Il Deserto dei Tartari

Liberate padre Dall’Oglio, ma anche il popolo siriano: basta sanzioni

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Youhanna Ibrahim e Boulos al-Yaziji. Si chiamano così il vescovo siriaco ortodosso di Aleppo e il vescovo greco-ortodosso di Aleppo e Iskanderun che furono rapiti il 22 aprile 2013 nel nord della Siria da ribelli islamisti e che sono stati evocati, senza chiamarli per nome, nel recente appello di papa Francesco per la liberazione di Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano rapito in Siria dagli uomini dell’Isis il 26 luglio di due anni fa mentre si trovava nella città di Raqqa. Il diacono autista dei due vescovi fu trucidato sul posto, e il suo nome non lo ho mai scritto o pronunciato nessuno nei mass media.

Allo stesso modo anonimi sono migliaia di siriani, rapiti o scomparsi negli ultimi quattro anni, vittime della criminalità, dell’industria dei sequestri organizzata dai ribelli di ogni colore, della repressione governativa. I loro nomi li conoscono solo Dio e i loro cari: genitori, fratelli e sorelle, spose e sposi, amici. Senza nome sono i 250 mila morti che la guerra civile ha fino ad ora causato, i 10 milioni di profughi all’estero e sfollati interni sommati insieme, e in un certo senso tutti i 23 milioni di abitanti del paese.

Due anni dopo il misterioso sequestro di persona del sacerdote italiano che si era recato nella capitale del più feroce gruppo armato siriano convinto di poter mediare la liberazione di alcuni esponenti antigovernativi, è nata l’associazione Giornalisti amici di padre Dall’Oglio e contemporaneamente il Papa ha formulato il più autorevole degli appelli per la liberazione sua e dei due vescovi ortodossi siriani. La duplice notizia è stata ribattuta incessantemente in tivù, sul web e nei giornali. Ha parlato il ministro degli Esteri, il Comune di Roma ha esposto una gigantografia del gesuita italiano.

Buone cose, non discuto. Ma c’è qualcosa che rattrista: dopo quattro anni di bombardamenti, terrorismo, crimini di guerra e orrori di ogni genere in terra siriana, l’unica iniziativa di società civile che buca gli schermi in Italia è quella che riguarda la scomparsa di un italiano in quel paese. Cosa stupefacente in negativo e inspiegabile, quando si consideri l’adesione massiccia che ebbe l’iniziativa del Papa nel settembre 2013 di indire una giornata di preghiera e di digiuno per impedire che la guerra in Siria si estendesse, con l’intervento di bombardieri americani, francesi e britannici. E quando si pensa al fatto che basta accendere la tivù e guardare un servizio sull’ultimo sbarco di migranti irregolari nel sud del nostro paese per scoprire che si tratta in buona parte di siriani che fuggono dalla guerra; o recarsi nelle stazioni ferroviarie delle grandi città italiane per incontrare centinaia di profughi siriani in attesa di un passaggio per l’Europa settentrionale.

Ma che razza di gente siamo, noi italiani? Ci dividiamo fra chi si lamenta del fatto che arrivano troppi stranieri bisognosi di assistenza nel nostro paese e chi accusa di razzismo i lamentosi e propone solidarietà illimitata, dimenticando che il flusso di esseri umani in fuga ha una causa: la guerra. Per risolvere il problema bisognerebbe agire sulla causa, ignorarla è irrazionale. Come se moglie e marito litigassero sul modo di fare fronte all’allagamento del proprio appartamento, senza porsi minimamente il problema di bloccare la perdita della rete che causa il fenomeno. E invece noi non ci sentiamo minimamente interrogati dalla ferocia di una guerra che va avanti da anni, che rischia di contagiare tutti i paesi della regione e che ha annaffiato la mala pianta dell’Isis, pronta a diramarsi e a seminare dolore e morte anche nel nostro paese.

Tranne che nei primissimi tempi dei moti di piazza, quando la Siria veniva associata alle altre “Primavere arabe” del Medio Oriente, in quattro anni non si sono viste manifestazioni o iniziative significative, mirate a portare a esaurimento una guerra via via sempre più sanguinosa. La percezione della guerra civile in Siria, come quella delle Primavere arabe in generale, è molto cambiata nell’opinione pubblica col passare del tempo: all’inizio la simpatia nei confronti dei rivoluzionari era generalizzata e la caduta dei regimi al potere auspicata da tutti. Dopo l’uccisione di Gheddafi e la discesa della Libia nell’anarchia di una terra senza legge dalla quale partono incontrollati migliaia di migranti alla volta dell’Europa, anche le valutazioni sulle altre aree di crisi mediorientali sono cambiate. E ancora di più dopo l’ascesa dell’Isis a partire dall’estate scorsa.

