Il Deserto dei Tartari

Perché sono contrario al green pass

Di Rodolfo Casadei
06 Settembre 2021
Se io, vaccinato antiCovid, volessi stimolare qualcuno che non è vaccinato a farlo, non cercherei di obbligarlo col passaporto vaccinale
green pass cellulare

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Passa il tempo, e più mi guardo intorno, più mi convinco che il cosiddetto Green Pass italiano rappresenti una pericolosa pagliacciata. I clienti del bar dove qualche volta faccio colazione sono scrupolosamente ripartiti fra il dehors del locale e l’interno, il secondo riservato ai detentori del lasciapassare vaccinale, il primo destinato a chi non ce l’ha. Poi tutti insieme andiamo a prendere la metropolitana, entriamo nelle stesse carrozze e ci sediamo gli uni a fianco degli altri. L’unica precauzione che giustamente perdura è la mascherina protettiva. Dalla Stazione centrale delle Ferrovie statali partono treni a lunga percorrenza, ma partono anche treni regionali: per salire sui primi occorre il Green Pass, per viaggiare – di solito accalcati – sui secondi basta la mascherina. Si vede che il virus snobba i pendolari e predilige i più danarosi passeggeri delle Frecce e degli Intercity. Non serve il salvacondotto per fare la spesa al supermercato, dove la gente tocca con le mani i prodotti sugli scaffali quasi sempre senza guanti; servirà agli insegnanti per poter fare lezione, quando potrebbero benissimo far lezione tutti, vaccinati e non vaccinati, con mascherina e guanti monouso senza particolari rischi. A queste incongruenze si aggiungono provvedimenti irrazionali come l’estensione della validità del lasciapassare vaccinale da 9 a 12 mesi: proprio quando un significativo numero di reinfezioni di vaccinati in Israele e Stati Uniti dimostra che in molti casi la protezione non va oltre i 4-6 mesi. Poi ci sono gli inevitabili paradossi: un portatore di Green Pass può ancora infettarsi, e se si infetta potrà da infettato continuare ad andare dove vuole grazie al suo documento; potrà allora infettare altri portatori di Green Pass, dal momento che con la variante Delta l’efficacia della protezione vaccinale è scesa dal 96 al 65 per cento.

Quando si fanno notare queste cose a qualcuno, la risposta immancabilmente è che il vero scopo del Green Pass non è quello di accrescere la sicurezza contro il virus, ma di indurre chi ancora non lo ha fatto a vaccinarsi. Si tratterebbe insomma di rendere difficile la vita ai non vaccinati, di sfinirli fino a quando non si decideranno a prenotare le punture. Sono assolutamente d’accordo che oggi come oggi la vaccinazione è ancora l’arma più potente che abbiamo per contrastare il Covid, e che perciò è giusto incoraggiare le persone a vaccinarsi. Sul Bollettino sorveglianza integrata Covid del 19-21 luglio scorso, curato dall’Istituto Superiore di Sanità, leggiamo che «L’efficacia complessiva della vaccinazione è superiore all’88% per i vaccinati con ciclo completo. L’efficacia nel prevenire l’ospedalizzazione, sale al 95% con ciclo completo. L’efficacia nel prevenire i ricoveri in terapia intensiva è pari al 97% con ciclo completo. Infine, l’efficacia nel prevenire il decesso è pari a 96% con ciclo completo». Questi dati si saranno certamente un po’ deteriorati con l’avvento della variante Delta e con le re-infezioni, e considero un atto temerario assicurare gli italiani che sopra a un certo tasso di popolazione vaccinata scatterà l’immunità di gregge: la variante Delta rende quasi impossibile il raggiungimento di tale obiettivo, e fallirlo dopo avere strombazzato che il successo era a portata di mano causerà sfiducia nelle istituzioni e reazioni esagitate. Tuttavia è certo che, senza le vaccinazioni, le cose starebbero molto peggio di come stanno; perciò condivido l’opzione di incoraggiare le vaccinazioni antiCovid. La mia perplessità riguarda la scelta di ricorrere al ricatto per spingere i cittadini a farlo. Trovo immorale questa infantilizzazione dei cittadini, soprattutto dei più giovani: se non fai come dice la mamma niente patatine fritte da McDonald’s, se non obbedisci niente apericena con gli amici sui Navigli. Nel corpo sociale si inietta l’idea, insieme al vaccino, che gli obiettivi che ci si pone si ottengono ricattando il prossimo, non entrando in dialogo con lui per spiegarne il valore; si diffonde lo scetticismo verso la ragionevolezza e la sensibilità degli esseri umani, considerati alla stregua di un gregge da trattare alternando bastone e carota, perché solo quelli capisce.

