico è dannatamente urgente e reale, ma è il caso Germania a tenere banco: la “coalizione semaforo” si prepara a legalizzare la cannabis a scopo ricreativo e Genova non ha perso l’assist. Eccezion fatta (e scontata) per politici come il senatore Gasparri o il magistrato Gratteri (che continua a smontare la balla della cannabis libera che sconfigge le mafie), dal ministro Orlando al procuratore antimafia Cafiero de Raho è stato tutto un ricordare che con «la tolleranza zero non si è certo vinta la guerra alle dipendenze», «l’approccio meramente repressivo è stato pregiudizievole e respingente, e non si è fatto carico delle fragilità», «nell’ultima riunione della conferenza Onu si è espresso un forte orientamento di modifica alle politiche del proibizionismo».
La guerra alla droga dell’Islanda
Per Berdini si tratta però di un approccio menzognero: «Il professor Garattini ha già approfondito il tema in termini terapeutici, quanto alla legalizzazione, non abbiamo sentito grandi voci levarsi per ricordare che le droghe leggere sono droghe e fanno male. Punto. Io non sono ideologico, il problema oggi non è il consumo di cannabinoidi ma il consumo in sé, dai consumi affettivi (il vivere sessualità e rapporti in maniera devastante) a ogni tipo di addiction: solo l’arcivescovo di Genova Marco Tasca ha messo il dito nella piaga».
Incagliarsi sul tema cannabis è il modo più facile per smarcarsi dal problema e indorare un approccio decadentista: la cura da una dipendenza da droga diventa la droga stessa, la soluzione al problema della mafia e dello spaccio è lo Stato spacciatore. Da qui l’esempio della Germania, «ma perché non dire che non più di tre mesi fa la Francia ha dato il via a una campagna di prevenzione fortissima perché non controllano più i quartieri, o parlare dell’Olanda travolta dall’ondata di crimini e omicidi dei signori della droga? In Islanda invece di rubare il mestiere agli spacciatori lo Stato ha dichiarato guerra alla droga. Qualche dato: nel 1998 il 25 per cento degli studenti islandesi fra i 15 e i 16 anni fumava sigarette, il 19 per cento aveva rollato almeno una volta la cannabis e il 48 per cento conosceva la sbronza del sabato sera. Oggi, dopo vent’anni, i teenager islandesi sono considerati tra i più “salutisti” d’Europa: la percentuale di ragazzi che abusa di alcol è crollata dal 48 al 5 per cento, quella che fuma hashish e marijuana al 7 e le sigarette dal 25 al 3 per cento. E come hanno fatto? Lo ha spiegato bene Luigi Santambrogio sull’ultimo numero del “giornalino” della Pars: investendo nel progetto “Youth in Iceland”, cioè assicurando a famiglie, soprattutto a basso reddito, e scuole ingenti finanziamenti per svolgere attività sportive, culturali e artistiche nelle ore pomeridiane. Un modello educativo e di prevenzione basato sulla comunità (community-based), per ridurre al minimo la possibilità di incappare nell’uso di sostanze psicotrope e diventarne dipendenti. Mica le hanno vendute in tabaccheria».
I danni alla salute e i dubbi di don Ciotti
C’è qualcosa di patologico in chi insiste nel seguire i cortocircuiti dei “primi della classe” in materia di legalizzazione di sostanze che, parole di Garattini, «danneggiano la salute delle persone», qualcosa di inquietante nel dimenticare che per esempio una buona fetta dei maltrattamenti e della violenza contro le donne «pesca anche nel mondo delle dipendenze, dall’alcol alla droga. Noi abbiamo aperto una comunità terapeutica femminile, le Ginestre, per fare degli slogan di tante manifestazioni un luogo concreto, un luogo di educazione. Educazione al cuore dell’uomo così come Dio l’ha fatto. Quanto a credere “che i dubbi siano più sani della certezza”, io non sono un prete, ma ciò di cui sono certo è Cristo risorto e perciò sono certo che la vita vale la pena di esser vissuta. Non è un vuoto che può essere riempito con il conforto di un consumo assurto a “stile di vita”. E non esiste un Papa che su questo non sia stato chiarissimo e non abbia dichiarato guerra alla droga».
Colpisce in questo senso che il tema della contro-conferenza animata da don Ciotti e Cnca a Genova fosse “Stop war on drugs. Facciamo la pace con le droghe e con chi le usa”, colpiscono gli orizzonti aperti dalla Conferenza in merito alle soluzioni: in primis quella di un Budget di Salute che in regioni prive del know-how lombardo (qui vi avevamo raccontato come funziona il modello degli Smi e del partenariato pubblico-privato che grazie a una legge risponde ogni giorno a migliaia di domande di aiuto in Lombardia) rischia di diventare un “reddito di cura”, spacchettando le rette per il cammino in comunità, offrendo in cambio un percorso di fatto basato su prestazioni e disimpegno. «”Noi vogliamo una vita normale e un lavoro”, hanno detto i ragazzi di una comunità visitata a dal ministro Dadone. Non hanno chiesto prestazioni, sportelli, legalizzazione, ma una vita diversa: se potranno trascorrere ore pagate dallo Stato presso centri sociali o laboratori assumendo droghe leggere e legali, vivendo su TikTok (quanti giovani stiamo curando per le dipendenze da internet?) chi mai domanderà una vita diversa?».
«Draghi, fai bene i conti»
Berdini non ama Giorgia Meloni, ma se c’è una che ha fatto prevenzione, «e l’ha fatta sul serio», da ministro per la Gioventù, è stata lei, «incentivando rapporti col territorio, finanziando progetti interconnessi in regioni diverse, aprendo confronti», facendo insomma tutto quello che ci si aspetta da un politico e dallo Stato in materia: fornire supporto e aiuto a imprese, realtà per lavorare meglio per tutto, senza svilire il lavoro di nessuno. Oggi la politica rema da tutt’altra parte e «se vogliono legalizzare – conclude Berdini – ci rivolgiamo direttamente a Draghi invitandolo a fare bene i conti: conviene davvero vendere le droghe? E a quale prezzo per la sanità e i servizi sociali? Nell’attesa torno a invitare i giornalisti a farsi un giro nelle psichiatrie, nei pronto soccorso e nelle scuole. Guardare un ragazzo, chiedere a lui “Perché lo fai?” e chiedere a te stesso se è del dubbio che ha bisogno per vivere».
«“Ed ecco l’alternativa in cui l’uomo quasi insensibilmente si gioca”, diceva don Luigi Giussani: “O tu vai di fronte alla realtà spalancato, con gli occhi sgranati di un bambino, lealmente, dicendo pane al pane e vino al vino, e allora abbracci tutta la sua presenza ospitandone anche il senso; o ti metti di fronte alla realtà difendendoti quasi con il gomito davanti al viso per evitare i colpi sgraditi e inattesi… e allora nella realtà cerchi e ammetti solo ciò che ti è consono…. Questa è la scelta profonda che noi operiamo quotidianamente di fronte alla pioggia e al sole, a nostro padre e a nostra madre, al vassoio della colazione, al tramvai e alla gente che vi è, ai compagni di lavoro, ai testi di scuola, agli insegnanti, al ragazzo, alla ragazza”».
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