La guerra in Siria oggi non è più vista come una lotta fra un regime autoritario e poliziesco e coraggiosi rivoluzionari che vogliono far prevalere la democrazia e il rispetto dei diritti umani. L’italiano medio continua a saperne poco o nulla come prima, ma la sua preoccupazione principale non riguarda asseriti crimini del governo al potere o la sconfitta delle prospettive democratiche, bensì la possibilità che i jihadisti dell’Isis o di altri gruppi simili prendano il potere. La prospettiva dell’italiano medio è decisamente egoista: non gli importa molto di quello che i siriani pensano o desiderano, non ha voglia di distinguere fra vittime e carnefici, semplicemente teme che alla fine vinca qualcuno che poi gli causerebbe problemi.

L’autorevolmente avallata campagna per la liberazione di padre Paolo Dall’Oglio non modificherà questa percezione, ma pur non avendone l’intenzione la cronicizzerà, perché è centrata sulla sofferenza e sull’incerto destino di un italiano, non sulle sofferenze presenti e sul fosco futuro del popolo siriano. Il primo a criticarla per questo sarebbe probabilmente lo stessa gesuita, che alla Siria ha dedicato una parte importante della sua vita.

Molto mi divide da lui, a partire da una concezione del rapporto fra cristianesimo e islam, in lui molto più vicina al sincretismo religioso che alla collaborazione fra cristiani e musulmani in vista dell’avvento del Regno di Dio. Continuando con la valutazione della situazione politica. Dopo essersi trovato per molti anni a suo agio col sistema espressione della famiglia Assad, padre Paolo era passato armi e bagagli dalla parte dell’opposizione subito dopo le prime manifestazioni del 2011, chiedendo le dimissioni del presidente e l’organizzazione di elezioni libere e trasparenti. Quando il paese era sceso nel vortice della guerra civile, aveva scelto senza tentennamenti di schierarsi con l’opposizione armata: l’ho ascoltato con le mie orecchie protestare per la timidezza dei paesi europei nel fornire armi alla ribellione durante una conferenza pubblica al Centro San Fedele di Milano il 30 maggio 2013, poche settimane prima del suo sequestro.

Ho sempre trovato ingenue, miopi e avventate queste posizioni: che le Primavere arabe, lasciate alla loro forza di inerzia, avrebbero portato all’egemonia politica dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi islamisti e non al radicamento in terra araba dei valori politici della tradizione occidentale è sempre stato presentimento e convinzione condivisi con molti. Continuo a pensare che anche in questo momento le alternative ai regimi autoritari del Vicino Oriente sono solo due: l’islamismo politico o il caos degli stati falliti. Per ragioni storiche, socio-economiche e di antropologia culturale. Sono intimamemente convinto che la fascinazione di Dall’Oglio e altri per le Primavere arabe prima e poi per la lotta armata contro i regimi locali altro non siano che la conseguenza della trasposizione dei miti del Sessantotto e del Settantasette italiani alla realtà politica del Vicino Oriente. Realtà largamente refrattaria a quelle griglie di lettura.

Ma con tutte queste radicali differenze di posizione, su un punto sento padre Dall’Oglio vicino: la coscienza che quello che succede in Siria ci riguarda, la disponibilità a esporsi e a compromettersi per una causa percepita come giusta, l’impossibilità di restare indifferenti di fronte alla sofferenza altrui e all’ingiustizia patita da tanti. Questo è anche il punto in comune che in Italia hanno le due piccole pattuglie contrapposte di coloro che ancora credono nella necessità di sostenere la “rivoluzione” in Siria e di coloro che considerano dannosa per il popolo siriano nel suo insieme la deposizione violenta dell’attuale governo. Al di sopra della linea che separa fautori e detrattori della ribellione, fautori e detrattori del governo in carica, c’è quella che divide il mondo fra chi dice “mi importa”, e cerca di agire di conseguenza, e chi dice “me ne frego”.