A tutti coloro che sottolineano come in Francia l’introduzione del Green Pass abbia prodotto un’impennata delle vaccinazioni, si può far notare che in grandi paesi europei dove non esiste l’obbligo di lasciapassare vaccinale nazionale i tassi di vaccinazione sono superiori all’attuale 59 per cento italiano (in Spagna 68 per cento, nel Regno Unito 62 per cento) o identici (in Germania 59 per cento). Ma a parte i numeri, credo che una buona idea per convincere coloro che non si sono voluti fino ad oggi vaccinare a farlo, sarebbe quella di trattarli come esseri umani, anziché demonizzarli come esseri sub-umani. Ha detto papa Francesco che vaccinarsi è un atto d’amore. Se uno ha la piena consapevolezza di quello che sta facendo, è senz’altro così; ma quell’amore non lo sentiranno i non vaccinati oggetto di epiteti come «sorci da tenere chiusi in casa», o che si sentono dire da certi medici, economisti e assessori regionali che se si ammaleranno dovranno pagarsi di tasca propria la terapia intensiva; o che sui social leggono i messaggi di infermieri decisi a praticare su di loro terapie dolorose se gli capiteranno fra le grinfie. Sono convinto che si debba imboccare esattamente la strada opposta a questa, quella della comprensione e dell’empatia, e non lo dico per sentimentalismo. Nelle discussioni intorno a Covid, confinamenti, vaccini, lasciapassare vaccinali, ecc. mi sono reso conto di una cosa: quando le discussioni avvengono attraverso i social, o consistono in spettacoli televisivi fruiti passivamente dagli spettatori, alla fine della discussione o dello spettacolo televisivo le persone si ritrovano più distanti e più radicate nelle loro tesi di partenza; il dibattito virtuale, che si vorrebbe oggettivo e fondato su dati scientifici e statistici, si risolve sempre in un irrigidimento delle rispettive convinzioni. Le contrapposte verità restano contrapposte. Quando invece a esaminare la complessità della situazione sono persone che vivono legami comunitari e rapporti affettivi reali e che si ritrovano in presenza, lo scambio di punti di vista anche distanti non è traumatico, c’è maggiore comprensione e le persone accettano di relativizzare le proprie certezze. Si tratta di dati di esperienza che confermano quello che in realtà sappiamo da molto tempo: la razionalità da sola non basta, anzi rischia di impazzire, se è priva di affettività. E mentre si possono fare esercizi razionali a distanza e con gente che non si conosce, l’affettività presuppone rapporti reali fra persone reali, e attraverso di essi diventa una forma mentis con cui ci si rapporta anche agli estranei.

Se dunque io, vaccinato antiCovid, volessi stimolare qualcuno che non è vaccinato a farlo, non cercherei di indottrinarlo statistiche alla mano. Cercherei prima di tutto di aiutarlo a risolvere i problemi che la mancanza di Green Pass gli procura: qualora i divieti fossero estesi al trasporto pubblico locale (follia…), gli darei un passaggio in auto per andare al lavoro, o gli troverei qualcuno, vaccinato o non vaccinato, disposto a trasportarlo; se lavorasse in una sede vicina a casa mia, lo inviterei su da me all’ora di pranzo per evitargli l’esperienza dell’appestato che consuma il suo pasto accovacciato nel cortile dello stabilimento. A quel punto potremmo parlare più distesamente delle nostre scelte, e io potrei spiegargli in maniera non paternalistica in che senso la vaccinazione è anche un atto d’amore. Gli direi che il significato sociale dell’essermi fatto inoculare non sta nell’orgogliosa convinzione che noi vaccinati sconfiggeremo il virus generando l’immunità di gregge, ma nel desiderio e nella speranza di lasciare libero un posto in più in terapia intensiva, posto che potrà essere occupato da qualcun altro che non si è vaccinato o sul quale la vaccinazione non ha fatto effetto; qualcuno che potrebbe anche essere – facciamo le corna – lui che sta davanti a me. E non minimizzerei i rischi di reazione avversa alla vaccinazione, come troppo spesso si fa nelle trasmissioni televisive, anzi li metterei in evidenza. Metterei in evidenza il fatto che mi sono fatto carico dei rischi vaccinali – che sono molto inferiori ai rischi che si corrono infettandosi di Covid alla mia età, ma che tuttavia esistono – nella consapevolezza che se volevo fare qualcosa di utile a me stesso e agli altri, dovevo correre dei rischi. Uno dei motivi per i quali un certo numero di persone diffida delle vaccinazioni antiCovid, è che nella vita reale si imbatte fra i suoi conoscenti in vicende di casi di reazioni avverse anche gravi, delle quali non trova poi il corrispettivo nei media o negli interventi pubblici di medici e virologi. Sospetto che una certa omertà intorno alle reazioni avverse (che pure sono sorvegliate e studiate dall’Aifa) dipenda dal solito modo di ragionare infantilizzante di chi detiene le chiavi della comunicazione: se parliamo troppo delle reazioni avverse, scoraggiamo la gente dal vaccinarsi. Atteggiamento machiavellico, che rischia di ottenere il contrario di quello che si prefigge: sfiducia e disincanto nei confronti delle istituzioni, anziché stima e fiducia. Io ribalterei totalmente il discorso, io direi al non vaccinato: caro amico, sono perfettamente consapevole che la vaccinazioni può produrre reazioni avverse, anche gravi, addirittura la morte in alcuni rarissimi casi. Ma è proprio la coscienza di questi modesti rischi che mi permette di fare esperienza della mia vaccinazione come atto di amore: per evitare che tu o chiunque altro finisca in terapia intensiva (oltre che evidentemente per cercare di proteggere me stesso), sono disposto a correre il rischio di conseguenze gravi su di me. Detto in un altro modo: fra il rischio di morire per Covid e il rischio di morire in conseguenza di una vaccinazione antiCovid opto per il secondo, non solo perché statisticamente il primo rischio è nettamente superiore al secondo, ma perché nel primo caso subirei passivamente gli eventi, mentre nel secondo mi rendo protagonista di un atto morale: il mio remoto rischio di morte o di grave menomazione produce (tende a produrre) un bene per qualcun altro. Te compreso, amico no-vax. Credo che la retta via sia questa, non certo l’obbligo vaccinale.

Foto Ansa

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