
Cancella il debito: e sono subito guai
Kampala. “Il nostro problema è che a causa della remissione del debito estero i servizi sanitari in Uganda stanno peggiorando, e nei prossimi anni peggioreranno sempre di più”. Daniele Giusti, fratello comboniano e segretario della Commissione sanitaria della Conferenza episcopale ugandese, si diverte a scrutare lo stupore sul volto dell’interlocutore. Sì, avete letto bene: l’annullamento del debito, anziché risolvere qualche problema, sta producendo effetti perversi nel paese africano che per primo ha beneficiato dell’iniziativa internazionale in materia: in situazione critica sono i servizi sanitari, ma anche la pubblica istruzione, stando a quanto denunciano gli operatori del settore, ha imboccato la strada dell’abbassamento della qualità. Possibile? Possibilissimo. Sotto accusa sono le politiche governative che, non solo in Uganda, stanno caratterizzando la gestione delle risorse liberate dalla remissione del debito. Seguiamo i ragionamenti di Daniele Giusti e, per quanto riguarda, la scuola, di Kizito Omona, direttore del dipartimento di Fisica in una scuola secondaria di Kampala.
Ospedali missionari alle corde
L’Uganda è stato il primo paese a beneficiare della “HIPC Initiative”, l’iniziativa a favore dei paesi poveri fortemente indebitati inaugurata cinque anni fa dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Grazie alle procedure dell’iniziativa, dal maggio dello scorso anno l’Uganda beneficia di una riduzione del servizio del suo debito estero che gli farà risparmiare 87 milioni di dollari all’anno nei prossimi dieci anni. “Il governo ha utilizzato la quasi totalità dei fondi che si sono liberati per aumentare gli stipendi di medici e paramedici e per assumere nuovo personale negli ospedali pubblici, e ciò ha obbligato anche gli ospedali missionari ad adeguare i salari, se non volevano perdere gli elementi migliori”, spiega Giusti, che è anche medico ed è stato direttore sanitario dell’ospedale di Matany. “Il problema è che gli ospedali missionari non dispongono delle risorse aggiuntive che il governo si è ritrovato grazie alla cancellazione del debito.” La questione è tanto più delicata in quanto in Uganda, come in quasi tutti i paesi africani, gli ospedali missionari e non profit in genere coprono la metà e passa del bisogno sanitario nazionale e vantano una produttività per addetto che ridicolizza quella della sanità pubblica, tale da potersi permettere di erogare servizi di qualità con 1,2 elementi di personale per letto, mentre nel pubblico sono 2,7. “Ma in un anno solo i nostri costi per unità di prodotto sono aumentati del 20 per cento: un aggravio insostenibile. In alcuni ospedali s’è presa la decisione di aumentare significativamente i ticket, ma il risultato è allarmante: l’uso dei servizi è crollato”. E gli ospedali pubblici non sono ancora in grado di assorbire la domanda. Risultato prevedibile: più malattie, più mortalità.
Classi elementari da 150 studenti
Le cose non vanno meglio nella scuola: “Due anni fa il governo ha introdotto l’educazione primaria gratuita e universale”, spiega Omona. “Le scuole devono accogliere tutti i bambini che vogliono iscriversi, e lo Stato paga 6 mila scellini all’anno (7.500 lire) per ciascuno di loro. Ma, tranne che in alcuni villaggi, le scuole, le aule e gli insegnanti sono quelli di prima: il risultato è che le classi sono passate da 60 (quantità già enorme per gli standard europei, ma normale in Africa) a 100-150 studenti ciascuna. Nelle scuole superiori, poi, è stata avviata una politica di riduzione del personale. Ci hanno detto: meno personale, più efficienza, stipendi più alti. Io avevo alle mie dipendenze 7 docenti, ora me ne restano 3 che devono garantire 26 ore di lezione. Di conseguenza, abbiamo dovuto ridurre le ore di fisica da 4 a 2 settimanali. Ma cosa succederà quando l’ondata degli studenti delle scuole primarie si affaccerà nelle secondarie?” Per intanto si sta assistendo al crollo della qualità dell’istruzione a livello di elementari.
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