Il mio personale modello di impegno per quanto riguarda la Siria non è quello rappresentato da padre Dall’Oglio, ma dalle monache trappiste del monastero di Azeir (di cui sono stato ospite per un giorno nel 2014), cittadina del governatorato di Homs nei pressi del confine col Libano. Esse all’inizio di luglio hanno diffuso un appello che chiede l’abrogazione delle sanzioni decise dall’Europa contro la Siria quattro anni fa e tuttora in vigore. Si legge nel loro testo: «Si sa benissimo che queste misure non colpiscono affatto chi è al potere. Le sanzioni colpiscono la gente, e in modo durissimo… Niente materie prime per lavorare, niente medicinali, anche per le malattie gravi. Tutto carissimo, i prezzi degli alimenti sono arrivati a dieci volte tanto… Senza lavoro, in un paese in guerra, dilaga la violenza, la delinquenza, il contrabbando, la corruzione, la speculazione, l’insicurezza. Questi, sono i frutti delle sanzioni… È possibile pensare di usare anni di sofferenza della gente per ottenere un risultato politico, strategico? mascherandolo poi come il bene vero della gente stessa? No, non è proprio possibile. E se non sappiamo trovare altri strumenti, allora siamo veramente indegni di chiamarci paesi democratici».

Le donne che si sono esposte scrivendo e diffondendo queste parole vivono in un monastero in zona di guerra, i ribelli islamisti si trovano subito di là dalla frontiera col Libano. L’amore per Dio e per il prossimo di queste religiose italiane che da anni vivono la vocazione monaatica in terra siriana fa sì che non abbiano paura di mettere in pericolo la propria sicurezza e – cosa non meno importante – la propria reputazione esponendosi con una richiesta prettamente politica come è quella di abrogare le sanzioni economiche contro la Siria (oggi non si può importare o esportare nulla in quel paese, gli emigrati siriani in Europa non possono mandare a casa le loro rimesse e un italiano non può effettuare un bonifico bancario su un conto che sta in una banca siriana). Il contrasto con noi che viviamo lontano dalla linea di fuoco del fronte siriano e ce ne restiamo in silenzio per paura di essere accusati di complicità con un regime poliziesco, che ci puliamo la coscienza con gli aiuti umanitari e la solidarietà di facciata, non potrebbe essere più stridente.

Reduce dalla mia terza missione in tre anni nella Siria in guerra, non posso astenermi dallo schierarmi con chi chiede l’abrogazione delle sanzioni. Tanti mi accuseranno di sottovalutare i crimini del regime, di negare la mia solidarietà alle vittime della repressione governativa. Non importa. Ho ben chiaro che le sanzioni non sono servite e non servono a produrre pace e giustizia in Siria, ma hanno alimentato e continuano ad alimentare quello che le monache italiane scrivono: delinquenza, contrabbando, corruzione, speculazione, insicurezza. Ogni volta che in questi tre anni mi sono recato in Siria, mi sono imbattuto in cristiani siriani che puntualmente mi hanno apostrofato: «Perché voi europei aiutate quelli che ci stanno facendo del male?».

Tutti conoscono la posizione dell’Italia, schierata con gli altri paesi occidentali a sostegno dei ribelli della Coalizione nazionale siriana e del Free Syrian Army: due forze ormai subalterne o riassorbite dai ribelli islamisti e alqaedisti. Un anno e mezzo fa dovetti subire l’intemerata di un genitore cristiano ortodosso al quale poche ore prima una bomba aveva ucciso la figlia 13enne a passeggio per le vie di Damasco insieme alla madre, e che si rivolse a me come ci si rivolge a un nemico: «Perché attaccate i civili? Se ce l’avete col regime, fate la guerra contro l’esercito, contro la polizia. Lasciate stare i bambini! Questo è successo per colpa dell’Europa, per colpa dell’America», mi gridò tremando nel corridoio dell’ospedale dove erano ricoverati i feriti dell’attacco.

Quando mi succedono queste cose – e succedono ogni volta – io non posso dire nulla, posso solo abbassare gli occhi e tacere. Sono e resto colpevole, come tutti noi, perché tutti noi siamo responsabili, indirettamente, della politica estera del nostro paese. E se inermi monache esposte alle rappresaglie sul posto mostrano il coraggio di esporsi sul piano politico prendendo posizione contro le sanzioni, credo proprio che noialtri, che viviamo al sicuro in Europa, dovremmo riconoscere che abbiamo delle responsabilità politiche, dovremmo farcene carico e rischiare una presa di posizione. Chi crede di esser un buon cristiano perché si limita all’aiuto caritatevole e non si sporca le mani con la politica per evitare errori e per non farsi nemici, ha già sbagliato.

@RodolfoCasadei

Foto Ansa/Ap

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2 commenti

  1. Nessuna meraviglia. Fin dal tempo delle Crociate il mondo onitdeccale si inventa delle balle madornali per intervenire in quell’ area.Il Nazzista Goebless diceva che se una bugia viene raccontata cento e mille volte diventa realte0.

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